Tra i medici che lavorano in prima linea nell’ospedale dedicato ai casi di Covid-19 di Lodi, in Lombardia, c’è anche un giovane saudita. Si tratta di Nasser Alabdulaaly, il quale ha rifiutato di aderire al piano di rimpatrio organizzato dalla sua ambasciata in Italia, dopo lo scoppio della diffusione del coronavirus, per rimanere in Lombardia ed aiutare il sistema sanitario nazionale italiano.

“Vivo a Pavia dove mi sono laureato nel marzo dello scorso anno alla facoltà di Medicina e chirurgia”, ha spiegato Alabdulaaly ad “Agenzia Nova”. “Ero negli ultimi mesi alla ricerca laurea medico saudita lodidi un corso di un anno in un ospedale universitario per arricchire le mie conoscenze mediche. Sfortunatamente, con l’inizio della diffusione del coronavirus nel nord Italia, il mio supervisore mi ha detto che avevano rinviato il programma. Nel frattempo l’ambasciata saudita a Roma si stava preparando a rimpatriare i suoi cittadini, quindi mi hanno contattato e mi hanno offerto di tornare a casa, ma mi sono rifiutato”, ha spiegato medico neolaureato.

Il giovane saudita ha quindi deciso di restare in Lombardia. “Con l’inizio della quarantena, una maggiore diffusione dell’infezione, ascoltando la sirena delle ambulanze ogni mezz’ora e l’urgente necessità di medici in Italia, onestamente mi sentivo male a stare con le mani in mano ed ho pensato fosse necessario dare il mio contributo al servizio sanitario italiano. Pertanto, ho contattato la Regione Lombardia offrendo loro la mia collaborazione”. I dirigenti dell’Asl di Pavia “erano molto felici della mia disponibilità e mi hanno offerto di lavorare in quattro città diverse: Cremona, Brescia, Bergamo e Lodi. La mia scelta è ricaduta su Lodi, sapendo che era l’epicentro del Coronavirus in quel momento”.

Arrivato a Lodi il giovane medico saudita si è trovato davanti ai colleghi italiani sopraffatti dal tanto lavoro. “Abbiamo iniziato a lavorare come una famiglia. I pazienti e le loro cari hanno apprezzato il lavoro del personale medico”, ha aggiunto Alabdulaaly. Lavorare esclusivamente con pazienti positivi affetti dal coronavirus e specialmente con casi critici “significa che quando muoiono, sono io che devo chiamare le loro famiglie e dare la brutta notizia: credetemi è una missione molto dura, specialmente quando ti chiedono e ti pregano di permettere loro di vedere il congiunto per dare l’ultimo saluto, cosa che non è possibile fare a causa della paura della diffusione di questo pericoloso virus”.

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