Hanno esultato le donne del centro destra per il disegno di legge contro burqa e niqab (i veli islamici integrali). Approvato alla commissione affari costituzionali (voto contrario del Pd, astensione di Fli, Udc, e Idv), sarà discusso in aula a settembre.

Prevede che la donna che indossi il velo integrale sia passibile di una multa di 500 euro, e chi l’ha costretta fino a 30 mila euro e fino a un anno di carcere.

Sarà poi interessante dimostrare in che modo il marito abbia costretto la moglie a indossare il velo, e in che modo si possa entrare nella vita privata di due coniugi, all’interno di clan chiusi, e stabilire l’avvenuta imposizione. Sarà anche interessante capire che fine farà la donna che vada ad esempio a denunciare il marito che impone veli, visto che in Italia stanno chiudendo anche i centri anti-violenza. E se per caso a questa donna verrà garantito un inserimento sociale, un lavoro, una casa, e immaginiamo una protezione…

In Francia comunque la legge anti-burqa è già in vigore.

Ma non va confusa, anche se entrambe investono simboli religiosi, o meglio, tradizioni più o meno integraliste, con la legge del 2004. Questa, approvata con larghissima maggioranza dall’Assemblé Nationale (494 voti a favore e 36 contro) riguardava il divieto di esporre in modo evidente simboli religiosi nelle scuole, quindi hijab, kippa, turbanti e croci cristiane. Ammessi solo simboli discreti.
Chirac commissionò un lungo studio a Bernard Stasi, che diede appunto il nome alla commissione Stasi (che non è la polizia politica tedesca). La legge non si applica agli abiti dei genitori e degli studenti nelle università.

Da noi una Commissione Stasi, non potrebbe neppure essere pensata, perché aprirebbe una voragine incolmabile e un dibattito senza fine tra stato, chiesa e laicità che nessuno ha interesse a aprire. Quindi per la Francia le aule delle scuole italiane e la Lega nella sua guerra di gadget a forma di croce o di fiorellini di montagna, sarebbero totalmente fuori legge.

Per cui si è pensato di copiare la Francia con l’anti-burqa. In Italia consiste in una piccola estensione della legge relativa all’obbligo di mostrare la propria identità in luoghi pubblici, vigente dal 1930. Inoltre anche il decreto antiterrorismo del 2005, penalizza chi tenta di nascondere la propria identità, e può già interferire con chi scelga di vestirsi con abiti come il burqa. Le donne musulmane si consideravano libere di portare il velo in pubblico.

Con la legge proposta oggi si aggiunge una maggiore restrizione a burqa e niqab. Questo per regolamentare una questione che riguarda un centinaio di persone in tutto il paese, su 1,25 milioni di musulmani. In compenso ci si aspetta un poderoso ritorno mediatico. E il tutto a costo zero.

In Francia l’ anti-burqa è entrata in vigore l’11 aprile 2011 dopo interminabili polemiche ed è stata pubblicizzata con 100. 000 manifesti e 400.000 depliant che riguardano meno di 2000 donne. Tante sono le persone che in Francia portano il velo integrale su sei milioni di musulmani.  

In cambio si è accesa e radicalizzata una contrapposizione culturale riuscendo a fare del burqa non il simbolo della sottomissione del genere femminile, come tutti cercano di fare anche in Italia, ma dell’incapacità di una società di tutelare le proprie minoranze.

I manifesti con cui in Francia si è comunicata la nuova legge, raffiguravano l’ennesima Marianna. Non quella rivoluzionaria a seno scoperto, ma una modello Restaurazione con corpetto stretto, accollata e pudica. La scritta: “La République se vit à visage découvert”. La Repubblica si vive a viso scoperto.
Almeno su questo siamo certi che l’Italia paese di logge e di cricche, nessuno avrà il coraggio di imitarli.

L’ applicazione della legge in Francia pone, come era stato ampiamente previsto, non pochi problemi. Uno fra questi, è che si deve definire lo spazio pubblico in cui esercitare il divieto. Se una donna ad esempio si trova su un mezzo di trasporto pubblico è passibile di multa. Niente multa se invece guida un’ automobile su una strada perché l’automobile è uno spazio privato.
Ma a questo punto si prevede il codice stradale:“guida pericolosa”.

Due ragazze, con una performance significativa per le strade Parigi, hanno messo in evidenza la marea di ridicole contraddizioni che si snodano con il divieto del velo integrale. Non ultima l’ingiunzione continua alle donne occidentali, da parte del mercato, di denudarsi e di identificarsi in questi modelli in vendita, chiamati da molti “libertà”. (vedi video)

In Italia, se la legge prendesse il significato puro e semplice di doversi rendere riconoscibili, avrebbe molto senso quanto afferma Emma Bonino a riguardo: “indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola le leggi dello stato e il concetto della piena assunzione della responsabilità individuale”.

Ma l’analisi della questione va fatta esclusivamente sul piano delle comunicazione e della volontà di immissione dell’argomento nel circuito mediatico nazionale.
Visto che la legge vuole comunicare ben altro dal suo scopo eventualmente accettabile che è appunto quello evocato da Bonino. E visto che soprattutto la legge non riguarda nessuna libertà di nessuna donna, ma la strumentalizzazione di questa per veicolare altri messaggi.

Osserva Renata Pepicelli in Femminismo Islamico (Carrocci, 2010) “ In Afghanistan, liberare le donne dal burqa e dai talebani è stato uno dei principali argomenti della propaganda militare statunitense, e non a caso le prime immagini dell’ingresso delle truppe americane a Kabul ritraevano donne sorridenti e a volto scoperto. In Iraq , una volta smentita la presenza di armi di distruzione di massa , la motivazione addotta per giustificare l’occupazione militare è stata la volontà di costruire regimi democratici che salvaguardassero diritti umani, in particolare quelli femminili”.

Così ha commentato la ministra Carfagna che fa spesso richiamo a questioni culturali e di libertà, ma mai quando riguardano l’Italia:
“Il velo integrale non è mai una libera scelta ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate, aiutarle a uscire dai ghetti culturali nei quali tentano di rinchiuderle”.

Così anche per la legge sul burqa, la più goffa e ridicola delle difese è che nessuna donna porta questi veli liberamente.
E’ davvero questo quello che interessa? O è l’intero paese a essere finito dentro il burqa come precipitato dentro un’enorme sottana?

Proprio per cultura e tradizione arretrate l’Italia ha delegato il più possibile welfare alle donne.
Servizi che avrebbero dovuto essere forniti dallo stato ma che con il generico termine di “famiglia” si assegnano alle donne. Con una sorta di “premio” alla fine che consisteva nella pensione a 60 anni anziché 65. La Ue, e ora anche i rimedi anti crisi, hanno imposto all’Italia di uniformarsi al resto dell’Europa e di innalzare l’età pensionabile delle donne a 65 anni.

Questo ha portato allo stato 4 miliardi di euro, la cui destinazione per politiche di conciliazione, e lavoro delle donne, è stata fatta oggetto di una legge emanata dallo stesso centro destra.

In violazione della sua legge, il centro destra ha distratto, o meglio, ha sottratto questa cifra dalla destinazione stabilita per   riparare buchi di bilancio.

Se un asilo nido della capitale costa 600 euro al mese, e i posti sono limitati, la scelta per una donna che vuole lavorare è appunto una sterilità auto imposta, che si completa con i molti episodi di firma di “dimissioni in bianco”. Cioè una carta in bianco che viene fatta firmare dall’imprenditore all’impiegata che in caso di maternità fingerà “liberamente” di dare le dimissioni.

Con ogni evidenza delle donne italiane non se ne possono occupare le donne del Pdl, che si danno una ragion d’essere nella scena politica ma soprattutto mediatica, appunto con battaglie come questa del velo. Non ultime le grottesche performance di Daniela Santanché alla quale è stata assegnata una scorta dopo che questa ha strappato il velo a delle musulmane in preghiera e gridato in tv che “Maometto era un pedofilo” (Pomeriggio Cinque, Mediaset)

Occuparsi di “liberare le donne islamiche” evita di porre all’esame dell’opinione pubblica, sempre più impaurita e confusa, una serie di diritti delle donne faticosamente conquistati, che si stanno frantumando a velocità inaudita, imbrigliati con questioni di lavoro.

Non avevano neppure finito di approvare il disegno di legge, che il risultato della eco mediatica si è fatto sentire qualche giorno dopo.

Una donna al mercato di Milano di piazza Langosta si è proiettata su due in niqab, strappandogli il velo al grido: “mi fate paura!”. Invocava poi le guardie e che queste applicassero la legge, che però ancora non è stata emanata.

Ma non sarà “la donna nera” una delle tante facce della paura della nazione?

Il Velo Integrale diventa così uno dei tanti vettori attraverso cui affermare il concetto di identità occidentale, che ben si appaia con le “ crociate” di Bush nate, guarda caso, quando l’Occidente stava perdendo la sua supremazia economica. La Francia di Sarkozy si è perfino dotata di un ministero dell’Identità Nazionale e dell’Immigrazione. Definito giustamente, all’epoca della sua creazione nel 2007 “ministero-muro”, per la ridicola contrapposizione che poneva.
Come ha molto ribadito Marine Le Pen dopo il massacro di Oslo “la questione che si pone oggi è quella identitaria”. Così anche il ministro degli Interni francese Guéant nel rispondere alla valanga di pernacchie che gli sono arrivate con questa legge anti-burqa sfodera il problema dell’identità e “dei francesi a casa loro”. Che in Italia corrisponde al leghista “padroni a casa nostra”, e alle varie zingaropoli su cui è stata costruita la fallimentare campagna milanese.

Ogni parte di mondo ritiene che la propria identità sia quella giusta e   che sia giusto imporla agli altri. Perciò anche nel mondo arabo è accesissima la questione identitaria, che a buon bisogno, ritiene essere superiore e migliore di quella occidentale. E nel velo (tutti i tipi di velo, hijab compreso) è infatti molto forte l’idea dell’affermazione della propria identità, e di messa al riparo dalla corruzione del mondo occidentale. Un’esigenza di escludere lo sguardo dell’altro e di restarne fuori. Che corrisponde alla stessa chiusura dell’Occidente. Solo che alcune donne rappresentano e vivono questa chiusura sul loro corpo.

La migliore definizione, sul tema identitario del mondo arabo e perfettamente calzante anche per noi, la fornisce Adonis, uno dei più grandi poeti arabi viventi :

“Tutti parlano dei identità. Mi fa riflettere molto. C’è una concezione secondo cui l’identità è qualcosa di prefabbricato, cioè si eredita la propria identità come si eredita una casa o un terreno. Dunque c’è la nozione di identità precostituita. Poi c’è un altro senso di identità che è fondato sull’appartenenza religiosa. Io sono contro sia l’una che l’altra. L’essenziale è l’essere umano, non è la società, non è la Umma [comunità di musulmani] nel senso religioso del termine, giacché è l’essere umano che fa un quadro, è lui che scrive una poesia, è lui che compone la musica.. e non è un popolo, non è la Umma. E’ l’individuo. Quindi un’identità è totalmente legata alla creazione. E poiché la creazione si basa su ciò che è sconosciuto e non è mai la ripetizione di un’altra cosa, per me è l’uomo che crea la sua identità fabbricando egli stesso la sua opera. L’identità è un’apertura. L’essere umano non viene dal passato, ma viene dall’avvenire. E questa per me è l’identità. Una creazione perpetua.” (da un’intervista a “Red Tv” con Sabina Ambrogi ).

 

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