Anche oggi il viaggio di questo mercato del vento deve vivere una pausa. Una pausa dal proporre un incontro con qualcuno a cui, indipendentemente dalla sua “funzione” o fama, possa essere importante domandare qualcosa. O semplicemente da ascoltare e immaginare.

Dico immaginare perché la cosa mi sta a cuore: se questa mia ricerca giornalistica riuscisse, infatti, anche solo a fare immaginare delle esistenze, dei percorsi, più che mettere a fuoco dei temi o stimolare delle riflessioni e perché no dei dubbi, ne sarei contento e proverei a credere che il suo lavoro non è inutile.
Chi ha seguito le tappe precedenti sa a cosa mi riferisco; in tutti i casi, per gli altri, intendo dire che anche per questa settimana, come per la scorsa, non ci sarà una conversazione, un incontro reale ma una serie di mie riflessioni diciamo stimolate dalla cronaca, insomma un piccolo viaggio personale che spero possa restituire comunque un movimento.

Prima di provare a mettere a fuoco il tema vorrei spiegare questa mia decisione di prolungare la sosta. Spiegarne il motivo, infatti, non è cosa estranea a ciò di cui vorrei parlare ma ne rappresenta un aspetto sostanziale.
Anche oggi non sono arrivate, in tempo, le risposte che aspettavo. Ma devo spiegarmi meglio: il mio metodo per costruire questi pezzi è piuttosto articolato. All’inizio, di solito, c’è un incontro reale con una persona o più persone e, come in tutti gli incontri, avvengono delle cose. Si parla, si ascolta, si sente, si discute, si evita… Poi propongo loro delle domande o dei temi e gli chiedo di scrivermi delle risposte, dei pensieri. Scrivere, infatti, a mio parere, è una pratica che chiede un atteggiamento di riflessione, di concentrazione maggiore di quello che abitualmente dedichiamo all’espressione orale. Naturalmente nello scrivere si perdono molte cose di grande importanza, come l’emotività, l’ubiquità del pensiero, la sua meravigliosa fragilità. Ma questa mia richiesta ha una ragione precisa. Se la mia esperienza teatrale non ricercava tanto la parola scritta, e neanche quella parlata, ma il suono, il corpo delle parole, a riprova del mio maggiore interesse per il mistero della comunicazione più che per le sue leggi o certezze, oggi, in questo paese così fortemente superficiale, credo che il primo cambiamento da chiedere a noi stessi sia quello di modificare il livello di concentrazione. Di provare ad essere più responsabili prima di tutto rispetto a noi stessi, al nostro pensiero. Forse mi sbaglio ma anche il linguaggio audiovisivo del cinema documentario, che frequento da alcuni anni come autore e come spettatore, mi sembra che abbia contribuito con la sua intrinseca capacità di cogliere e restituire momenti della vita delle persone, a questa debolezza della concentrazione. Se c’è un angelo custode che ci cerca, ci memorizza, ci offre la possibilità di una vetrina e di un ascolto (quanto poi esso sia reale bisogna vedere) anche se non abbiamo molto di originale o profondo da dire, ecco che il suo lavoro può legittimare la nostra “pochezza”, la nostra pigrizia, il nostro non impegno ad essere e diventare qualcuno. Quando dico diventare qualcuno mi riferisco ovviamente non a quel tipo di ambizione diffusa che è la radice principale della competizione che domina i rapporti umani nella nostra società ma alla bellezza e importanza che c’è nel tentare di vivere la vita come occasione per migliorarci continuamente. Tecnicamente ed eticamente. Insomma a quello che dovrebbe essere il nostro primo compito, quel diventare noi stessi, di cui parlava Nietzsche. Magari per superare i nostri limiti.

E del resto, se accuso il cinema documentario contemporaneo di questa responsabilità, è perché in esso, anche quando il linguaggio ne sembra molto distante, è entrato il meccanismo televisivo e la sua profondità si è appiattita sull’illusione di dover-poter restituire la vita delle persone, fondamentalmente enfatizzando il proprio voyeurismo e disponibilità narrativa.
Ma senza dilungarmi troppo, che altrimenti rischio di andare fuori tema ancor prima di cominciare, aggiungo che dietro a questa mia scelta c’è anche il desiderio di ridare un significato più preciso alle parole, che tanto lo hanno perso, costringendole a ripassare il setaccio del pensiero che, appunto, comporta l’atto della scrittura.

Ora è evidente che questo atto necessita di più tempo di una risposta “volante”. E qui arriviamo al problema. Oppure all’argomento di questa mia sosta che è, dunque, il tempo che non abbiamo. O che, come qualcuno ha detto oggi, stiamo perdendo.

Molto spesso in questi anni mi sono sentito dire dalle persone più disparate: non ho tempo…
Spesso questa risposta è una difesa preventiva e anche quando essa non sembrerebbe affatto necessaria, molti la usano per sgombrare il campo da possibili equivoci: inutile anche solo provare a pensare di dedicare delle energie a qualcosa o a qualcuno (anche a me stesso) diverse da quelle che dedico: non c’è il tempo!
Il fatto, poi, che queste stesse persone passino molto tempo su cellulari, facebook, twitter etc, spesso perdendolo letteralmente questo tempo, sembra non contare. La percezione che si ha resta quella che il tempo non ci sia.
D’altra parte la nostra società è veloce, sempre più veloce, come qualcuno oggi ha detto, e dunque bisogna corrergli dietro, non lasciarsi passare dalle cose, altrimenti qualcuno verrà a rottamarci.

La questione del tempo è una questione fondamentale a mio parere. Lo è affinché gli uomini possano provare a vivere in una maniera più piena e appagante, lo è perché l’uso del tempo coincide con l’essere usati da esso in modo fertile, permettendogli di attraversarci e di suonarci.
Ma vorrei provare a parlarne in termini non tanto astratti, metafisici. Mi piacerebbe riuscire a farlo in un modo concreto, dato che siamo tutti affamati in un modo “mostruoso” di concretezza.
Specialmente i giovani, infatti, sono fortemente spaventati dalle astrazioni. Anche quelli che per vocazione e per percorso di studi avrebbero l’interesse e le corde per frequentare e abbandonarsi al viaggio iperuranico. No, ciò che cercano è di stare con i piedi a terra, o meglio di avere una strada precisa da percorrere, con regole, segnali, ostacoli chiari e ordinati.
La causa di questo loro bisogno? Sarebbe un tema per un altro articolo e ne parleremo insieme ad altre persone prossimamente. Aggiungo solo che una delle ragioni di ciò, a mio parere, risiede nella superficialità del nostro modo di agire che porta automaticamente ad un senso di approssimazione, di vaghezza, che poi nutre quel bisogno di tangibilità o di fattività.
Si scambia, cioè, la serietà, con la concretezza. Senza pensare che anche dell’astrazione abbiamo concretamente bisogno e che può esistere un’astrazione superficiale, votata all’autocompiacimento e alla vanità, e un’astrazione rigorosa, produttiva.
In realtà il problema è degli uomini non tanto dell’astrazione: intendo dire che la questione è sempre come gli uomini usano se stessi, come si pongono di fronte a loro stessi e alla realtà, non tanto quanto potere ha la “dimensione” che decidono di frequentare.
Ricordo una frase lapidaria di Carmelo Bene in risposta a qualcuno che gli chiedeva se l’arte, il teatro fosse in crisi: “è in crisi Dio?, gli domandò ironicamente, restando in silenzio per qualche secondo prima di aggiungere… “è in crisi semmai l’immaginario dell’uomo!”
Certo il potere dell’uomo di fronte alla realtà sembrerebbe sempre in crisi se l’uomo non è capace di mutare. O forse è proprio l’immobilità dell’uomo la condizione che più può aiutarlo a reagire ai cambiamenti che gli ruotano intorno? Movimento o staticità, sembra, in ogni modo, che l’arma più importante in nostro possesso sia sempre il tempo. E allora perché lo stiamo perdendo?
Vogliamo annientarci, vogliamo, solo, che finisca presto quest’agonia del mondo? O di noi?

Gli uomini sono come una tastiera biologicamente predisposta per far risuonare la memoria e il senso del dopo.
E questa liberazione dalla prigione del presente in cui siamo intrappolati, pensando, paradossalmente, sempre al presente, a tentare di viverlo, dovrebbe essere tecnicamente il primo compito di qualsiasi forza che desideri un cambiamento.
Nel nostro paese sembra che si stia esprimendo o che voglia esprimersi una tale forza. Tutti ci auguriamo, ci aspettiamo un cambiamento e dunque sembra innegabile che è arrivato il suo momento: che la rivoluzione stia bussando con insistenza.
Ma di cosa ha veramente bisogno una rivoluzione per la sua venuta? Di azione? O di uno spostamento percettivo?
Vedere le cose dal punto di vista del creatore, diceva Garaudy, è rivoluzionario. Ma come si fa a vedere le cose da questo punto di vista, se magari non si crede neanche che esista o possa esistere un’entità del genere?
Mi rendo conto che il discorso si sta complicando e che quella concretezza che mi auguravo di frequentare si è allontanata come una nuvola portata dal vento.
Il punto di vista del creatore, però, non necessariamente ci porta alla dimensione metafisica: a volte il creatore è il nostro vicino, che semplicemente ha fatto o sta cercando di fare qualcosa.
Pensare di entrare nel suo punto di vista, anche se distanze immense ormai ce ne separano, potrebbe essere rivoluzionario. Chiunque di noi ha sperimentato quanto l’empatia possa avere effetti formidabili. E allora?
Bisogna abbandonare il nostro autismo, che si nutre di rabbia e vittimismo? O provare a morire in altro modo? Forse cento giorni da pecore sono meglio di un giorno da leoni se le pecore si accorgono del viaggio che stanno facendo. Forse la consapevolezza e l’abbandono sono praticabili insieme.
Basta non dire più a noi e agli altri: non ho tempo. Ma provare a mettersi in cerca di quel segreto effettivo e sfuggente nascosto nelle nostre dolci profondità. In fondo, come qualcuno ogni tanto dice, il tempo non esiste… veramente.

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