Ha ormai una storia di più di 70 anni. È celebre in tutto il mondo per i suoi allestimenti spettacolari, per il palcoscenico galleggiante sul lago di Costanza, per le scenografie che sono diventate come delle istallazioni, enormi sculture visibili anche a distanza, che costituiscono un’attrattiva anche durante il giorno (gli spettacoli sono in notturna). Il festival di Bregenz prosegue felicemente la sua attività con gli spalti strapieni, con un flusso di spettatori che cresce negli anni, soprattutto nell’era di David Pountney, il regista inglese che ha voluto la massima spettacolarizzazione delle opere messe in scena sul lago, come Tosca (nel 2007), Aida (nel 2009), Andrea Chénier (nel 2011), Il flauto magico (nel 2013). Ma la regione austriaca del Vorlberg, di cui Bregenz fa parte, negli ultimi anni sta investendo molto nelle attività culturali, aprendo nuovi musei, valorizzando ogni memoria storica sul proprio territorio, trasformando l’arte in attrattiva turistica (la piccola città di Krumbach ha ad esempio affidato la progettazione delle fermate dell’autobus a giovani architetti provenienti da ogni parte del mondo, facendo così del percorso di quel bus di montagna una specie di esposizione di architettura en plein air), promuovendo diverse rassegne musicali, oltre ai Bregenzer Festspiele, come la Schubertiade che si tiene tra Hohenems e Schwarzenberg, e un festival di musica contemporanea (diretto da Clara Iannotta) a Bludenz, i Bludenzer Tage zeitgemäßer Musik.
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Il festival di Bregenz è però una rassegna dai grandi numeri, una macchina organizzativa ormai rodata alla perfezione. Sulle sponde del lago si è vista per il secondo anno la Carmen firmata da Kasper Holten, con l’enorme gioco di carte disegnato da Es Devlin: una pioggia di carte da gioco incorniciava lo spazio scenico, lanciate da due enormi mani femminili che uscivano dal lago, con le unghie smaltate di rosso e una sigaretta tra le dita. Tutto era volto alla massima spettacolarizzazione, come i giochi di luce (di Bruno Poet) e gli effetti pirotecnici: la sigaretta che si accendeva, i falò che evocano i segnali tra i contrabbandieri sulle montagne, i fuochi d’artificio che accompagnano il coro festante durante la corrida del quarto atto. C’erano poi i sorprendenti video di Luke Halls, che usava ciascuna delle carte come uno schermo, mostrando spesso primi piani dei cantati in scena. Un ruolo fondamentale (come spesso nelle ultime opere allestite a Bregenz) aveva anche l’acqua del lago: nel primo atto Carmen fuggiva di corsa dalle guardie, e dopo un rapido passaggio dietro una carta, una sua controfigura completava la fuga con un repentino tuffo nel lago; nel secondo atto le danze sfrenate da Lilas Pastia finivano con passi ritmati nell’acqua; nel terzo atto i contrabbandieri, che apparivano più dei pirati caraibici che dei fuorilegge ottocenteschi, con orecchini e costumi svolazzanti, arrivavano in scena a bordo di un motoscafo; alla fine dell’opera il drammatico dialogo tra José e Carmen avveniva non sull”arena”, ma camminando nell’acqua, e alla fine José non accoltellava Carmen, ma la affogava.

Insomma, uno spettacolo ricco di colpi di scena e molto dinamico, animato anche dalle belle coreografie di Signe Fabricius e dai pittoreschi costumi di Anja Vang Kragh. Notevole anche il costante miglioramento della tecnica di amplificazione, con un sofisticato sistema di 800 altoparlanti posizionati ovunque (ma quasi invisibili) che creavano una dimensione acustica molto naturale e ben riverberata. Perfetta la sincronizzazione tra il palcoscenico e l’orchestra, che suonava dentro il Festspielhaus, proprio sotto le poltrone del pubblico. Jordan de Souza, direttore canadese, appena trentenne, alla guida dei Wiener Symphoniker, ha offerto una lettura dinamica, scattante, dai ritmi serrati, grazie anche ad alcuni sapienti tagli. Il soprano ukraino Lena Belkina era una Carmen passionale, molto convincente in scena, e vera belcantista, dotata di acuti pieni e brillanti, bei centri, gravi non molto sonori ma sempre espressivi. Ottimo tecnicamente anche il Don José di David Pomeroy, bel fraseggio, omogeneo in tutta la gamma, ma un po’ impacciato sulla scena. Bellissima la voce di Corinne Winters, nei panni di una commovente Micaёla. Imponente il basso lituano Kostas Smoriginas, anche se privo della verve necessaria a Escamillo.

Ma il Festival di Bregenz non è solo questo. Il suo cartellone ha un’offerta molto varia. Nel Festspielhaus c’è stato un nuovo allestimento dell’opera piuttosto rara, Beatrice Cenci di Berthold Goldschmidt con la regia di Johannes Erath e Johannes Debus sul podio (e l’anno prossimo il Festipielhaus ospiterà Don Quiscotte di Massenet). Nella Werkstattbühne si è vista un’opera contemporanea, Das Jagdgewehr (Il fucile da caccia), opera prima del tirolese Thomas Larcher, fresco vincitore del premio Ernst Krenek della città di Vienna. Tratta dall’omonimo romanzo di Yasushi Inoue, Das Jagdgewehr raccontava un dramma familiare attraverso una musica eclettica, fatta di ondate tumultuose che sottolineavano bene il dolore, l’angoscia, la rabbia trattenuta dei personaggi, con improvvise bolle sonore che rimandavano a polifonie antiche, con squarci atmosferici, con momenti percussivi, con un piccolo coro in mezzo all’orchestra che accompagnavano il parlato dei cantati. Un continuo passaggio tra sonorità contrastanti, reso con molta fluidità ed grande precisione dall’Ensemble Modern diretto da Michael Boder. La regia di Karl Markovics, pulita, senza fronzoli, sfruttava molto bene le scene di Katharina Wöppermann, che sembravano fatte di cartapesta, costruite come degli origami. Nel centro storico di Bregenz, nel Theater am Kornmarkt, è andato poi in scena un Barbiere di Siviglia, esito finale del progetto Opera-Studio, fondato nel 2015 da Brigitte Fassbaender, che gli ha dedicato tutto il suo entusiasmo e la sua esperienza, selezionando giovani cantanti (veri talenti, molti dei quali già passati per il concorso Neue Stimmen), seguendoli in un ciclo di masterclass tenute durante l’anno, preparandoli per i diversi ruoli dell’opera rossiniana. Non paga di questo, la Fassbaender ha anche firmato la regia dell’opera con l’intentodi creare una commedia spiritosa e leggera, capace di fare ancora ridere gli spettatori. E nel complesso lo spettacolo ha funzionato, nonostante qualche insulsaggine (come le danze di enigmatici postini che sculettavano al ritmo di arie e duetti) e quale gag del tutto gratuita (come Berta che amoreggiava con un giovane postino). Tutto era guidato con brio intorno alla bella scenografia di Dietrich von Grebmer, un’enorme scrivania che aveva le proporzioni della casa di Bartolo, con sportelli e cassetti che diventavano altrettanti spazi e passaggi e con alcuni effetti luminosi e meccanismi telecomandati (Bartolo usava il telecomando alla fine anche per “spegnere” il direttore d’orchestra). Ottimo il “ast: il baritono sudafricano Martin Mkhizes era un Figaro dinamico e pieno di energia, il mezzosoprano bulgaro Svetlina Stoyanova una Rosina dalla voce morbida, sonora in tutti i registri, con una naturale agilità, da tenere d’occhio. Bravo anche il basso Misha Kiria, un Bartolo dalla voce solida e dotato di una velocità di articolazione sorprendente: la sua figura imponente creava un impatto visivo molto comico quando si confrontava con il minuto Almaviva di Linard Vrielink, tenore olandese dal fraseggio elegante e con la giusta agilità. Ben caratterizzato il Basilio del russo Stanislav Vorobyov, pallido e stralunato. Sul podio della giovane Orchestra sinfonica di Vorarlberg, Daniele Squeo, che ha iniziato i suoi studi al Conservatorio di Monopoli, ha dimostrato polso e maturità, mettendo in risalto i colori più brillanti della partitura.

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