L’alienazione parentale è un tipo di strumentalizzazione usata da un genitore che vuole trasformare i figli in una sua proprietà, ottenendone esclusivo affetto e ammirazione, escludendo dalla loro mente l’altro genitore. Si tratta di un abuso emotivo nei confronti dei figli che vengono manovrati da un genitore, “spronati” velatamente per ottenerne vantaggi di vario tipo.

 
I figli sottoposti ad alienazione parentale subiscono una vera e propria programmazione mentale che si articola in diversi punti come per esempio rendere i figli sempre accondiscendenti al proprio volere, renderli estremamente leali nei propri confronti, cercare di influenzare anche i loro amici che altrimenti vengono allontanati.

Programmazione mentale
Questo programma prevede oltretutto una continua verifica e messa alla prova, soprattutto dell’accondiscendenza e della lealtà, in modo da correggere il tiro. In pratica viene messo in atto un programma che in piccolo ricorda quello delle sette.
Ma come può un genitore ottenere questa possibilità di controllo sui figli? Si possono distinguere due strategie principali che di regola vengono usate contemporaneamente, ma attivate con lieve successione e aggiustamenti reciproci. Vediamole in ordine.

 

Prima strategia: io sono il genitore migliore
La prima cosa che si preoccupa di stabilire il genitore alienante è la sua superiorità. Per raggiungere questo scopo attiva una campagna di denigrazione dell’altro genitore, tanto che in casa diventa un offesa dire: “sei proprio come la mamma” o “sei proprio come il papà”. Denigrando l’altro genitore, l’alienante può ottenere ubbidienza da parte dei figli, infatti diviene una minaccia psicologica “se non fai questo vuol dire che sei come tuo padre” oppure “la mamma combina di queste cose, mica le combinerai anche tu”, queste frasi possono assumere anche una connotazione indiretta, ovvero criticare il comportamento del partner perché i figli sentano e si comportino di conseguenza, oppure raccontando aneddoti sul genitore alienato, arrivando addirittura a far dubitare sul tipo di relazione che intercorre con questo genitore.
Mentre denigra l’altro genitore, l’alienante attiva un’azione di propaganda verso se stesso, sottolineando la propria grandezza e le proprie gesta straordinarie, così da essere visto come àncora di salvezza da parte dei figli. E nella testa dei bambini alla sfortuna di un genitore inetto si affianca la grande fortuna di un genitore supereroico.
In questo modo il genitore alienante diviene l’unico che può educare e insegnare qualcosa ai suoi bambini, talvolta dimostrando loro che è l’educatore anche dell’altro genitore, stabilendo quindi una gerarchia agli occhi dei figli che pian piano spostano il genitore vittimizzato sempre più in basso anche rispetto a loro stessi. I figli arrivano addirittura a divenire delle spie sui comportamenti ritenuti sbagliati del genitore alienato, il quale spesso diventa anche motivo di pettegolezzo.

 

Seconda strategia: nessuno vuole perdere l’amore del migliore!
Avendo stabilito di essere la fortuna per i figli, a questo punto il genitore alienante fa leva sulle loro paure di perdere il suo affetto: nessuno vuole perdere la proprio àncora di salvezza, nessuno vuole perdere l’amore del migliore dei genitori. È ovvio che quanto appena detto è un provocazione, il migliore dei genitori non minaccerebbe il proprio figlio, soprattutto usando come merce di scambio i sentimenti, ma i bambini non possono capire questo controsenso e ne accettano con timore il ricatto, pensando di dover essere meritevoli di un amore “tanto grande” da una persona “tanto perfetta”.
E il genitore alienante fa proprio questo, sottolinea il suo grande amore, come se fosse un amore particolarmente grande, ma paradossalmente non dovuto: questo amore va meritato!
Si attiva così una non troppo velata minaccia di abbandono o di privazione di questo “grandissimo amore”, una minaccia che potrà sommarsi alla paura di perdere l’ammirazione di questo genitore perché, per esempio, ci si comporta come l’altro o perché non si fa quanto richiesto. Senza averne probabilmente nozioni il genitore alienante mette in moto una sorta di condizionamento operante, dove il topo ha due levette da scegliere, una gli darà la scossa e l’altra il formaggino.

 

Dalla sindrome di alienazione al mobbing familiare
La paura di perdere l’amore di colui che viene considerato come punto di riferimento se da un lato porterà a soddisfarne e accondiscenderne ogni richiesta, dall’altro porterà alla perpetuazione di comportamenti di rifiuto del genitore debole, il quale diverrà non solo un utile capro espiatorio, ma anche collagene per il rapporto con l’altro genitore: proprio come un pettegolezzo che unisce gli individui.
Si noti quindi come con la prima strategia inizi il mobbing da parte del genitore alienante nei confronti del partner e come nella seconda il mobbing si perpetui dai figli nei confronti del genitore alienato.
Il genitore mobber avrà manovrabili complici nella perpetuazione di questa violenza; i giovani complici inizieranno un mobbing ancora più feroce poiché coinvolge il ben più rigido sistema di giustizia dei bambini, risultando particolarmente doloroso per il genitore che lo subisce.
I figli sentiranno infatti una complicità particolare tra loro e il genitore mobber e vedranno completamente al di fuori l’altro, il quale verrà talvolta addirittura compatito. I figli cominceranno manifestamente a giudicare i comportamenti ritenuti scorretti del genitore più debole (imitando l’altro genitore considerato quello giusto) lo confronteranno con l’altro e con loro stessi, arrivando a farlo sentire inadeguato e carente. Di questo non potrà che avvantaggiarsene ulteriormente il genitore carnefice collocandosi ancor più in una situazione di superiorità: pian piano diverrà infatti l’unico punto fermo e stabile della vita del bambino, il quale si legherà patologicamente a questo genitore.

 

Ambienti fertili per la sindrome di alienazione parentale
Solitamente l’alienazione parentale viene messa in atto nelle coppie in crisi, proprio per arrivare alla separazione mobbizzando il partner, o ancora più tipicamente viene messa in atto durante la separazione vera e propria. I genitori che praticano con coscienza questa alienazione considerano i figli non come delle persone, ma come dei mezzi per ottenere potere nei confronti del coniuge, talvolta per ottenere vendetta.
Spesso nelle separazioni è addirittura possibile che entrambi i genitori strumentalizzino il figlio, portando in esso una situazione di notevole disagio e incertezza quasi paralizzante.
Ma se è vero che il più delle volte questa sindrome è messa in atto nelle coppie in separazione, a volte può capitare anche nelle coppie non divise, in questo caso vengono usati meccanismi più sottili a livello psicologico, proprio perché non ci si può avvalere di una distanza fisica reale tra il bambino e il genitore che si vuole alienare, quindi non potendolo allontanare fisicamente si cerca di allontanarlo psicologicamente.
Proprio l’importanza del tipo di distanza con l’uno o con l’altro genitore fa sì che di solito siano le madri (che solitamente stanno più tempo insieme ai figli) a trovare più facilità nel portare avanti con successo questa sindrome rispetto ai padri.

 

Auto-distruzione e auto-lesionismo. Chi sono le vittime
Questo tipo di mobbing vede quindi due vittime: il genitore debole che ovviamente patirà dolore dalla situazione – si pensi al dolore che può provare chi non riesce farsi amare o considerare pienamente dai figli -, e i bambini che vengono derubati dell’amore che avrebbero potuto provare anche per l’altro genitore. Questa perdita è paragonata a un lutto vero e proprio, è una perdita di una parte di sé, delle esperienze d’affetto che si sarebbero potute vivere con entrambi i genitori invece di concentrarsi in un mobbing programmato.
Purtroppo questa patologia è velata ed è difficile da riconoscere (se non con una attenta osservazione e criticità), ma in realtà porta seri problemi in entrambe le vittime. Nella “vittima genitore” rischia di creare una profezia che si auto-avvera trasformando l’individuo in inetto e inadeguato, oltretutto convinto della sua inferiorità e manchevolezza.
Nella vittima figlio, non solo porta a tutti i disagi relativi all’aver subito una sorta di “lavaggio del cervello” che poco spazio lascia al proprio pensiero, ma porta anche altri tipi di problemi associati a tale condizione quali: sensi di colpa, auto-colpevolizzazioni, mortificazioni, auto-distruttività, auto-lesionismo, vulnerabilità alle perdite, vulnerabilità ai cambiamenti, paranoia, narcisismo.
Altre volte ancora può portare a devianze o problemi sessuali o di identità di genere, allo sviluppo di comportamenti devianti o di atti criminali, alla mancanza di sensibilità, alla difficoltà a valutare le persone, alla difficoltà a provare simpatia o antipatia.
Vi possono essere infine diversi tipi di regressione, per esempio di tipo morale in cui esiste una netta separazione tra bene e male, e regressione nello sviluppo psicologico e cognitivo dell’individuo, il quale si trova ad essere confuso, confondendo soprattutto ciò che è vero da ciò che è stato programmato dal genitore.
Altri problemi sono le rivalità feroci tra fratelli per ottenere l’amore del genitore considerato “migliore”, e quando avranno dei figli diventeranno a loro volta genitori per apprendimento programmanti.
L’intensità e la gravità di questi effetti si avranno a seconda delle tecniche che verranno usate, della loro severità, dall’età in cui sarà cominciata la programmazione mentale, dall’intensità, dal tempo di durata, dallo sviluppo cognitivo e di personalità del bambino, e dalla capacità o meno di uscirne fuori.

 

Lavaggio del cervello e sindrome di alienazione parentale
Non si può parlare di sindrome di alienazione parentale quando il genitore alienato abbia realmente messo in atto comportamenti deplorevoli sui figli, per esempio un genitore che viene giustamente allontanato perché ha seviziato il figlio non può pretendere di sostenere che vi sia stata sindrome di alienazione parentale, a meno che le sevizie non siano state una messa in scena del genitore alienante.
Richard A. Gardner lo psichiatra che per primo ha individuato l’esistenza di questa sindrome ha tenuto a specificare che vi è differenza tra sindrome di alienazione parentale e totale “lavaggio del cervello”. Egli sostiene infatti che nel così detto “lavaggio del cervello” l’individuo sia totalmente passivo, mentre nella sindrome di alienazione parentale è parte attiva, come se godesse di alcuni vantaggi dalla situazione (non è un caso che l’apice di tale sindrome sia nell’adolescenza) e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui non ci si ribella ad essa.
La sindrome di alienazione parentale vede quindi una sorta di “responsabilità” nei figli e nelle loro personalità, infatti si sostiene che questo tipo di sindrome difficilmente attecchisca in bambini dall’indole autonoma e indipendente, mentre trovi terreno fertile in coloro che hanno una bassa autostima, che sono facili ai sensi di colpa o che presentano disturbi emotivi. Ma se questo è vero, non si può negare che un bambino che arriva a 8 anni (età in cui può cominciarsi ad individuare palesemente la sindrome di alienazione) con un carattere così strutturato ha probabilmente subito una programmazione caratteriale partita dall’infanzia. Vista in quest’ottica, la sindrome di alienazione non si discosta troppo dal lavaggio del cervello. Tutt’al più se si vuole trovare una differenza concreta tra questi due tipi di programmazione mentale si può sostenere che mentre il “lavaggio del cervello” non per forza debba essere fatto per alienare l’altro genitore, o che comunque questo non sia lo scopo principale, invece tale diviene lo scopo nella sindrome di alienazione parentale.
Infine è ovvio che non si possa parlare di sindrome di alienazione parentale, quando i meccanismi attivati tra i genitori siano semplici giochi messi in atto nel rapporto di coppia, in cui vi siano determinati ruoli. Ciò che diviene però importante in questi casi è che arrivi ai figli il messaggio che si sta solo giocando.
I figli non appartengono ai loro genitori come pupazzi a un burattinaio, manovrarli per i propri scopi è ingiusto e fuori natura, neanche gli animali aspettano la morte per restituire ai loro cuccioli il pieno possesso delle loro vite. La vita che si mette al mondo parte da un “egoistico” piacere di assicurarsi la sopravvivenza dei propri geni, dunque i nostri figli non ci devono niente, tutt’al più siamo noi che dobbiamo qualcosa a loro, solo in questo modo oltre ai geni potremo assicurarci un angolo di eternità per raccontare quello che siamo stati.

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