Cinque anni fa si era visto nell’allestimento storico di Hebert Wernicke. Ora Der Rosenkavalier è tornato alla Scala in una ripresa dello spettacolo di Harry Kupfer messo in scena al Festival di Salisburgo nel 2014. Regia elegante, un po’ lenta, dominata da atmosfere nostalgiche, rendeva bene la dimensione crepuscolare dell’opera.

Kupfer trasportava l’azione nella Vienna all’inizio del XX secolo, con i bei costumi d’epoca di Yan Tax, e le scene di Hans Schavernock che rinunciava alla profusione di elementi rococò, per creare grandi e sontuosi spazi interni, in uno stile tra Neoclassicismo e Secessione, come la camera della Marescialla e il salone di casa Faninal. Ambientazioni aristocratiche, in netto contrasto con la scena dell’osteria nel terzo atto, dove si compiva la burla ai danni di Ochs; una scena caotica e variopinta, un po’ da circo un po’ da incubo, sullo sfondo delle montagne russe e della fitta vegetazione del Prater. Tutto appariva comunque arioso, rivolto all’esterno, affacciato sulle strade e sui parchi di Vienna. Anche casa Faninal si affacciava sulla strada con una grande balconata in marmo (dalla quale Sophie osservava l’arrivo del Cavaliere della rosa con un cannocchiale dorato), e tutte le scene erano accompagnate da grandi fotografie in bianco e nero, che offrivano uno sguardo sulla vecchia Vienna Imperiale, con scorci della Hofburg, le facciate dei palazzi, i giardini d’inverno, i parchi immersi nella nebbia. Sul podio l’ottantenne Zubin Mehta ha offerto una lettura dai tempi comodi, molto attenta alle voci, e ricca di sfumature e di contrasti, timbrici e stilistici. Una lettura fluida, mai roboante, dai colori non accesi, che sembrava alla fine sfociare nel celebre tema di valzer che è la spina dorsale di tutta la partitura. Il soprano bulgaro Krassimira Stoyanova (che con Mehta alla Scala aveva già interpretato i Vier letzte Lieder di Strauss) era una Marescialla autorevole e aristocratica, dall’emissione morbida, il fraseggio elegante ed espressivo, bravissima nel cogliere lo struggimento di una donna matura che sente svanire la sua bellezza. Sophie Koch era invece un Octavian impulsivo, molto spontaneo e divertito, ma con una voce un po’ stridula e con acuti fissi. Günter Groissböck interpretava il tronfio e grossolano Ochs, con ottime doti vocali, e non era il solito vecchio panciuto, ma una figura insolitamente giovanile e prestante, che sembrava concentrare tutta la sua sgradevolezza nei modi rozzi, e  nel continuo gesticolare. Christiane Karg era una Sophie molto tenera, adolescenziale, con una voce dal colore caldo e dagli acuti radiosi. Ottimi anche il Faninal di Adrian Eröd, l’Annina di Janina Baechle, e il comico Valzacchi di Kresimir Spicer.

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