Due Otelli a confronto. La tragedia del moro di Venezia è diventata la famosa opera di Verdi nel 1887, ma anche, settant’anni prima, un’opera in tre atti di Rossini, su libretto di Francesco Berio di Salsa, seconda opera napoletana di Rossini, dopo Elisabetta, regina d’Inghilterra.

Stendhal ne criticava i limiti della drammaturgia, la sequenza di eventi che portava senza logica alla scatenarsi della gelosia: «Nell’Otello, elettrizzati dai canti meravigliosi, trasportati dalla bellezza incomparabile del soggetto, rifacciamo noi stessi il libretto». Ma non si può non ammirarne la ricchezza della scrittura orchestrale, con echi beethoveniani, il virtuosismo vocale estremo, con tre tenori che fanno a gara tra loro, la tragicità del terzo atto, l’originalità del finale, costruito come una complessa concatenazione di numeri. Un bell’allestimento di quest’opera rossiniana è stato presentato alla Scala, ultimo spettacolo programmato dalla gestione Lissner. Un’opera che mancava a Milano dal 1870, quindi da ben 145 anni. Magnifico il trio tenorile: Gregory Kunde (oggi forse l’unico tenore ad avere interpretato sia l’opera di Verdi che quella di Rossini) era un Otello dalla voce piena, eroica, con la faccia dipinta da guerriero maori; Juan Diego Flórez dominava da par suo la parte acutissima e vigorosa di Rodrigo, il giovane uruguayano Edgardo Rocha Canto sfoggiava una voce limpida, una tecnica spericolata, una gestualità molto teatrale. Olga Peretyatko, che dieci anni fa è stata allieva dell’Accademia rossiniana, era alla sua seconda prova scaligera (dopo l’esordio in Una sposa dello Zar): interpretava una Desdemona dalla voce duttile e dall’emissione morbida, ma con qualche défaillance di intonazione. Bravissima Annalisa Stroppa nei panni di Emilia. Molto contestato il cinese Muhai Tang (che aveva diretto l’Otello di Rossini a Zurigo con Cecilia Bartoli): la sua era una lettura quasi romantica, attenta al bel suono, ma troppo lenta, un po’ molle, per niente rossiniana. Il regista Jürgen Flimm, che firma anche le scene, ha costruito lo spettacolo partendo da un’idea di Anselm Kiefer, autore dei bozzetti scenografici: uno spazio scenico essenziale, spoglio, altissimo, allungato verso il fondo, con velatini grigi, pareti grigie, un grande tavolo al centro, nel terzo atto una camera con lunghissime tende, immersa nel fumo e una proiezione-collage di immagini di città moderne (come a significare che la storia di Otello è sempre attuale). La regia si ammirava soprattutto per un contegno quasi rituale, nei movimenti stilizzati, anche nelle scene più animate e di lotta, nella lavagna sulla quale venivano scritte alcune parole chiave della tragedia, nei pochi oggetti in scena, dalla forte carica simbolica, come la (lugubre) gondola, e l’arpa.
A Parma si è invece visto l’Otello di Verdi, come opera inaugurale del festival Verdi. E purtroppo non è stato un granché (come del resto Il Corsaro, l’altra opera, molto attesa nel festival, che riprendeva un allestimento firmato nel 2004 da Lamberto Puggelli). La direzione di Daniele Callegari era imprecisa, con evidenti squilibri tra voce e orchestra, un po’ fracassona, senza sfumature, senza struggimenti (ad esempio nel tema del bacio), fatta solo di forte e dipiano, lontanissima dalla pulizia e dalla nettezza che richiederebbe la raffinata partitura verdiana. Ha deluso anche la regia di Pier Luigi Pizzi, costruita in uno spazio geometrico, giallo senape, con strutture a metà strada tra Lego e Ikea, e poco altro: quattro gracili alberelli nel secondo atto, un trono nel terzo, un letto a baldacchino nel quarto. Un po’ didascaliche alcune soluzioni (come le stelline che si accendevano in cielo durante il duetto d’amore di Otello e Desdemona alla fine del primo atto), confuse altre (la folla ammassata ai lati della scena alla fine del terzo atto), ma molto efficace la scena finale, concentrata sui due innamorati sul letto. La Desdemona di Aurelia Florian sfoggiava delle belle messe di voce grande musicalità, ma l’intonazione era sempre precaria, la voce un po’ intubata, l’articolazione delle parole poco chiara. Voce possente quella di Gabriella Colecchia, nei panni di Emilia. Jago, il vero motore dell’opera verdiana, era interpretato da Marco Vratogna, atletico e tenebroso, molto teatrale nel parlato, con la voce giusta per il personaggio, ma un’interpretazione troppo legata a vecchi cliché. Il Cassio di Manuel Pierattelli e il Roderigo di Matteo Mezzaro avevano voci belle ma piccole. A Rudy Park, nel ruolo di Otello, si alternava Carlo Ventre che aveva buoni acuti e un canto molto espressivo, ma i centri erano sfocati e la voce spesso velata. Purtroppo non c’era Gregory Kunde anche in quest’opera. Il tenore americano ha però richiamato una folla osannate in un bellissimo recital, tutto verdiano, dove ha cantato, da Otello, «Dio! Mio potevi scagliar» e, affiancato dall’ottimo baritono Vittorio Vitelli, il duetto «Si, pe’l ciel», insieme ad arie da Luisa Miller, dalla Forza del destino, dalla Traviata, dal Trovatore. Kunde si è dimostrato un vero animale da palcoscenico, con un’energia inesauribile. Ha offerto numerosi bis, eccitando il pubblico parmigiano che e alla fine gridava, in delirio, «Viva Verdi».

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