Ogni volta che un’azienda dichiara forfait, si creano strascichi di natura fiscale, amministrativa e giudiziaria rilevanti.

Quando una società chiude i battenti, il fenomeno coinvolge oltre che ovviamente il fisco, il quale non riesce più a recuperare quanto dovuto, anche una serie di soggetti quali i fornitori, le altre aziende comunque collegate con la società fallita e soprattutto i dipendenti, i quali non solo subiscono la conseguenza del mancato recupero delle retribuzioni e del TFR (come vedremo l’INPS ben difficilmente provvede in tal senso), ma si trovano esposti sul mercato del lavoro, spesso in un’età non più giovanile, allorché è difficilissimo se non impossibile trovare un’altra occupazione.
Questo effetto boomerang comporta la contrazione dei consumi ed ulteriori fallimenti e chiusure a catena.
Chiusure che appaiono particolarmente gravi, anche perché non si riferiscono ad aziende “malate” o comunque già in difficoltà, bensì come ben sanno i professionisti, ad aziende spesso con una storia ultradecennale che non sono però in grado di resistere alla contrazione del mercato ed alle pretese fiscali e contributive fuori da ogni ragionevolezza.

BLOCCO DELL’INIZIATIVA PRIVATA

La cosa più grave dall’esame delle varie situazioni è che, a fronte di una continua chiusura di società ed aziende, non corrisponde una analoga apertura di nuove attività commerciali, con ragionevoli probabilità di successo.
Il fatto è che l’iniziativa privata, vero motore di ogni sistema economico, oggi non funziona più.
Ciò deriva da alcune situazioni contingenti e da scelte sbagliate, che sostanzialmente possono così sintetizzarsi:

A) Mancanza di finanziamenti

Gli istituti bancari non sono più in grado di garantire finanziamenti con la stessa facilità che sussisteva in precedenza e soddisfano la richiesta di mutui solo in presenza di garanzie certe e sicure, stante l’elevatissima percentuale di sofferenze a seguito di crediti concessi e non onorati.

B) Assoluta insicurezza del rispetto delle norme

Questo è un punto rilevante, laddove nel nostro sistema legislativo, a differenza degli altri Stati europei, sussiste una miriade di norme di vario genere relative all’apertura di attività commerciali, (ma anche di un semplice negozio), che pongono l’imprenditore privato in una situazione di totale incertezza.
Costoro non sanno mai con sicurezza se vengono rispettate tutte le discipline relative all’attività commerciale intrapresa, agli obblighi contributivi, previdenziali, fiscali connessi con l’attività che si vuole esercitare, fino a giungere ad operazioni banali come per esempio l’apposizione di un’insegna o la distribuzione di pubblicità.
Allorché infatti si presenta uno degli innumerevoli ispettori (che arrivano puntuali non appena viene aperta un’attività commerciale di qualsiasi genere e natura), l’imprenditore non ha alcuna certezza di essere assolutamente in regola con la miriade di norme, regolamenti et similia che vengono in continuazione emanati, favorendo tra l’altro, un simile stato di cose, anche la corruzione spicciola in danno degli esercenti.

C) Parametri assurdi nell’applicazione delle sanzioni e delle multe

Come è noto, per evitare la violazione delle norme statali e locali, lo Stato commina sanzioni, multe, sovrattasse per importi che farebbero inorridire un usuraio.
Si tratta di richieste economiche talmente elevate che, di fatto, portano rapidamente al fallimento dell’azienda.

D) Fiscalità eccessiva

E’ comprensibile che pochi giovani siano disposti a correre il rischio di cercare di aprire una nuova attività commerciale, laddove la pressione fiscale è giunta a livelli insostenibili.
Attualmente a causa delle manovre economiche poste in essere e di quelle precedenti, il meccanismo fiscale in Italia ha pochi confronti nel mondo, giungendo a superare il 45% del PIL (e non sono parole nostre ma del Presidente della Corte dei Conti).
Accostando a tale dato oggettivo il fatto che lo Stato, per le proprie necessità di sostentamento, esibisce i muscoli, paventando e minacciando esplicitamente controlli a destra e manca della polizia tributaria e degli altri organi ispettivi, (con la grancassa dei mass-media), è facile comprendere quanto sia disincentivata qualsiasi iniziativa privata, la quale per ottenere un utile dovrebbe superare i costi oggettivi dell’azienda, gli oneri fiscali, previdenziali, ed anche se riesce a doppiare il capo del pareggio di bilancio, rischia di affondare allorché arriva puntuale una qualche sproporzionata sanzione.

INESISTENZA DI TUTELA PER I LAVORATORI ESTROMESSI

Ciò che colpisce ulteriormente è che a fronte di tali gravosissime sanzioni, non sussiste diversamente alcun reale corrispettivo da parte dello Stato o delle amministrazioni previdenziali per i lavoratori estromessi.
Basti dire che l’Inps, che in un momento come questo dovrebbe supplire al pagamento del TFR e delle ultime tre mensilità dovute ai lavoratori licenziati per chiusura dell’azienda, di fatto non provvede.
Il Fondo gestito dall’Inps infatti, che è tenuto a versare ai lavoratori dipendenti di aziende private che abbiano cessato il rapporto di lavoro subordinato quanto essi non hanno ricevuto dal datore di lavoro, di fatto non adempie.
Si pretende infatti che il lavoratore attivi un pignoramento contro il datore di lavoro e poi una procedura fallimentare, con ciò imponendo al dipendente di sostenere i rilevantissimi costi di un’esecuzione forzata sicuramente negativa e poi costringendolo a partecipare ad un fallimento, la cui durata è prevedibile in due/cinque anni.
Quindi di fatto non viene versato alcunché al lavoratore, se non di rado o dopo periodi lunghissimi, quando il supporto economico non risolve più nulla.
La cosa più singolare è che la normativa Inps non tiene conto della successiva evoluzione della disciplina del fallimento, laddove il lavoratore che abbia maturato un credito inferiore a 30mila euro (e quindi sia impossibilitato a proporre per il limite di legge, l’istanza di fallimento) ovvero che si trovi in situazioni in cui il datore di lavoro non può fallire per mancanza di requisiti soggettivi previsti dalla nuova legge fallimentare, non riceverà mai nulla dall’INPS.
In questa maniera oggi numerosissimi dipendenti che hanno perso il posto di lavoro, non ottengono nulla per la cattiva interpretazione della normativa (o più fondatamente per la volontà di ridurre gli oneri a carico dello Stato).

I PROVVEDIMENTI DEI NOSTRI VICINI

Se negli altri Stati europei, la situazione non è dissimile da quella italiana, tuttavia le misure poste in essere sono nettamente differenti, non tanto per ciò che riguarda gli incentivi alle aziende con l’alleggerimento di alcune imposte, favorendo assunzioni e in tema di mantenimento dei posti di lavoro, quanto perché tutto il sistema ruota su un diverso rapporto di fiducia cittadino-amministrazione.
Si consideri che in numerose legislazioni, a differenza di ciò che avviene in Italia, allorché giunge un ispettore presso l’azienda, sia esso dell’equivalente Fisco o dell’Inps, della ASL o un Vigile Urbano, non viene subito applicata la sanzione, ma viene contestata per iscritto la violazione e (almeno per quelle non rilevanti), concesso un breve termine per regolarizzare.
Tale sistema offre al piccolo o al grande imprenditore un rapporto di fiducia con l’amministrazione, laddove non vengono subito comminate sanzioni, sovrattasse, penali o quant’altro per importi astronomici, bensì si concede un termine ragionevole per regolarizzare la situazione illegale che si è riscontrata, al più applicando in caso di immediata adesione, modeste multe.
In tal maniera da un lato non si “affossa” l’azienda e dall’altro si crea un diverso rapporto con lo Stato, nel senso che i controllori passano da un ruolo di aguzzini nella migliori delle ipotesi, a consiglieri, cioè a soggetti che evidenziando le violazioni, concedono la possibilità, con un successivo controllo, di regolarizzare la violazione.
In secondo luogo si evita il triste fenomeno delle bustarelle e simili, che trovano facile terreno proprio nella eccessiva entità degli importi richiesti dallo Stato e nell’incomprensibilità delle norme

I PICCOLI CHIUDONO ED I GRANDI EMIGRANO

Con un sistema così minacciosamente vessatorio, come quello che oggi vige in Italia, unito ad una catastrofe economica, per ciò che è dato vedere nell’ambito degli studi professionali, emergono due realtà.
Da un lato le imprese esistenti, anche se sane, si stanno avviando verso la chiusura e il declino, diventando il legale o il commercialista colui che deve provvedere a tutte le pratiche della cancellazione dell’impresa, alle transazioni con i creditori o peggio all’assistenza per la procedura fallimentare.
Dall’altro sussiste il fenomeno di cui nessuno parla, ma evidente, per cui i grandi capitali, inclusi quelli investiti in immobili, (settore oggi fra i più disastrati e penalizzati) ha ripreso il trasferimento all’estero con sistemi più o meno legali (stipulazioni di polizze, operazioni societarie, immobiliari, ecc.) in quanto chiunque prima di fallire cerca ovviamente una soluzione alternativa.

L’OFFERTA PUBBLICITARIA DEI PARADISI FISCALI A NOI VICINI

Non è un mistero infatti che moltissimi soggetti dall’elevato patrimonio (e non solo gli imprenditori), stanno trasferendo i loro interessi all’estero, in genere in modo legale. Ciò consegue anche ad una notevole pubblicità che è stata attivata dalle amministrazioni estere di località che, pur non apparendo quali paradisi fiscali, tuttavia garantiscono una tassazione molto più modesta, unita ad una legislazione comprensibile e priva di bizantinismi, come attualmente avviene per esempio per Malta, Cipro, l’Isola di Mann e l’Irlanda.
Malta per esempio, sta proponendo offerte vantaggiose a pieno ritmo nei confronti di varie figure imprenditoriali italiane, garantendo facili e vantaggiose locazioni degli immobili acquistati e proponendosi quale destinazione non solo per ricchi, ma anche per modesti pensionati.
Facilmente si può ottenere la residenza permanente (basta dimostrare che si dispone di un reddito annuo di circa 30mila euro o beni per almeno 450mila euro), ed il governo locale sta attirando cittadini esteri e capitali con grande successo.
Una volta ottenuto il permesso di soggiorno permanente si può procedere all’acquisto degli immobili in loco con dei requisiti estremamente flessibili.
Lo Stato garantisce a fronte di un tenore di vita alto, ottime strutture mediche e scuole, università eccellenti, ristoranti, casinò, golf e con un tasso di criminalità estremamente basso.
Il costo della vita è modesto e le proprietà immobiliari offerte hanno prezzi estremamente ragionevoli rispetto al rendimento, soprattutto proponendo l’amministrazione una tassazione accettabilissima sia sul reddito, sia sui beni acquistati.

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