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Patrimonio archeologico negato

Ostia, ma che bel castello

03 Gennaio 2014 di 

Uno dei manieri più spettacolari dell’Italia centrale, esempio unico di architettura militare rinascimentale, in ottimo stato di conservazione è visitabile (gratuitamente) solo da 60 persone a settimana. Prosegue il viaggio di Golem tra i tesori archeologici negati.

Ostia, ma che bel castello

Orari di visita scarsi e brevi, prenotazioni e conferme via fax, scoraggiano e impediscono a migliaia di potenziali turisti di visitare alcuni dei monumenti simbolo di Ostia, quali il Castello di Giulio II, la Necropoli di Porto e la Basilica di Sant’Ippolito.

Basta uscire dall’ingresso principale degli scavi di Ostia antica per trovarsi di fronte a un altro grande mistero: il Castello di Giulio II. Una volta sopravvissuti a un percorso dissestato dalle radici dei pini circostanti, adiacente la recinzione lungo viale dei Romagnoli, si arriva all’ingresso del maniero. Il castello sorge in una zona suburbana della Ostia romana destinata sin dall’antichità a uso funerario, come attesta la costruzione della basilica cimiteriale di S. Aurea (IV\V sec. d.C.) i cui resti si trovano sotto l’attuale chiesa rinascimentale. Documenti medievali collocano qui l’originaria sepoltura di S. Monica, madre di S. Agostino. Intorno a questa chiesa nel IX secolo si formò il borgo di Gregoriopoli, difeso da mura e fossato per difendersi dalle scorrerie dei pirati saraceni, e che quindi probabilmente aveva la funzione di controllo del corso del Tevere e delle saline. Nel 1400 papa Martino V, per rafforzare la fortificazione e consolidare il controllo doganale fluviale e salino, fece costruire una grande torre circolare circondata da un fossato. Pochi anni dopo il cardinale Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, diede incarico a Baccio Pontelli di costruire il castello inglobando la torre di Martino V. Il risultato fu uno dei castelli più spettacolari dell’Italia centrale, esempio unico di architettura militare rinascimentale. In origine si accedeva al portale del castello attraverso un ponte levatoio, oggi non conservato. Si accedeva a un cortile che consentiva di salire ai piani alti dove alloggiava la guarnigione e, attraverso uno scalone affrescato con il mito di Ercole, di raggiungere gli appartamenti privati del papa e il salone al terzo piano. Da questo si accedeva al camminamento esterno e da qui alla torre di Martino V. Il maniero si occupò del controllo del traffico fluviale verso Roma, divenendo una dogana pontificia, sino a due eventi catastrofici che segnarono la rovina della rocca: l’assedio del Duca di Alba (1556) e l’inondazione del Tevere (1557) che causò lo spostamento dell’ansa del fiume verso occidente. Il castello aveva così perso la funzione di controllo del fiume. Nel XVIII secolo divenne un fienile fino al secolo successivo quando divenne una prigione per i galeotti usati come manodopera negli scavi dell’antica Ostia. Oggi il castello, perfettamente conservato, è visitabile inspiegabilmente solo il giovedì mattina alle 11 e la domenica alle 11 e alle 12 con visita accompagnata, in poche parole nessuno spiegherà qualcosa. L’accesso, gratuito, è limitato a 30 persone per volta. Giustamente il foglio con giorni e orari di apertura è affisso al portone di legno all’interno della recinzione, ne consegue che se il cancello della recinzione è chiuso un turista non riuscirà mai ad arrivare al portone e sapere quando è visitabile. 

 

Le visite fantasma
Inoltre, un turista arrivato ad Ostia deve scegliere se visitare Ostia antica o vedere il Castello di Giulio II. Gli orari di visita infatti sono incompatibili: in questo periodo gli scavi sono visitabili dalle 8.30 alle 16.30 con ultimo ingresso alle 15.30. Per visitare Ostia occorre un’intera giornata o comunque di sicuro non bastano 3/4 ore. Una volta entrati negli scavi non è possibile uscirne per andare a visitare il Castello per poi rientrare e completare la visita agli scavi. Quale turista rinuncerà a visitare una città antica unica al mondo per un castello? Chi tornerà una seconda volta ad Ostia per visitare il castello? Diciamolo francamente, nessuno. Giovedì 5 dicembre ci siamo recati a visitare il castello. All’entrata la custode ci ha accolto dicendoci “oggi in realtà non potreste entrare perché c’è una conferenza a cui prenderà parte la Soprintendente Barbera”. Ci fanno entrare come se ci stessero facendo un favore nonostante ci presentiamo l’unico giorno infrasettimanale in cui è previsto l’ingresso. Incredibile. Non capiamo perché non si possa entrare al castello per una conferenza tenuta, a porte chiuse, dentro una stanza. Entrando nel castello ci rendiamo conto che è meravigliosamente conservato, salendo attraverso lo scalone affrescato notiamo una restauratrice all’opera. All’interno c’è un piccolo museo sulla storia del maniero, fondamentale per capirne la funzione. Sul camminamento esterno troviamo degli studenti universitari intenti a lavare e siglare “cocci”. Conclusa la visita ci allontaniamo con un dubbio amletico: perché un Castello, in eccellente stato di conservazione e che quindi potrebbe essere utilizzato per tantissime iniziative culturali, sia sempre chiuso. Uscendo dall’antica porta del Borgo, lungo viale dei Romagnoli, notiamo impalcature arrugginite e deserte lungo un tratto delle mura medievali. Su di esse campeggia una cartello su cui è scritto “Dramma: il provvisorio permanente”. Probabile si riferisca ad un restauro mai ultimato, ma di sicuro  indicativo del fatto che le impalcature stanno lì da tanto, forse troppo, tempo.


La Basilica di Sant’Ippolito
La più importante del suburbio portuense, la Basilica di S. Ippolito, fu costruita tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C. A tre navate con abside, fu utilizzata durante il medioevo e venne abbandonata, con molta probabilità, nel secolo XV in seguito allo spopolamento della diocesi. Al suo interno sono stati rinvenuti resti di epigrafi e reperti scultorei di pregio conservati nel vicino Antiquarium, tra i quali il ciborio carolingio realizzato durante il pontificato di Leone III (795-816). Fu riportata alla luce agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, presso il canale di Fiumicino (antica fossa Traiana) nell’Isola Sacra. Sorge su di un edificio termale d’età romana di cui restano degli ambienti e in particolare alcune cisterne per l’acqua. Sul sito della Soprintendenza si legge che è aperta al pubblico su preventiva prenotazione il primo e l'ultimo giovedì di ogni mese, dalle ore 9.30 alle ore 13.30, uscita del pubblico entro le ore 14.00. Da dietro la recinzione si possono vedere gli scavi: l’erba alta rende incomprensibili le strutture, il cartellone esplicativo oltre ad essere nascosto da oleandri è ormai illeggibile, forse per l’azione degli agenti atmosferici, e strappato in un angolo. Lasciando la basilica sulla destra, ci incamminiamo a piedi lungo verso un’area recintata che colpisce la nostra attenzione. Lungo il percorso ammiriamo, a destra e sinistra, sarcofagi, altari, colonne e parti di strutture, buttate per terra o lasciate a ridosso della parete di un edificio. In meno di 5 minuti a piedi, arriviamo ad un’area recintata. Affacciandosi si intravedono alcune strutture, forse tombe, di cui si è conservata la facciata e l’alzato. Un incanto. Nonostante l’erbaccia selvatica sia già cresciuta rigogliosa tra i tufelli del muro in opera quadrata, sopra la porta d’ingresso di una di queste strutture. Ovviamente sul cancello chiuso campeggia un divieto di entrata “alle persone non addette ai lavori”. Un cartello esplicativo c’è ma è troppo lontano dalla recinzione per poter essere letto da dietro la rete. Ci allontaniamo con un’unica certezza: quella di non aver capito cosa abbiamo visto.

Necropoli di Porto, una caccia al tesoro
Arrivare alla Necropoli di Porto è come vincere alla lotteria. Percorrendo via dell’Aeroporto di Fiumicino bisogna essere fortunati nell’intercettare l’unico cartello stradale, messo dalla pro loco, che ne indica la direzione. Dista 5 minuti in macchina dagli scavi di Ostia antica. Arrivati a destinazione troviamo la necropoli chiusa. Da un cartello plastificato appeso al cancello, leggendo tra buchi e macchie di umidità, apprendiamo che anche la necropoli è “aperta il primo e l'ultimo giovedì di ogni mese su prenotazione telefonica al n. 06 56358054 e conferma via fax”.
Qui non basta telefonare, è necessario anche inviare un fax. L’ingresso è previsto dalle 9.30 alle 13.30, con uscita del pubblico entro le 14.00. Insomma tutti questi siti sono aperti, previa prenotazione e conferma, il giovedì mattina. Siamo realisti, anche se riuscissimo a prenotarli tutti per lo stesso giovedì, in un’unica mattinata sarebbe impossibile vederli tutti. Con questi orari un turista per visitare Ostia antica, castello, basilica e necropoli di porto avrebbe bisogno di 3/4 giovedì. Quale turista tornerà per 3/4 giovedì a Ostia? Nessuno. Questi siti saranno visitati principalmente da romani o scolaresche. Non si capisce proprio il motivo per il quale la necropoli sia chiusa. Soprattutto perché all’interno ci vive il custode che potrebbe in ogni momento aprire ai turisti. E invece al turista malcapitato, reo di non aver prenotato e confermato via fax, non resta che ammirare la necropoli da dietro il cancello. Si vede una strada basolata su cui si affacciano numerosi edifici. L’area è perfetta, si intravede un percorso con dei cartelloni esplicativi, che purtroppo da dietro la recinzione non sono leggibili. Si tratta di “200 edifici funerari, estremo limite meridionale dell’insediamento sepolcrale sviluppatosi ai lati della la via Flavia Severiana tra la fine del I secolo d.C. al IV d.C. Le tombe, anche a due piani, avevano copertura a botte o a terrazza, con timpano triangolare in facciata, movimentata da plinti, lesene, colonne e capitelli che disegnano l’accurata cortina in mattoni su cui si aprono piccole finestre e porte inquadrate da soglie, stipiti ed architravi in travertino. La facciata aveva valore rappresentativo, elemento questo confermato dalle iscrizioni poste al di sopra della porta che riportano il nome del proprietario, le dimensioni della tomba, le disposizioni testamentarie e le norme d’uso del sepolcro, fornendo preziosi dati sulla composizione sociale della popolazione portuense composta in prevalenza da commercianti, liberti e piccoli imprenditori. All’attività svolta in vita dal defunto si riferiscono le scene di mestieri rappresentati sui mattoni posti ai lati dell’iscrizione: l’ostetrica che assiste al parto, il chirurgo in atto di operare, il fabbricante ed il rivenditore di ferramenta, il commerciante di grano”. Tutto questo dietro una recinzione. Fa rabbia averla a pochi metri di distanza e non poterla ammirare come meriterebbe. Perché nascondere tanta bellezza? Perché non agevolare la visita di una simile necropoli? Ci spiegano che è anche stato predisposto un percorso per i disabili. Invece, il sito è desolato. E’ difficilmente raggiungibile per un romano, figuriamoci per uno straniero. Non c’è nessuno. Gli unici cenni di vita vengono dalla casa del custode. Se la pubblicizzassero come merita all’ingresso di Ostia antica migliaia di turisti sarebbero almeno informati dell’esistenza di una necropoli unica al mondo: la Necropoli di Porto.

(24./Continua. Gli altri articoli sono leggibili nella sezione Archeologia abbandonata)

Sabrina Corarze
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Sabrina Corarze
Sabrina Corarze
Informazioni sull'autore

Nata a Casale Monferrato nel 1978, è laureata in Lettere Classiche presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi in Archeologia e Storia dell’arte greca e romana che costituisce un aggiornamento della carta archeologica di Roma. Nella stessa Università si è specializzata in Numismatica antica presso la I Scuola di Specializzazione in Archeologia Classica, con una tesi sulla monetazione di Alessandro Magno emessa dalla zecca di Amphipolis. Ha conseguito il diploma di Archivista presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica e frequentato il corso di Paleografia greca. Dal 1997 al 2005 ha preso parte con ruoli di responsabilità a diverse campagne di scavo archeologico nel Lazio (Veio, Pyrgi, Palatino), in Sardegna (S. Maria di Tergu) e in Calabria (Malvito). Ha lavorato come tirocinante presso l’archivio storico della Pontificia Università Gregoriana occupandosi dello studio di manoscritti del fondo Curia. Ha svolto un tirocinio di oltre un anno presso l’Archivio Segreto Vaticano, prendendo parte ad un primo progetto relativo allo studio dell’Indice 1050 del Fondo Carpegna e ad un secondo inerente lo studio del fondo Bandi sciolti. Ha pubblicato alcuni suoi studi di argomento archeologico e numismatico sulla rivista Monete Antiche, in S.P.Q.R. quaderni di percorsi storici e sulla rivista mensile InStoria. A uso interno dell’Archivio firma introduzione, trascrizione e integrazioni della pubblicazione “Fondo Carpegna. L’indice 1050” a cura di Angelo Mercati (in Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum,Città del Vaticano, luglio 2010).

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