Si è concluso con un nulla di fatto e una serie di dichiarazioni scontate il 25esimo summit della Lega Araba che si è tenuto il 25 e il 26 marzo in Kuwait.

Lontano dai fasti di un tempo, quando solo negli anni novanta tutti gli arabi restavano attaccati al televisore per ascoltare i discorsi di re e presidenti, con gli scontri verbali tra il re saudita Abdullah e il colonnello Muammar Gheddafi, con la caduta dei dittatori dopo la primavera araba e lo scontro in atto tra i paesi del Golfo questo appuntamento è diventato un momento puramente formale per non prendere decisioni. Come i summit arabi degli ultimi anni, anche questo di Kuwait City si è concluso senza alcuna risoluzione di particolare importanza, mentre l’hanno fatta da protagonista lo scontro e le divisioni. All’appuntamento di quest’anno hanno partecipato solo 13 capi di stato arabi su 24 aventi diritto. Assenti per motivi diversi sia i re del Golfo che i capi di stato del nord Africa. Le televisioni arabe, che solitamente trasmettevano in passato tutti gli interventi previsti, hanno snobbato quelli di molti capi di stato come il presidente yemenita Abde Rabbo Mansur Hadi e di quello sudanese Omar al Bashir. Il discorso più seguito è stato quello del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, anche questa volta presente al summit per battere cassa: ha infatti ottenuto un fondo di 100 milioni di dollari solo per Gerusalemme.

Non sono passate invece inosservate le assenze dei più importanti capi di stato: mancava il re del Marocco Mohammed VI, che dopo aver trascorso 24 giorni nei paesi dell’Africa occidentale ha preferito inviare il suo premier Abdel Ilah Benkirane in Kuwait. Era assente il presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, per malattia. Erano assenti anche i capi di stato dei paesi del Golfo, come il re saudita Abdullah Bin Abdelaziz, che ha inviato il suo erede al trono principe Salman. Assente anche il presidente degli Emirati Arabi Uniti, che per provocazione ha inviato come capo delegazione l’emiro del piccolo emirato di al Fujeira. Si è trattato infatti di un appuntamento puramente formale se si considera che dopo due giorni di discussioni non è stata superata alcuna divisione esistente. I lavori si sono conclusi con un documento che contiene 20 richieste, buona parte delle quali al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, 6 promesse, 3 condanne e 9 dichiarazioni di sostegno a diversi paesi arabi.

Secondo gli osservatori arabi, il summit è stato caratterizzato dalle divisioni tra i paesi membri. E’ stata completamente evitata qualsiasi discussione sullo scontro in atto tra Arabia Saudita e Qatar, per il sostegno di Doha ai Fratelli musulmani. Nonostante i ripetuti tentativi dei paesi del Golfo non è stato raggiunto un accordo nemmeno sull’assegnazione del seggio spettante alla Siria alla Coalizione nazionale dell’opposizione siriana. Il principe saudita Salman, nel suo intervento, si era detto stupito nel non vedere il leader della Coalizione, Ahmed Jerba, sedere al posto della Siria. Eppure il veto di tre paesi arabi vicini al regime di Damasco: Iraq, Libano e Algeria, hanno impedito che ciò potesse accadere. Le tre delegazioni hanno minacciato di ritirarsi dal summit nel caso il seggio che fu di Damasco fosse assegnato ai ribelli, nonostante fosse stato promesso e accordato loro più di un anno fa. Il segretario della Lega araba, Nabil al Arabi, ha chiarito la vicenda nel corso della conferenza stampa finale che “ciò non è avvenuto per ragioni di tipo giuridico e tecnico”. Al Arabi ha ricordato come in ogni caso il fatto che il leader della Coalizione, Jarba, sia stato invitato a intervenire nel corso della sessione plenaria “rappresenta un evento eccezionale”.

La riunione conclusiva ha visto l’intervento del presidente egiziano, Adly Mansour, il cui paese ospiterà il 26 marzo del 2015 il prossimo vertice della Lega. Mansour ha approfittato di questo consesso per sfruttare politicamente la situazione a vantaggio del suo governo, al potere dopo un golpe ai danni del presidente islamico Mohammed Morsi e dei Fratelli musulmani. Mansour ha ringraziato “gli Emirati Arabi Uniti, paese cui spettava l’organizzazione del prossimo summit, per aver fatto un passo indietro dando fiducia al nostro paese in un momento così difficile”. In patria il suo governo ha infatti approfittato dell’occasione per sostenere, come fatto dal giornale “al Ahram”, che il paese “è ritornato a giocare il ruolo che merita a livello internazionale ospitando il prossimo summit”. Per quanto riguarda il documento finale del vertice, denominato “Carta del Kuwait”, è stato dato ampio spazio alla crisi siriana. La Lega araba ha chiesto però “al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di muoversi in sostegno dei profughi siriani e di approvare una risoluzione che obblighi le parti ad un cessate il fuoco”. I capi di Stato arabi, oltre alla fine delle ostilità, hanno chiesto “la liberazione dei detenuti politici e l’avvio di vere riforme in Siria”.

Il documento finale, dunque, ignora la questione del seggio ma ribadisce il riconoscimento della Coalizione quale legittimo rappresentante del popolo siriano. Si è parlato inoltre della “necessità di lavorare per trovare una soluzione politica alla crisi”. Il secondo tema in ordine di importanza affrontato nel vertice arabo riguarda la questione palestinese. Il documento finale “nega in modo assoluto qualsiasi riconoscimento di Israele come stato ebraico”. Si tratta di una questione centrale nell’ambito dei colloqui tra israeliani e palestinesi: il rifiuto dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) a riconoscere Israele come stato ebraico rischia infatti di far deragliare i negoziati ripresi nello scorso luglio con la mediazione degli Stati Uniti. Proprio questi ultimi, secondo fonti diplomatiche arabe, avevano spinto alla vigilia del vertice perché la dichiarazione sul riconoscimento non venisse inserita nel documento finale, richiesta infine disattesa dai paesi arabi. Sempre sulla questione palestinese, è stata ribadita la volontà di sostenere la soluzione “due stati per due popoli”, con la nascita di uno stato palestinese entro i confini precedenti il 1967.

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