Il confine tra scrittura e giornalismo, così come i giornalisti che nascono scrittori e viceversa, sono da sempre oggetto di dibattito accademico: scrittori-giornalisti come Dino Buzzati con il suo immortale “deserto” sono entrati da tempo nei testi didattici e rappresentano un esempio classico del rapporto tra giornalismo e scrittura strettamente letteraria o saggistica.

Un esempio contemporaneo di quanto a volte il confine tra letteratura e cronaca sia labile, oppure di come volutamente si possano mescolare i due campi, è rappresentato da Roberto Saviano, dalla sua storia personale, dalle finalità del libro tradotto in svariate lingue e dai suoi articoli, ospitati dalle testate nazionali e internazionali più prestigiose: quando era ancora un giovane studente di filosofia non avrebbe mai immaginato di finire sotto scorta per le minacce che arrivavano soprattutto dai clan del casertano, per quelle prese di posizione a manifestazioni pubbliche contro le mafie campane.

GOMORRA: RACCONTARE IL MONDO ATTRAVERSO NAPOLI, NON NAPOLI
Il giovane Roberto era uno scrittore con molto talento: questo pensava Goffredo Fofi, il critico ammirato come “autore combattente” da Saviano e al quale aveva spedito un racconto d’avanguardia in stile landolfiano. Ma lo stesso Fofi aveva risposto a quel giovane che chiedeva un giudizio in maniera cruda e fornendogli un consiglio “realista”, un consiglio che avrebbe portato alla nascita del “romanzo no fiction”, per usare un’espressione cara allo scrittore della periferia partenopea: “devi finirla di raccontare le stron**te -gli consigliò lo scrittore ammirato riferendosi alle tematiche “lunari” e landolfiane- . Ho visto dove vivi: dovresti iniziare a parlare di quello che ti sta intorno”.
E così nel 2002 Roberto Saviano inizia a collaborare con diverse testate e parte occupandosi di cronaca giudiziaria, destando anche l’interesse della magistratura e delle forze dell’ordine: l’attenzione scherzosa per i cadaveri della faida secondiglianese da parte di bambini e curiosi vari che sbirciano negli stomaci per vedere cosa avesse appena mangiato il defunto, per esempio, sembra quasi un elemento di quel “realismo magico” usato da Landolfi, come se gli accadimenti anomali o quasi soprannaturali che si possono incontrare nelle truci di storia di camorra destabilizzassero il reale. Nonostante i tratti tipici e strettamente locali delle storie di camorra, Gomorra (che prende il nome da una citazione biblica di una lettera firmata da un prete ammazzato dalla camorra) ha una grande ambizione, in gran parte realizzata: non si voleva raccontare Napoli, ma si voleva raccontare il Mondo intero, un pianeta sempre più esposto ai pericoli e non solo ai benefici della globalizzazione, un sistema economico internazionale che invece di premiare i meritevoli favorisce i vecchi “gangster”, che lasciano il lavoro sporco alla manovalanza (stipendiata e non affiliata come a Scampia) e si credono imprenditori, degli anarco-liberisti che avvelenano una campagna dell’entroterra campano come se fosse un paese “pattumiera” africano…

LE CRITICHE E IL “REALISMO MAGICO”
Il libro insieme al successo ha portato, ovviamente, anche un tornado di critiche per l’autore. Oltre alle minacce velate come critiche della famiglia Schiavone che sono finite pure in tv con il padre di Sandokan che, intervistato dalle “Iene”, accusa Saviano di essere un delinquente in quanto proveniente dalla “167” (il numero dell’atto normativo che dà il nome alle case popolari della tristemente nota Scampia), ci sono state anche le intimidazioni che hanno determinato la sua vita “protetta”.
E pure sulla necessità della sua scorta si sono scontrati il capo della polizia Manganelli (favorevole alla scorta) e Vittorio Pisani, l’ex capo della mobile di Napoli che dopo essere stato accusato di aver favorito un imprenditore in odore di camorra è stato trasferito all’antimafia a Roma, dove ha dato un contributo importante per l’arresto di Michele Zagaria, ultimo boss più importante dei casalesi insieme al “ninno”, Antonio Iovine, i più importanti ma sicuramente non gli ultimi leader in assoluto nella camorra casertana.
Ci sono poi le critiche degli abitanti di Casal di Principe e non solo, quelle per le quali Saviano è l’infame “che se si stava zitto era meglio perché ora ci sta danneggiando, e poi il 90% sono tutte bugie”… Una posizione contrapposta a quella di chi invece ne ha fatto un santino, o meglio un feticcio, e che scambia per inchiesta giornalistica un romanzo che comunque ha il merito di aver cambiato la storia della camorra e dell’antimafia, di “fissare” eventi storici come la faida di Scampia e l’ascesa dei bufalari casalesi, facendone quasi la sua “Bibbia della Camorra”.
Delle critiche intelligenti alla sua opera sono state mosse invece da AssoCina, infatti nel primo capitolo di Gomorra, dedicato al porto di Napoli, viene descritto un evento che non è stato vissuto dall’autore, e sul quale lui stesso ha dubbi: a differenza delle scene degli omicidi, nelle quali l’elemento “che destabilizza il contesto reale” è rappresentato da persone che discutono di cosa ha nella pancia il defunto, evento che può sembrare fantasioso, nel primo capitolo di Gomorra si apre un container da cui escono cinesi morti e congelati. Sembrerebbe la risposta a un dubbio che in realtà è più una leggenda metropolitana: ma i cinesi non muoiono mai? Dove finiscono? Si fanno rispedire in Cina per la sepoltura e lasciano “in eredità” i loro documenti a qualcun altro, tanto sono tutti uguali? Hai mai visto un funerale cinese? E invece AssoCina ha smentito tutto, spiegando, come dato principale, che i cinesi preferiscono la cremazione: l’autore non dice che quell’evento è vero, non dice che lo ha visto in prima persona, e dice anche che in un romanzo si può “inciampare”, eppure il grande pubblico rimane colpito dalla scenda dei cinesi che, in un tripudio splatter di sangue e ghiaccio, si riversa dal container nel porto di Napoli…
E magicamente lo stesso “grande pubblico” dimentica quasi tutti gli altri traffici che, come gli ha insegnato la sua esperienza “realista” di cronista, caratterizzavano ieri la città partenopea ma oggi, per esempio, caratterizzano Gioia Tauro o il porto di Civitavecchia, a dimostrare che cadaveri di cinesi a parte quel romanzo ha il merito di parlare di Napoli ma anche del Mondo.
Poi è stato, per esempio, accusato di aver omesso di parlare del rapporto tra politica e camorra, o meglio di non aver fatto nomi di politici (eccetto una citazione che riguarda Bassolino), accusa sintetizzata nella frase di una canzone rap del gruppo “Co’ Sang’” di Marianella (ai confini con Scampia), che definisce interessante il fenomeno-Saviano anche se purtroppo il fenomeno sarebbe diventato “da baraccone”: “voi fate i nomi del sistema e non quelli dello Stato” ripetono ritmicamente i rapper.
Saviano è stato anche criticato per aver pubblicato Gomorra con la casa editrice della famiglia Berlusconi, la Mondadori, anche se dopo aver dedicato la sua laurea ad honorem in giurisprudenza ai magistrati che indagano sul caso Ruby è entrato in contrasto con Marina Berlusconi.
Recentemente è stato accusato di aver usato la “macchina del fango” verso Giorgio Magliocca, l’ex sindaco di Pignataro Maggiore e consulente di Alemanno che è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è tornato a parlare, in occasione delle dimissioni di Emilio Fede, di nuovo della “macchina del fango”, ossia le infamie che i media della famiglia Berlusconi avrebbero mosso sul suo conto: se non ha coniato questa espressione ha il merito di averla fatta diventare linguaggio giornalistico e comune, e se la “casalinga di Voghera” non parla di macchina del fango a proposito di un’amica chiacchierona, in tv, sui giornali e su tutti i media troviamo sempre più spesso questo marchingegno che spara fango, in particolare dopo i “monologhi” del programma “Vieni via con me”… Del resto quando la visibilità di una persona diventa la principale arma di difesa, oltre che la tua condanna, è normale essere ossessionati da meccanismi che puntino a screditarti.
Perfino un fugace errore su twitter, che normalmente nelle prime pagine dei quotidiani non sarebbe nemmeno notato, gli è stato fatto pesare: aveva scritto “qual’è” con l’apostrofo, e si è difeso citando gli esempi arcaici di Pirandello e Landolfi. Ed è stato criticato anche politicamente per le sue posizioni filoisraeliane e le letture comuni all’estrema destra, come quelle di Evola.

Tante critiche, tanti plausi e sguardi incuriositi da tutto il Mondo, la soddisfazione di essere arrivato al grande pubblico ma anche un rammarico per un prezzo che lo scrittore, come ha affermato in diverse interviste, ha pagato consapevolmente: forse non tutti riusciranno a capire in fondo i suoi messaggi, la sua ambizione di raccontare il Mondo tramite Napoli e soprattutto, che lui è uno scrittore. Anche se magari nato come giornalista, che infatti oltre al “realismo magico” ha inserito anche molti dati estrapolati da processi nel suo Gomorra, riuscendo a farlo diventare una denuncia oltre che un romanzo… Ma sempre scrittore resta.

Saviano ci tiene, giustamente, alla sua visibilità ma chi lo idolatra, chi non capisce che non è un giornalista che vive sotto scorta, probabilmente non lo farà finire nel dimenticatoio ma non coglierà il ruolo storico di uno scrittore che, comunque la si pensi, ha sacrificato gran parte della sua vita per un obbiettivo… Se si comprendesse anche che non si tratta di un idolo, si comincerebbe anche ad apprezzare i giornalisti, e perfino attori (è il caso di Giulio Cavalli che ha denunciato in un libro le infiltrazioni della mafia al nord e che era finito sotto scorta), che combattono le mafie e le prepotenze. Così che, tutti insieme, l’Italia possa diventare un Paese dove il crimine organizzato non sia così radicato nell’economia, nella società e nella cultura.

Infine si consiglia a tutti quelli che volessero accostarsi al fenomeno della camorra, in maniera storica e non “letteraria”, un libro consigliato dallo stesso Saviano e firmato da un suo docente alla Facoltà di lettere e filosofia della Federico II, Francesco Barbagallo: si intitola “Storia della Camorra”, edito da Laterza.

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