In Italia il fenomeno della criminalità organizzata interessa, storicamente, nove aree geografiche, alcune contemporaneamente e con caratteristiche identiche o simili, altre in momenti immediatamente successivi e con caratteristiche differenti.

 

Sotto il profilo storico-temporale e per le caratteristiche distintive si possono distinguere 5 gruppi:
il primo gruppo (dalla fine del 1600 ai giorni nostri): Campania, Puglia, Calabria, Sicilia (camorra, sacra corona unita, ‘ndrangheta, stidda e mafia-cosa nostra)
il secondo gruppo (dalla seconda metà del 1800 ai giorni nostri): Sardegna e Toscana tirrenica (anonima sequestri, criminalità terroristico-separatista)
il terzo gruppo (dal 1950 circa ai giorni nostri): alcune province del nord-est tra Veneto e Trentino Alto Adige (mafia del Brenta)
il quarto gruppo (dal 1960 circa ai giorni nostri): alcune province dell’area milanese e interi quartieri di Milano (Quarto Oggiaro, Tradate, Corsico, Buccinasco, Bruzzano, Comasina) da sempre interessate da una piccola organizzazione criminale locale la “Ligera” (nel periodo granducale a Milano c’era una Compagnia della Leggera: un’associazione goliardica fatta da vagabondi o oziosi che un po’ per gioco un po’ per tirare a campare aggredivano i passanti, ma anche raccontavano barzellette e facevano giochi di piazza, ma anche sfondavano di notte le vetrine dei gioiellieri e rivendevano il bottino ai mercati fuori porta)
il quinto gruppo (dal 1976 ai giorni nostri): Roma e in particolare alcuni quartieri: Trastevere, Testaccio, Tufello, Magliana (la banda della Magliana)

Origini storiche della camorra
Gamurra – dal sardo – o Chamorra – dallo spagnolo: abito che indossavano i delegati alla protezione delle sale da gioco da rapine e risse fin dalla fine del 1600, durante la dominazione Angioina nel Regno di Napoli. Il compenso per questa protezione doveva essere versato dai gestori delle sale da gioco. Chi “non pagava la Chamorra” era destinato a fare una brutta fine, nel senso che era costretto a chiudere per i continui disordini. Quando invece all’interno delle sale da gioco scoppiavano liti tra giocatori interveniva il “Guapo” – dallo spagnolo “uomo forte e prestante”, che metteva pace decidendo, a suo insindacabile giudizio, chi avesse ragione. Le sale da gioco avevano un ruolo determinante nell’economia locale: erano i luoghi di ritrovo per soldati, signori, prostitute, commercianti e ce n’erano moltissime, fin dai tempi della Magna Grecia e poi dell’antica Roma.  Nel corso del tempo i “camorristi” si specializzarono in rapine, estorsioni e sfruttamento della prostituzione. L’economia di Napoli e del Regno era florida e disordinata. Napoli era una vera e propria metropoli durante il regno Borbonico. Attirava imprese di tutti i generi, a cominciare da quelle editrici perché il Regno di Napoli è stato l’unico di tutta Europa a rifiutare il tribunale dell’Inquisizione e l’Indice. Dunque i libri potevano essere pubblicati liberamente. Basti pensare che ancora nel 1871 Napoli aveva 500mila abitanti contro i 290mila di Milano e i 212mila di Roma. Il terreno era quindi “fertile” anche per la criminalità. Tanto che durante i viaggi in Italia di Lord Byron e Shelley, alcuni dei “portatori” delle carovane dei due letterati (reclutati, in quanto più a buon mercato, tra la feccia della società inglese) si fermarono a Napoli trovando più conveniente associarsi alle famiglie di rapinatori. Tra questi la famiglia, ancora oggi esistente, degli Stolder (di origine irlandese: McStolder) esperti rapinatori di banche poi imparentatisi con la famiglia Giuliano di Forcella. Questa camorra, la camorra “moderna”, ha però una data di nascita e un’origine precisa. Nel maggio 1961 venne chiuso il porto franco di Tangeri. Un evento imprevisto (il Trattato di Protettorato sottoscritto dal Governo del Marocco nel 1912 con l’Inghilterra e in vigore fino all’indipendenza del  1956, assegnava uno statuto particolare alla città – neutralità politica e militare, totale liberismo economico e amministrazione internazionale – e fino alla fine degli anni 50 l’economia crebbe vertiginosamente tanto che Tangeri contava nel 1950 85 banche e oltre 4 mila società anonime, impegnate nel commercio e negli affari finanziari) che determinò lo spostamento dei depositi delle società venditrici di tabacco lavorato estero sulle coste jugoslave e albanesi. I prezzi del prodotto salirono alle stelle e, soprattutto, cambiarono le condizioni d’acquisto: bisognava versare in anticipo la metà del costo dell’intero carico e pagare il nolo della nave. Come non bastasse, la consegna veniva garantita soltanto fino al limite delle acque territoriali. Il motivo di queste clausole era uno solo: le società venditrici, pur avendo simboli e colori delle note industrie di tabacco, rappresentavano i maggiori esponenti della “contrabbando Spa”. E la nave contrabbandiera, al confine del mare nazionale, aveva bisogno di piccoli e veloci motoscafi che provvedessero al trasbordo. Si rendeva dunque necessaria la presenza di una grossa organizzazione delinquenziale che avesse notevoli disponibilità di contante e capacità di assorbire le perdite causate dagli interventi della Finanza. A Napoli, fino a quel momento, la criminalità organizzata non disponeva, invece, di grosse liquidità. I gruppi si erano limitati a mettere a punto, con sistemi più efficienti rispetto al passato, il controllo dei mercati alimentari (ortofrutta, pasce, carni) e avevano fatto profitto della borsa nera degli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra per organizzarsi meglio sul contrabbando (sigarette, caffè, zucchero, sale tutti prodotti controllati dai monopoli di Stato) nei cui “canali”, durante l’occupazione Alleata, erano finiti anche piccoli elettrodomestici e capi di vestiario (lucrando l’evasione delle tasse doganali prima e dell’Ige diventata Iva poi) ai quali si aggiunsero, anche, le armi spesso trafugate, o acquistate in nero, dagli eserciti di occupazione. Oltre a ciò, nelle zone rurali le famiglie “capo zona” controllavano saldamente il mercato della manodopera (il cosiddetto caporalato – un fenomeno che risale anch’esso all’epoca borbonica quando il Tribunale del Popolo era delegato, tra l’altro, alle vertenze di lavoro e al collocamento della manodopera. Questa funzione veniva svolta tutti i lunedì quando davanti alla sede del Tribunale, in piazza San Gaetano, si radunavano i gruppi di manovali e di operai in attesa di essere convocati secondo l’ordine fissato dalle liste. Ogni gruppo faceva capo ad un responsabile – capora: dal latino medievale = arruolatore – che provvedeva a rappresentare ai responsabili delle liste le richieste economiche e le condizioni poste dai componenti del gruppo, e in cambio di una provvigione sulle giornate di lavoro gestiva anche i documenti necessari e, all’occorrenza, qualche “mancia” ai responsabili delle liste per favorire il proprio gruppo nella chiamata al lavoro) in prevalenza composto da braccianti agricoli – tra i quali figuravano molte donne – e manovali. In questo contesto, a partire dalla fine degli anni 50 in seguito all’approvazione delle prime leggi sulle misure di prevenzione antimafia (la prima è del 1956),  arrivarono in Campania mafiosi siciliani di peso, tutti inviati in soggiorno obbligato: Antonino Camporeale, Filippo Gioè Imperiale, Francesco Paolo Bontade, Vincenzo Spadaro. Ben presto vennero strette alleanze con i piccoli clan della camorra locale (rapinatori, estortori, sfruttatori di prostitute) che a quel tempo erano passati a investire sui mercati ortofrutticoli, sulla macellazione delle carni e sui mercati ittici (la divisione era tra camorra della zona nord di Napoli e casertana che si occupava di ortofrutta, camorra urbana che si occupava di carne e rappresentanze commerciali – don Felice Malvento era il rappresentante generale dell’Algida – e camorra del litorale sud che si occupava dei mercati del pesce). Pian piano si formarono due grossi gruppi: uno nel giuglianese con ramificazioni fino al Garigliano, l’altro a sud di Napoli sul litorale vesuviano. In mezzo, clan cittadini dediti a rapine, estorsioni, sfruttamento della prostituzione e controllo delle scommesse clandestine legate al gioco del lotto e del totocalcio (Un mercato parallelo a quello ufficiale gestito dallo Stato, quest’ultimo, che fruttava – ad esempio – alla famiglia Giuliano di Forcella circa 2 miliardi di lire al mese. Poco alla volta il totocalcio clandestino finì per crescere fino ad infiltrarsi nelle società sportive e gli scandali legati al calcio-scommesse, con le partite decise a tavolino grazie alla complicità dei calciatori, videro sullo sfondo sempre organizzazioni criminali. Ciò è spiegabile: non si trattava di condizionamenti sulla dirigenza delle società (almeno in un primo tempo) ma nel controllo prima della tifoseria (che raccoglieva le masse “sottoproletarie urbane”) e poi di singoli calciatori che spesso erano espressione di quegli strati del proletariato che puntavano sul calcio come strumento di affermazione sociale. La criminalità si è quindi trasformata in uno dei maggiori finanziatori di piccole squadre locali, che finivano per rappresentare i “vivai” di talenti per i grandi club calcistici nazionali. Una volta “posizionato” nella grande squadra l’ex ragazzino della piccola squadra di promozione finanziata dalla criminalità, questi diventava la “testa di ponte” per influire sui risultati delle partite. A tutto vantaggio per chi gestiva il mercato delle scommesse clandestine sui risultati)Il primo gruppo, che ebbe maggior fortuna e sviluppo, faceva capo alla famiglia Maisto. Il vecchio don Alfredo resse l’organizzazione fino alla fine degli anni 60 quando, arrestato per l’omicidio di Domenico Mallardo venne sostituito dai figli Luigi ed Enrico. Della “famiglia” camorristica (più ampia di quella anagrafica) faceva parte Luigi Sciorio, anche lui amico per la pelle del mafioso Francesco Paolo Bontade. Il secondo gruppo, che sopravviveva anche in secondo piano, era rappresentato da Raffaele Ferrara, Aniello e Lorenzo Nuvoletta. Il 6 ottobre 1972 Sciorio venne ucciso a Giugliano. Emergono i Nuvoletta e si legano alle famiglie mafiose tanto che il boss corleonese Luciano Liggio è loro ospite a Marano e Lorenzo Nuvoletta viene arrestato per traffico di droga a Palermo insieme con Giacomo Riina (il fratello del più noto Totò) e Leoluca Bagarella. Tra il 1970 e il 1973 i marsigliesi (il clan dei Marsigliesi francese) sbarcano a Napoli e tentano di farne il loro quartier generale per il controllo del contrabbando. Si alleano con alcuni camorristi come Emilio Palamara e Eduardo Di Carluccio (poi arrestati sempre dallo stesso pm , n.d.r.) e si servono di scafisti propri per non ricorrere ai motoscafi blu delle vecchie famiglie amiche dei siciliani. Il progetto non riesce. I marsigliesi si ritirano dopo una stagione di omicidi incrociati e riprendono forza famiglie come i Nuvoletta e quella dei fratelli Salvatore e Michele Zaza. Dunque, quello che un tempo era il secondo gruppo, diventa il primo e più forte. Zaza, e il nipote Ciro Mazzarella, possono contare sull’appoggio di mafiosi come Gerlando Alberti, Rosario Riccobono detto Saro, Benedetto Zizzo. Tra le maglie del contrabbando si sigarette si fa largo l’eroina e la cocaina. I traffici continuano fino al 1977. Raffaele Cutolo, detenuto già da tempo, intuisce la possibilità di crearsi all’interno della popolazione carceraria un gran numero di amici. Protegge i più giovani, i meno esperti e i più poveri, forte della sua “esperienza” di galeotto. Gratitudine e sudditanza sono assicurate. Si tratta nella maggior parte di detenuti destinati a “permanenze” brevi: una volta liberi inviano “un fiore” (così lo chiamavano) a Cutolo, cioè un’offerta in denaro. A raccogliere i “fiori” ci pensa la sorella di Raffaele, Rosetta Cutolo che, così, accumula liquidità che viene adoperata per “aiutare gli amici”, ossia gli stessi ex detenuti riconoscenti, in cambio di fedeltà. Nasce la Nuova Camorra Organizzata (NCO). “Ambasciatori” in ogni città (questa la definizione) e “amministratori” per ogni Provincia. Un sistema che si oppone alla mafia e ai clan a questa collegati (Nuvoletta, Zaza, Mazzarella). Cutolo decide perciò di allearsi con i calabresi e utilizza la ‘Ndrangheta per fondare la Nuova Sacra Corona Unita (Vedi infra). Li aveva conosciuti in carcere e non avevano ambizioni di entrare in Campania. Sono le prime avvisaglie della lotta tra l’organizzazione di Cutolo da un lato, quelle di Giugliano-Marano e San Giovanni-Portici dall’altro. Per contrastare la NCO Michele Zaza e i suoi creano al Onorata Fratellanza, alla quale però non aderisce formalmente (anche se fornisce il suo appoggio) la famiglia Nuvoletta, che preferisce restare a fare da “ago della bilancia”. Quando nel 1978 i cutoliani tentano di imporsi nel settore del contrabbando e delle estorsioni nella zona di Forcella-Duchesca-Mercato (tre popolosi e popolari quartieri centrali di Napoli), regno della famiglia Giuliano, in buoni rapporti con Cutolo ma non organica, si costituisce la “Nuova Famiglia”, potente contraltare anticutoliano, alimentato e appoggiato dai siciliani in quanto Cutolo avrebbe voluto imporre una tassa di mille lire su ogni cassa di sigarette di contrabbando sbarcata a Napoli sotto il controllo dei siciliani. La guerra si fa sempre più cruenta sia tra un “blocco” e l’altro, sia all’interno dei blocchi dove singole famiglie tentato di approfittare dello squilibrio per acquisire posizioni di maggior potere (in questo senso le cosiddette “faide” – dall’antico sassone FEHIDA = “contesa”, e poi dal longobardo FAIDIU = “perseguitare”; nel diritto Longobardo il Diritto di Faidiu era riconosciuto ai capivillaggio ed era il diritto di vendetta privata contro i torti subìti – hanno matrice differente tra ‘ndrangheta e stidda da un lato e mafia, camorra e organizzazioni similari dall’altro: nella criminalità di stampo rurale e contadino come ‘ndrangheta e stidda le faide erano, originariamente, scontri tra singole famiglie per motivi d’onore, di proprietà contesa – essenzialmente riferibile a bestiame e terre coltivabili  – mentre negli altri casi la faida è lo scontro tra famiglie per motivi d’interesse economico illecito, dunque senza alcuna derivazione “sociale”). Emergono capiclan (l’etimologia di clan è quella propria di origine scozzese) come Antonio Bardellino e vecchi “amministratori” di Cutolo, ai quali erano affidati singoli territori secondo la ripartizione della competenza della NCO, tradiscono per passare all’altra formazione. I Gionta a Torre Annunziata, i D’Alessandro a Castellammare, i Giuliano a Forcella, sono per citarne alcuni. Raffaele Cutolo dopo essere evaso con una bomba dal manicomio giudiziario di Aversa nel 1976 viene definitivamente arrestato nel 1979 e dal carcere assiste al sostanziale crollo del suo impero. Piccoli clan si ritagliano minuscole fette di mercato, la camorra assume per gran parte la fisonomia che ancora oggi conserva in zone come la periferia urbana di Napoli: piccole formazioni molto violente dedite a traffici illeciti locali che di tanto in tanto riescono ad acquisire il controllo di piccoli esponenti politici, sempre locali, attraverso i quali hanno accesso a piccoli appalti o forniture per enti locali e, utilizzando l’intimidazione e più spesso l’usura, controllano piccole imprese dove conservano spesso i titolari ufficiali come prestanome (un fenomeno accresciuto dopo la crisi economica del 1977 – 1982 quando il credito bancario al commercio e alla piccola impresa si restringe). Sullo sfondo però il potere delle vecchie famiglie legate alla mafia viene temuto e evitato: i loro traffici si scelgono come basi regioni e nazioni diverse e più tranquille e si orientano verso settori dell’economia fino a quel momento inesplorati. E queste famiglie, più della criminalità violenta del casertano, stringe sistematici rapporti con la politica anche nazionale e non solo locale. Tra i nuovi campi di investimento figurano le attività che possono contare su contributi pubblici e, dagli anni 80, comunitari. L’economia nel Mezzogiorno è nella maggioranza dei casi assistita e riscuotere contributi, oltre ad essere un affare, è anche un modo per riciclare capitali illeciti. Si investe denaro sporco e si ottengono finanziamenti puliti. I Nuvoletta, fin dalla metà degli anni 70, avviano imprese agricole attraverso le quali truffano i contributi all’agricoltura facendo risultare i raccolti distrutti da grandine che non è mai caduta. Per raggiungere l’obiettivo hanno naturalmente bisogno della complicità degli ispettori dell’Aima (l’ente di assistenza all’agricoltura) e delle assicurazioni che devono pagare. Il processo per la cosiddetta truffa della grandine, nel 1976, mette per la prima volta in luce quanto anche settori dell’economia un tempo immuni dall’impresa criminale fossero diventati a rischio. Nello stesso tempo, con l’apertura dei mercati europei cominciano gli investimenti all’estero in modo sistematico e massiccio. (è il periodo dell’emigrazione criminale in Spagna, Germania Belgio, sud della Francia, Jugoslavia dell’epoca, Albania, mentre venivano evitate nazioni con forte presenza di mafia locale come Russia, Cina, paesi orientali in genere, paesi Arabi, Irlanda, Stati Uniti, relativamente al Sud America il flusso migratorio interessava soprattutto i latitanti – ossia gli elementi già individuati dalle forze dell’ordine e dunque in qualche modo “bruciati” – che il loco trovavano appoggi, anche politici, e risorse finanziarie insieme con una notevole tolleranza delle forze di polizia).

L’evoluzione socio-economico-culturale del crimine organizzato
I camorristi della seconda generazione continuano il gioco al massacro sopravvivendo in un microcosmo locale grazie alla sostanziale anarchia amministrativa e sociale della collettività, per la quale i diritti diventano sistematicamente concessioni e i piccoli problemi del quotidiano per essere risolti richiedono l’intervento di “mediatori” in una gerarchia che segue, di solito, questo ordine crescente: parenti, amici, funzionari, politici, criminali. I politici, a loro volta, intravedono nella conservazione delle difficoltà quotidiane un modo per controllare il consenso presentandosi come i “risolutori”. Ugualmente ai criminali. La saldatura successiva è quindi politica-criminalità fino all’evoluzione in criminalità-politica. Il criminale prima prende il posto dell’amministratore locale delegato dal regno post-feudale, e poi – con la democrazia parlamentare e il suffragio universale – diventa egli stesso amministratore centrale in qualità di espressione del proprio territorio. La borghesia si ritira o scompare, attanagliata dalle difficoltà di gestione dei propri affari che la trasforma a sua volta in ostaggio del potere criminale, unico a poter prestare denaro (usura) a dirimere questioni amministrative (corruzione) ad opporsi ai soprusi – supposti o reali – del governo centrale. La Mafia ritrova così, paradossalmente, il suo significato etimologico arabo (vedi Infra alla voce Mafia). Nel 1982 il Governo Spadolini, il primo governo “laico” della storia Repubblicana con una forte vocazione meridionalista per la presenza dello storico economista Francesco Compagna, nominò due consulenti per un primo Rapporto sulle Mafie, che poi confluì nel 1983, nei lavori della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dal comunista Abdon Alinovi. Il rapporto, affidato ai due magistrati Italo Ormanni e Giovanni Falcone si concludeva con questa osservazione: “Allo stato non risultano, per quanto riguarda la Campania, prove concrete e processualmente spendibili che facciano individuare la esistenza di rapporti stabili e organici tra il “sistema” delinquenziale e il “sistema” politico. Se sono emersi di tanto in tanto collegamenti, questi evidenziano più che altro un contatto tra il singolo pregiudicato e il singolo esponente politico, in prevalenza a livello di enti locali. Sostanzialmente cioè non si riscontra – fino ad oggi – una penetrazione ramificata e istituzionalizzata dell’un mondo nell’altro, sì da poter far ritenere una sorta di osmosi come, invece, è sostenibile già da un decennio per il fenomeno mafioso in Sicilia. Il motivo di ciò è spiegabile: in Campania la malavita organizzata dopo un primo periodo di crescita, sta ora provvedendo a crearsi una base economica stabile e formalmente lecita. In questi contenitori vanno versati i capitali di provenienza delittuosa i quali, attraverso giri nemmeno tanto occulti – per il momento – giungono a finanziare attività commerciali e imprenditoriali via via sempre più ramificate e lontane dall’origine genetica criminale. Una volta solidificata questa base di partenza, nel prossimo decennio – in assenza di interventi strutturali e sistematici – l’interesse del mondo delinquenziale si rivolgerà, pressantemente, al mondo politico. Sia per tutelare la scalata economico-finanziaria già compiuta, sia per svilupparne di nuove, poiché in quella evenienza gli sviluppi non potranno essere se non di notevole peso, e di conseguenza implicanti il settore politico per ipotizzabili cadenze procedurali di pareri, finanziamenti pubblici e, non ultimo, interventi legislativi”.

A questa relazione, nello stesso anno, fece seguito l’approvazione, in commissione parlamentare, della prima legislazione antimafia che introduceva il reato di “associazione mafiosa” aggiungendo l’articolo 416bis al Codice Penale e prevedeva la possibilità di sequestrare i patrimoni mafiosi. La legge si chiamò Legge Rognoni – La Torre, fortemente voluta dal deputato comunista siciliano Pio La Torre e appoggiata dai gruppi di centro  grazie al sostegno del democristiano Virginio Rognoni, milanese di Corsico e all’epoca ministro dell’Interno del governo Spadolini. Il 30 aprile di quell’anno, mentre la legge era in discussione in Parlamento, Pio La Torre viene ucciso. Il 3 settembre seguente viene ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato come prefetto a Palermo per applicare quella legge che però non era stata ancora definitivamente approvata. La Legge Rognoni-La Torre, sull’onda della reazione popolare ai due omicidi, viene approvata il 13 settembre 1982, dieci giorni dopo la morte del prefetto Dalla Chiesa. La ragioni ultime dei due delitti erano già state delineate nel gennaio precedente in quel Rapporto sulle Mafie consegnato a Giovanni Spadolini: “La parte più consistente degli interessi economici della criminalità, attualmente, si ritrova nel settore delle costruzioni e delle opere edili in genere (non è un caso che le Unioni Industriali delle province di Napoli, Palermo, Catania, Caserta, Messina, Salerno abbiano come presidenti dei costruttori: l’economia al Sud ha sempre ruotato attorno al “mattone”, n.d.r.) . Ciò si deve ad un movente particolare: per l’imprenditore edile, il quale spesso lavora per enti pubblici, è di vitale importanza la disponibilità di denaro liquido, specie quando – come è la regola – l’ente pubblico paghi con notevole ritardo i suoi debiti. Non sempre le banche sono disposte a finanziare tali necessità, sia per motivi di politica economica, sia perché già esposte con la singola impresa (non è un caso, ancora, che il fratello di Corrado Iacolare, uno dei boss della mafia dell’epoca, fosse dirigente del settore Credito Industriale e Agrario del Banco di Napoli, n.d.r.). subentra a questo punto il prestito ad usura, praticato sia direttamente dall’organizzazione criminale, sia attraverso piccole banche le quali agiscono spesso ai confini della legalità, specie per quanto riguarda i depositi e l’origine illecita di essi. L’organizzazione mette così in giro denaro sporco ricavandone comunque un duplice utile. Viene usato anche il sistema di entrare nell’affare, quando la richiesta di interesse sul prestito è insostenibile. In questo modo nel settore delle costruzioni si è sviluppata la prima e più estesa penetrazione della malavita”.
Nel 1989 Papa Giovanni Paolo II in visita a Napoli, nel corso del discorso agli amministratori pubblici della Campania riuniti per l’udienza, così disse tra l’altro: “Sottolineo il peso eccessivo della mediazione politica, che spesso finisce col deformare profondamente la struttura di base della vita associata. In tale contesto i diritti diventano favori e le attese socialmente legittime, come anche i meriti effettivamente acquisiti, giungono a contare meno delle appartenenze di gruppo”.

Origine storiche della Mafia – Cosa Nostra
Mu’afah – dall’arabo – “tutela contro i potenti”
Mafia era indicata, di fatto, quell’associazione di “tecnici” ai quali i baroni e i latifondisti (che erano nei loro palazzi di città o a Napoli a Corte) si affidavano per controllare i flussi dell’acqua per l’irrigazione delle loro terre. Avevano il compito di non far mancare mai l’acqua, a turno, a nessuno altrimenti i coloni e i mezzadri non potevano versare quanto dovuto nella “rendita” del signore. Quando i baroni non ricevevano la rendita incaricavano i soldati (gli Angioini prima e i Borbone poi avevano delegato ai latifondisti e ai baroni il controllo e il pagamento, zona per zona, dei soldati necessari a difendere il Regno dalle invasioni “barbariche” – arabe e saracene ) di punire il mezzadro debitore e la punizione consisteva nella fustigazione nella piazza del villaggio e nella confisca dei beni personali. Dunque la Mafia – ossia il controllo dell’acqua – era in senso traslato garanzia contro i soprusi dei potenti: garantendo a tutti l’acqua indipendentemente dalle “scaramucce” tra latifondisti evitavano che la conseguenze di questi scontri tra famiglie nobili sul diritto all’acqua si trasformassero in penalizzazioni per i coloni che, senz’acqua, non riuscivano a ricavare dai raccolti quel tanto che bastasse a pagare le rendite. I “Capi bastone” erano i responsabili delle chiuse per l’acqua (che venivano sollevate e abbassate attraverso un perno che girava infilando un bastone in un foro sulla sommità e dunque il bastone era il segno distintivo di questi operai) nei Mandamenti (aree territoriali) che facevano riferimento ai Commissari per le acque a loro volta delegati dal feudatario o dal Barone (i Capibastone o anche detti Capimandamento coincidenti con i quartieri o con intere province: i responsabili delle famiglie della Mafia che si riuniscono nella “Commissione”). I Baroni delegavano poi ai “Campieri” la cura del campo: erano una sorta di sovrintendenti ed erano loro a tenere i rapporti con il Barone in città, dal quale si recavano personalmente per versare le rendite. Erano anche responsabili della rendita, nel senso che avveniva un “trasferimento” di responsabilità su di loro dei rischi connessi all’agricoltura. Se il raccolto andava male la rendita doveva essere pagata lo stesso e i Campieri l’anticipavano. Nel corso dei secoli finì che i Baroni, i Marchesi, i Principi, dovevano restituire ai Campieri più anticipazioni di quanto fosse il loro patrimonio. Così vennero ceduti gran parte dei latifondi direttamente ai Campieri, per estinguere i debiti. Dai “Campieri” venivano scelti i “Gabelloti”, coloro che riscuotevano le decime e le mezzadrie per conto dei baroni e anticipavano le rendite (vedi le famiglie di  Esattori, cioè coloro che oggi riscuotono le imposte attraverso le società di riscossione concessionarie dello Stato oggi riunite nella società mista pubblico-privata Equitalia). Poco alla volta Campieri e Gabelloti conquistarono gran parte della Sicilia rurale e riuscirono di fatto a tenere in pungo i signori che, invece, controllavano la politica. Quando tra il 1924 e il 1927 il governo Mussolini decise di “ristabilite l’autorità dello Stato” in Sicilia, il ministro dell’interno Luigi Federzoni richiamò in servizio l’ex prefetto di Firenze ormai in pensione Cesare Mori e lo insediò a Palermo. Mori infatti 10 anni prima da questore di Trapani aveva condotto buone operazioni di polizia contro il brigantaggio ( attenzione tra criminalità organizzata e brigantaggio non c’è alcun nesso e basta leggere le parole che scrisse lo stesso Mori nel 1916 dopo 300 arresti in una sola notte, rispondendo ai titoli dei giornali che dicevano “Colpo mortale alla mafia”:  “Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l’aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero”) Le operazioni di Mori, il “prefetto di ferro”, ebbero buoni risultati. Come primo provvedimento ritirò tutti i porto d’armi e nel gennaio 1925 decise che fosse necessario un nullaosta del prefetto per lavorare come Guardiani, Sovrastanti, Campieri e Gabelloti (in ordine gerarchico crescente) ossia coloro che curavano le proprietà terriere. Si trattava dei lavori attraverso i quali la mafia collocava il maggior numero di persone, guadagnandosi la riconoscenza della popolazione. Nominò una commissione che provvedeva al rilascio dei nullaosta, affidandone la presidenza al procuratore generale  di Palermo Luigi Giampietro, nominato dallo stesso Mori (per questo venne approvata una legge ad hoc che consentiva al prefetto di Palermo di scegliere il procuratore generale). Nel 1927, dopo aver arrestato oltre tremila persone e aver occupato militarmente interi quartieri e piccole città di campagna, mise sotto processo il ministro della Guerra Antonino Di Giorgio e il capo del Consiglio siciliano del Fascismo Alfredo Cucco, che era anche componente del Consiglio nazionale del Partito Fascista. Mussolini cacciò dal partito sia Di Giorgio sia Cucco ma l’anno dopo Mori venne nominato senatore a vita e tornò a Pavia mentre la stampa di regime annunciava che la mafia non esisteva più grazie a Benito Mussolini e al prefetto di ferro Cesare Mori (vedi film Il Prefetto di Ferro, 1977, di Pasquale Squitieri, con Giuliano Gemma e Claudia Cardinale, musiche Ennio Morricone). In realtà molti mafiosi, seguendo le vie dell’emigrazione rurale, si spostarono negli Stati Uniti dove poco alla volta presero il posto dell’organizzazione criminale chiamata “La Mano Nera” (perché era dedita ad estorsioni e rapine e firmava le lettere minatorie con il segno di una mano impresso con inchiostro nero), dell’organizzazione prima sindacale e poi criminale nata attorno al sindacato camionisti di Jimmy Hoffa e ai sindacati del lavoro del comparto automobilistico di Chicago, e si scontrò con la mafia irlandese e con i gruppi criminali che controllavano il gioco d’azzardo e la vendita di alcolici (messi al bando dal proibizionismo) guidati dall’italo-americano Alfonso Caponi detto Al Capone (il cambio tra la “i” e la “e” fu dovuto a necessità di pronuncia) o anche “Scarface”, lo sfregiato, per una cicatrice che aveva sulla guancia sinistra. I mafiosi emigrati negli Usa assunsero il nome di “Cosa Nostra”, per indicare quell’organizzazione controllata solo da siciliani, senza la partecipazione di altre bande.  Poco alla volta la mafia in Sicilia si riorganizzò, anche grazie all’aiuto finanziario degli amici emigrati in America, ma i rapporti con il Fascismo restarono difficili perché l’azione di Mori aveva di fatto liberato i vecchi latifondisti dal controllo di campieri e gabellieri rimettendoli in condizione di disporre direttamente del latifondo e dunque del controllo del territorio che, ora, essi esercitavano per conto e negli interessi del Fascismo. Finchè, con lo sbarco degli Alleati, al generale Eishenower venne consigliato di utilizzare antifascisti da mettere a capo dei Comitati di Liberazione in Sicilia e poi delle amministrazioni locali post-belliche. Questi antifascisti erano in gran parte i vecchi mafiosi (si dice che il consiglio arrivasse da settori della futura DC tra i quali spiccava un giovane di nome Giulio Andreotti, ma anche questo non lo puoi dire in pubblico, n.d.r.)
Quando il prefetto Cesare Mori si insediò a Palermo il 22 ottobre 1925 gli venne consegnato un telegramma di Benito Mussolini dove, dopo gli auguri di buon lavoro, così era scritto: « …vostra Eccellenza ha carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore Vi ostacoleranno, non costituirà problema: Noi faremo nuove leggi. Abbiatemi al Vostro fianco. Benito Mussolini» 

Origine storiche della Stidda
Stidda – “un insieme di” – “costellazione”  –  “gruppo di cose che ruota attorno ad una principale”  – dal siciliano
sono famiglie che hanno il compito di controllare zone povere, con scarse risorse agricole, dedite alla pastorizia e solo limitatamente alla pesca. Famiglie che gravitano attorno ai signori della Mafia ai quali facevano riferimento e dai quali prendevano ordini. Operavano essenzialmente nelle zone di Caltanissetta, Agrigento, Ragusa, Enna. Oggi la Stidda è la criminalità organizzata di queste stesse zone che però è spesso in contrasto con la Mafia e le famiglie di Palermo, Catania e Messina. Talvolta però sono state registrate alleanze temporanee per i traffici di droga.

Origini storiche della Sacra Corona Unita
Alcuni decenni dopo la caduta dell’Impero Bizantino in Puglia (da sempre molto condizionata dall’influenza di Bisanzio e del Medio Oriente) nasce un’associazione “nostalgica”  ispirata alla Corona di Bisanzio e alla religione orientale. Gli affiliati venivano perciò “battezzati” (resi “sacri”) in nome della Corona alla quale giuravano fedeltà (“uniti”). In realtà l’associazione, dedita a furti e razzie di vario genere ritenendosi in diritto di contrastare e “punire” il potere locale,  durò poco. Ma nel 1981 il capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, arrestato tre anni prima dal carcere di Ascoli Piceno dove era detenuto e da dove riusciva a tenere i contatti con la sua organizzazione grazie ad un direttore molto conciliante (si chiamava Niccolò Amato, poi diventato – in cambio – capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e infine deputato socialista ma questo è meglio che non lo dici in pubblico, n.d.r.), estese il suo dominio in Puglia e incaricò un detenuto del carcere di Trani a lui molto legato, Giuseppe Rogolo, di fondare – la notte di Natale del 1981: Cutolo era molto legato ai simboli – la Nuova Sacra Corona Unita, utilizzando esponenti di 47 famiglie che intanto erano state contattate dalla sorella Rosetta Cutolo (che convocava le persone con le quali voleva parlare nel castello di Ottaviano, dove venivano ricevute da un giovane studente di Farmacia a Napoli, che le faceva da maggiordomo e si chiamava Francesco Violento) e che erano “vicine” alla ‘Ndrangheta anche se non organicamente inserite. Complessivamente la Nuova Sacra Corona Unita poteva contare, all’inizio, su 1561 persone.  Cutolo “revisionò” l’etimologia del nome e stabilì che gli esponenti del gruppo – che prestavano giuramento su una punta di pugnale insanguinata – erano “sacri” perché consacrati dal giuramento, “uniti” e forti come gli anelli di una catena e – in omaggio alla presenza della religione e dell’iconografia religiosa in tutte le organizzazioni criminali – periodicamente organizzavano processioni sgranando il rosario detto anche “corona”. Vennero anche stabiliti dei gradi all’interno dell’organizzazione: il primo grado è la “picciotteria“, il successivo il “camorrista“, cui seguono sgarristi, santisti, evangelisti, trequartisti, medaglioni e medaglioni con catena della società maggiore. Questi ultimi sono soltanto 8 e ne veniva nominato uno nuovo alla morte di un altro. Otto medaglioni con catena compongono la “Società segretissima” che comanda un corpo speciale chiamato la “Squadra della morte“. Col tempo naturalmente tutto questo simbolismo è sparito. Ma è rimasta l’organizzazione criminale.

Origine storiche della ‘Ndrangheta
Andròs Agathòs – dal greco “uomo forte e virile”  – aveva il compito di dirimere i contrasti sul territorio, spesso impervio e irraggiungibile per i magistrati del Regno. Le famiglie che avevano la fortuna di avere un rappresentante Andròs Agathòs venivano omaggiate di doni e di fatto amministravano localmente e decidevano le controversie. In questo modo finirono per controllare il commercio e, dunque, l’economia locale. Oggi le famiglie in cui si divide la ‘Ndrangheta si chiamano ‘Ndrine

Origini storiche dell’Anonima Sequestri
Nelle terre di Sardegna del Regno Sabaudo, povere e occupate da popolazioni dedite essenzialmente alla pastorizia, semi-nomadi, vi fu dalla metà dell’800 una concentrazione dei rifugi dei Briganti. Il fenomeno del brigantaggio era nato tra il 1850 e il 1860, poi protrattosi fino ai primi 15 anni del 900, in segno di “resistenza” alle spinte unificatrici dell’Italia e, parallelamente, all’atteggiamento repressivo del Regno delle Due Sicilie che tentava così di fermare la decadenza. I Briganti, che in linea di massima si atteggiavano a “Robin Hood” con la popolazione locale, non potevano ricorrere a rapine ed estorsioni (anche se non sono mai mancati saccheggi e violenze) e dunque si finanziavano ricorrendo ai sequestri di persona (resi facili dalle caratteristiche morfologiche del territorio e dalle complicità nelle genti locali) ai danni di signorotti locali, eventuali turisti o imprenditori venuti dal “continente” per realizzare opere pubbliche. In occasione di reazioni della polizia del Regno, molti fuggivano sulle coste di fronte, quelle della Toscana. Mentre alcuni, legati ai Briganti calabro-lucani, si rifugiavano in Calabria. Questo ha fatto sì che, nel tempo, i sequestri di persona siano stati “esportati” in Calabria e nell’Italia centro-settentrionale e ha provocato l’insediamento di famiglie sarde nel grossetano.

Origini storiche della Mafia del Brenta e della criminalità del Milanese
Tra la fine degli anni 60 e gli inizi degli anni 80, nelle province di Venezia e Padova vennero inviati in soggiorno obbligato (l’istituto del soggiorno obbligato è stato abrogato nel 1988, proprio in seguito alle numerose denunce da parte di analisti della magistratura i quali mettevano in evidenza il rischio di “esportare” la mafia sul territorio) mafiosi siciliani di notevole spessore criminale (Totuccio Contorno, Antonio Fidanzati, Antonino Duca, Rosario Lo Nardo). All’ombra di questi personaggi crebbero e trovarono maturazione le locali giovani leve di una criminalità dai contorni ancora rurali, che tentava generalmente di mutuarne le gesta, le caratteristiche e le imprese. In tale contesto storico ha preso forma e autonomia un gruppo di giovani malavitosi, polarizzatosi intorno alla figura di Felice Maniero, che assurgeva a ruolo carismatico in un humus delinquenziale sempre più fertile e produttivo, tanto da fare assumere al gruppo Maniero i connotati di un sodalizio che fu poi comunemente detto “Mafia del Brenta”. Nel passare degli anni il sodalizio spostò i suoi interessi dalle grosse rapine ai danni di laboratori orafi, istituti di credito e uffici postali, ai sequestri di persona, al controllo delle bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia, nonché al più remunerativo traffico di sostanze stupefacenti, con diramazioni un po’ ovunque, da Portogruaro a Chioggia, grazie ad una struttura sempre più stabile e gerarchicamente inquadrata, con la quale sviluppò la propria influenza anche nelle provincie limitrofe. All’organizzazione della riviera del Brenta si aggiungevano:
A) I “mestrini“:
il gruppo criminoso di Mestre – strettamente collegato a quello della Riviera – dedito a rapine, estorsioni e traffico di sostanze stupefacenti, che si avvaleva anche del ricavato dell’attività degli “intromettitori”, in zona tronchetto-piazzale Roma di Venezia. Questi ultimi, che rappresentano una figura tipica di operatori della città di Venezia, agiscono quali intermediari tra i turisti ed il mondo del commercio veneziano. Si tratta, per lo più, di motoscafisti abusivi, gondolieri, intermediari di agenzie di viaggio, portieri di albergo, che per la loro attività sono in grado di indirizzare il turista verso determinati negozi, vetrerie, ristoranti ed alberghi. Il giro di affari è stimato in vari miliardi e si presta all’influenza, sotto varie forme, di esponenti della malavita organizzata. Membri conosciuti come “lo zoccolo duro” della banda di Mestre sono: Gino Causin, Gilberto “Lillo” Boatto, Roberto “Paja” Paggiarin, Paolo Tenderini e Paolo Pattarello.
B) I “veneziani“:
il gruppo della laguna, composto da elementi tutti nativi di questo capoluogo, anch’essi dediti al traffico di sostanze stupefacenti e taglieggiamenti, con l’impiego di capitali provenienti, tra l’altro, dalla gestione di vetrerie di Murano e di locali notturni siti in Venezia, acquisiti ed intestati a prestanomi incensurati, nonché dal controllo degli intromettitori abusivi in zona di piazza San Marco.
C) “La banda Maritan“:
gruppo di San Donà di Piave-Jesolo (zona più orientale della provincia), il cui capo – Silvano “Presidente” Maritan – strettamente legato a Maniero della Riviera del Brenta, in passato aveva coltivato vincoli di amicizia con il noto mafioso Salvatore “Totuccio” Contorno, durante il periodo del soggiorno obbligato nel veneto di quest’ultimo. Anche l’attività illecita di questo gruppo consisteva, prevalentemente, nel traffico di sostanze stupefacenti.
Tale assetto generò nel corso degli anni tra la metà dei 60 e la fine dei 70, sanguinosi regolamenti di conti, sostanziatisi in una serie notevole di omicidi.
Parallelamente Milano e alcune aree della provincia  vengono colonizzate da famiglie prima di Cosa Nostra americana (Giuseppe Doto detto Joe Adonis) negli anni 60, poi dalla mafia (Luciano Liggio del clan siciliano dei Corleonesi negli anni 70), poi da famiglie locali (Francis Turatello detto “faccia d’angelo” gestore di locali notturni e bische clandestine a Milano, che prima alleato poi si contrappose al boss Angelo Epaminonda in uno scontro fatto di omicidi in piazza che finì anche con l’ispirare il cinema dei cosiddetti B Movie con titoli come Milano violenta, Milano spara Napoli risponde) tra la metà degli anni 70 e la metà degli anni 80 (la Banda della Comasina di Renato Vallanzasca, di Lambrate, detto “il bel Renè”), poi da famiglie della ‘Ndrangheta e nuovamente dalla mafia che si sposta sul traffico di droga e sul riciclaggio di denaro (dalla fine degli anni 80 alla fine degli anni 90 – operazioni Duomo Connection,  Wall Street, Count Down – con boss come i siciliani Carollo, Fidanzati, Ciulla, i calabresi Flachi, Coco Trovato, Papalia, Sergi, Morabito, Paviglianiti ( per ricordare solo i più noti).
Sul piano dei settori di interesse, Mafia del Brenta e malavita organizzata milanese hanno un denominatore comune. Poco alla volta si consolidarono stretti legami con esponenti di sodalizi mafiosi operanti in altre regioni d’Italia, per lo più in relazione ad esigenze di approvvigionamento di sostanze stupefacenti: in particolare, oltre a quelli con il gruppo mafioso facente capo ai Fidanzati di Milano e ad Salvatore Enea, sono stati accertati frequenti “rapporti d’affari” con esponenti della camorra, appartenenti alla famiglia Guida e a quella dei Giuliano. Felice Maniero, poi, era amico del figlio della Repubblica croata Franjo Tudman, con il quale, durante gli anni 90, pianificò diverse tratte attraverso l’Adriatico per il contrabbando di armi e per il traffico di droga.
Da sempre la Mafia del Brenta e i clan milanesi devono confrontarsi con altre organizzazioni, venete, dal Sud Italia e dall’estero, che operano nel suo stesso territorio (nel 1984 a Tradate venne ucciso Roberto Cutolo, il figlio del boss Raffaele, che viveva lì con la madre). Soprattutto nell’ultimo decennio, che ha segnato una nuova geografia etno-criminale nel Nord Italia, e nell’Italia in genere, la Mafia del Brenta, le cosche milanesi e in generale tutte le organizzazioni criminali si confrontano e si alleano, a turno e in vari modi, con mafie di tutto il mondo, dalle Triadi cinesi, alla Mafia Russa passando per la Yakuza giapponese, la mafia irlandese, Cosa Nostra americana. L’interesse di tutti è trovare mercati per il riciclaggio. Milano, sede di economia industriale più del Mezzogiorno – naturalmente – ma anche più di Roma (che invece si rivolge al terziario) è uno dei punti d’incontro privilegiati della criminalità che, di tanto in tanto, non disdegna nemmeno investimenti nel settore della moda e nella mediazione per la vendita di gioielli e metalli preziosi attraverso “triangolazioni” con l’Olanda e il Sud Africa.

Origini storiche della Banda della Magliana
Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto prima er Fornaretto e in seguito er Negro)  è un piccolo criminale del quartiere di Trastevere: nasconde e trasporta armi per conto di altri criminali. Un giorno, con l’auto carica di armi, si ferma davanti ad un bar per prendere un caffè; fatalità vuole che quell’auto gli venga casualmente rubata. Le armi contenute nel bagagliaio della Volkswagen sono di un suo amico, Enrico De Pedis detto Renatino, un rapinatore che gode di buon rispetto all’interno della malavita romana. Giuseppucci trova il ladro che gli ha sottratto l’auto, ma le armi sono state vendute ad un gruppo di rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana. Giuseppucci decide allora di andare a parlare con quelli di via della Magliana, in particolare cerca e trova Maurizio Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due, stranamente, si accordano per compiere alcuni colpi; nel gruppo rientrano anche De Pedis e gli altri della Magliana. Da semplice associazione di rapinatori, il patto prende la forma di una potenziale organizzazione per il controllo della criminalità romana, nella quale iniziano a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli, Edoardo Toscano detto l’Operaietto e Claudio Sicilia detto er Vesuviano per le sue origini. Il loro primo lavoro, il 7 novembre 1977 sarà un sequestro, quello del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, che però finirà male. Per l’inesperienza nel campo, Giuseppucci e gli altri non riescono a gestire la situazione e devono chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale (una piccola banda di Montespaccato), un componente del quale, per distrazione, si fa vedere in faccia dal duca, che per questo verrà ucciso. Riescono, comunque, ad incassare il riscatto (due miliardi, contro i 10 della richiesta iniziale), lo dividono con l’altro gruppo ed invece di suddividere tra loro la loro quota, decidono di reinvestirla in nuove attività criminali. Da qui, l’unione con altri gruppi romani: uno del quartiere Tufello con a capo Gianfranco Urbani (er Pantera), uno di Ostia con a capo Nicolino Selis che ha forti legami con la Camorra e i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbruciati, er Camaleonte. Nasce così la Banda della Magliana.

CAUSE REMOTE
Le organizzazioni criminali, o la tendenza della criminalità ad organizzarsi, affondano le radici per così dire culturali in situazioni contingenti assai remote. Situazioni che, storicamente, si sono verificate essenzialmente nel Mezzogiorno d’Italia. Un territorio che per circa mille e 700 anni ha rappresentato il cuore dell’economia e il crocevia degli scambi commerciali e, si direbbe oggi, etnici. Così, parallelamente all’evoluzione culturale e filosofica, si è evoluto un sistema economico spesso, in certa misura, autogovernatosi a causa della lontananza meramente fisica dei centri amministrativi e politici. In una prima fase infatti, tramontato il periodo della Magna Grecia caratterizzato da insediamenti relativamente piccoli e improntati all’autogestione soprattutto fiscale e amministrativa (Atene non imponeva alle colonie alcuna tassazione in favore del governo centrale dal momento che tali colonie non erano frutto di campagne di conquista governative ma di emigrazione spontanea sebbene “incentivata”) e fino al dissolvimento dell’Impero romano (possiamo orientativamente collocare questo periodo tra il I e il IX secolo dopo Cristo), il governo dei territori del Mezzogiorno, pur rappresentando essi il “granaio di Roma” e dunque una componente essenziale per un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura, era affidato a delegati locali, nella maggior parte dei casi dotati di ampia autonomia, attese le difficoltà nei collegamenti tra quei territori e Roma.  In una seconda fase, collocabile tra l’anno Mille fino all’unità d’Italia, i regni Longobardi, quindi Aragonesi, Angioini e infine Borbonici, anch’essi scelsero di concentrare i “centri decisionali” nella capitale, Napoli, nonostante le risorse economiche e umane grazie alle quali l’intero regno si assicurava la forza e la sopravvivenza provenissero da territori decentrati (i contadi, le terre di lavoro, le capitanate). Sia la prima che la seconda fase hanno come ulteriore caratteristica comune, a differenza del periodo greco, la necessità per il governo centrale di imporre anche imposte e tasse. Questa politica, associata alla concentrazione – avutasi essenzialmente dal primo Medioevo in poi – delle terre del Mezzogiorno nelle mani di poche famiglie (spesso discendenti di centurioni, governatore e consoli della Roma imperiale) favorì la progressiva emigrazione degli esponenti di tali famiglie dai territori di loro proprietà (latifondi, dal latino latus= ampio e fundus= podere) alla capitale del regno. La loro presenza “a corte” era infatti strategica affinché potessero trattare costantemente sui privilegi fiscali da ottenere, o da difendere, per tenere in equilibrio l’economia del latifondo e “ammortizzare” gli imprevisti (incidenza delle variazioni climatiche sui raccolti, necessità di riconoscere ai mezzadri e ai coloni una certa tolleranza nei pagamenti di colonìe e mezzadrìe). Tuttavia ciò comportò un sempre maggior ricorso alla delega nel governo locale. Le case regnanti delegavano i latifondisti, questi ultimi man mano emigrati nella capitale del regno per controllare i loro interessi politici, delegavano campieri, esattori e personaggi “carismatici” locali. Si creò così, poco alla volta, un meccanismo sostanzialmente autarchico, nel quale ciascuna componente “giocava le proprie carte” – utilizzava cioè il potere contrattuale di cui disponeva o il potere tout court – per trarre i propri vantaggi. La prima conseguenza di ciò fu la nascita di gruppi organizzati, ciascuno a sostegno dei propri obiettivi. Non sempre leciti. Dove l’impunità dell’illiceità era sufficientemente assicurata dalla lontananza geografica degli eventuali poteri di controllo.
Così da alcune testimonianze storico-archeologiche si ricava che a Pompei, uno dei centri più importanti del commercio fino a pochi anni prima della distruzione per l’eruzione del Vesuvio, tra il 60 e il 75 d.C. era pratica inquietantemente diffusa il pagamento di tangenti in cambio di licenze di commercio nelle strade propizie della città, come via dell’Abbondanza.
Già nei due secoli precedenti il fenomeno delle tangenti versate ai delegati dell’amministrazione locale sia per ottenere ciò cui non si aveva diritto, sia per facilitare il riconoscimento di diritti, crebbe a dismisura. Tanto da costituire un vero e proprio allarme sociale. Le proteste, il malcontento dei territori delle province per le vessazioni dei governatores (spesso ex centurioni) e dei proconsoli che, non va dimenticato, amministravano anche la Sicilia, indussero il Senato nel 149 avanti Cristo all’approvazione della  Lex Calpurnia che condanna il reato di concussione. Di questo periodo numerosi sono i resoconti dei processi. Emblematico quello al governatore della Sicilia, senatore Gaio Verre, per il quale nel 70 avanti Cristo viene addirittura istituito un tribunale speciale (che da quel momento si occuperà di tutti i casi di concussione). I “funzionari” rei confessi si difendono affermando che la colpa è dei ricchi. Che sono loro i corruttori e non gli amministratori che obbligano a pagare tangenti. In quegli anni, tra il 130 avanti Cristo e il 60 dopo Cristo, la “società civile” (come la chiameremmo oggi) si ribellò alle continue concussioni inviando sempre più denunce sebbene spesso anonime. Ciò spinse molti governatori a “pentirsi”: cominciarono a confessare. Alcuni accusavano anche altri, ma c’era chi si difendeva affermando di essere vittima di un complotto politico dell’opposizioni, a loro volta accusata di “controllare” alcuni praetor, i magistrati provinciali, che – a dire di costoro – facevano politica attraverso l’uso distorto della giustizia. L’effetto di questa tangentopoli avanti Cristo, dal 90 a.C. in poi, fu il blocco di lavori pubblici e la chiusura di molti cantieri. Gli operai venivano licenziati, le amministrazioni locali erano in crisi e fu necessario trovare una soluzione politica. Il problema si trascinò a lungo, finché Traiano, nel 100 d.C., dispose che le denunce anonime non venissero prese in nessun contro e introdusse una norma che favoriva la collaborazione con la giustizia da parte di funzionari e imprenditori corrotti. A chi parlava, consentendo di spezzare la rete della corruzione, veniva riconosciuto uno sconto di pena fino al 50 per cento e, soprattutto,  veniva concesso di tenere la metà delle somme guadagnate illecitamente (ricevute dalle concussioni o dalle corruzioni nel caso dei funzionari, o ottenute grazie agli appalti conquistati in modo irregolare nel caso degli imprenditori). In teoria veniva disposta, come pena accessoria, l’interdizione dai pubblici uffici per i funzionari e l’esclusione dalle gare d’appalto per gli imprenditori e i commercianti. Tuttavia vi sono alcuni esempi contrari: il costruttore che realizzò il porto romano di Fiumicino, ad esempio, dopo aver collaborato con la giustizia ed aver beneficiato degli sconti previsti da Traiano, dopo appena due anni era tornato nel giro degli appalti avendo ricevuto in concessione importanti lavori pubblici a Roma.
Contro questa tendenza vessatoria delle amministrazioni periferiche, l’economia locale tentò di difendersi affidandosi a rappresentanti di categoria. Poco alla volta però da tali rappresentanti finì col dipendere la stessa sopravvivenza di un’attività economica. E ci fu chi, per essere favorito, cominciò a sua volta a pagare i “protettori”. L’organizzazione dei protettori divenne così autonoma progressivamente e finalizzata a se stessa.

La continuità storica
Il consolidamento delle organizzazioni criminali è stato, in gran parte, garantito da una sorta di “continuità delle cause” cha ha caratterizzato i quasi 500 anni compresi tra il regno Angioino, quello Aragonese e quello Borbonico. Per una serie di ragioni, casuali ma strategiche, le tre dinastie hanno conservato meccanismi politici e amministrativi simili e connotati, essenzialmente, da:
–          Lontananza dal governo centrale
–          Delega di governo alle baronie
–          Divisione amministrativa in Valli (dall’arabo Walì – governatore) – Vallo della Lucania,i tre Valli siciliani Val Demòne, Val di Noto, Vallo di Mazara, Terra di Lavoro e Circondario di Sora (Caserta e Frosinone), Capitanata (Foggia) Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria Ulteriore, Calabria Citeriore, Contado di Molise.
La controprova del nesso tra le scelte di politica amministrativa e l’affermazione del potere di controllo delle famiglie – e dunque dei “clan” – è evidente se si guarda alle condizioni nelle quali si è trovato lo Stato dei Presìdi, un “protettorato” laziale del Regno di Napoli. Questa zona geografica, sostanzialmente coincidente con l’attuale area del Grossetano, è guarda caso ancora oggi afflitta dalla presenza di organizzazioni criminali assai simili, per struttura interna e “vocazione” a quelle del Mezzogiorno d’Italia. Storicamente, lo Stato dei Presidi comprendeva Argentario, Orbetello, Porto Ercole, Porto Santo Stefano, Porto Azzurro, Isola d’Elba, Ansedonia e Talamone e fu assegnato ai Borbone nel 1557 dalla Corona di Spagna su cessione del Granducato di Toscana.
Oltre alle scelte amministrative, un ruolo fondamentale nello sviluppo della criminalità ebbero le deleghe nell’amministrazione della giustizia.
La scelta dei Giustizieri, i referenti nelle Capitanate e nelle Terre, dei Baroni (competenti sulle Valli) e dei Magistrati al Commercio (responsabili Circoscrizioni e dei Contadi) avveniva per lo più tra i personaggi “carismatici” del luogo e dunque tra “camorristi”, “ ‘ndranghetisti”,  “mafiosi”, e la loro autonomia

Le caratteristiche del crimine organizzato in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia
Caratteristiche simili in nome della matrice storica comune (politica amministrativa del Regno delle Due Sicilie). In origine dividono propri affari tra la gestione del gioco d’azzardo, del lotto clandestino, le estorsioni, le rapine (gli Stolder a Napoli erano in particolare specializzati nelle rapine alle banche attraverso le fogne), i prestiti ad usura. Passano così al controllo del piccolo commercio, degli ambulanti, e quindi del contrabbando, prima delle sigarette, poi – con lo spostamento dei tabacchi in Albania e Jugoslavia questo contrabbando si è spostato sui clan della Sacra Corona Unita in Puglia – delle armi, perfino del caffè e delle opere d’arte per finire con armi e droga. Quando non controllano direttamente il commercio, controllano le forniture al commercio. I prodotti, dal pane all’acqua minerale, passando per gelati, caffè, pasta vengono imposti dalla criminalità organizzata che ne decide, quindi, anche il “successo” in termini di fatturato. Le grandi aziende d produzione e distribuzione fanno così a gara per chiudere gli accordi locali con società che, apparentemente al di sopra di ogni sospetto, siano però rigidamente controllate dal crimine organizzato perché ciò garantisce buone vendite. In questo contesto si sviluppano parallelamente le attività imprenditoriali, prima di servizi all’edilizia (movimento terra, tondini di ferro, guardiania, manovalanza: la camorra e la mafia controllavano le braccia ma non i “cervelli” e dunque si trattava di attività a scarso valore aggiunto), poi di costruzioni vere e proprie per finire con l’infiltrazione in società finanziarie, piccole banche, import-export e quindi con il finanziamento alla politica. Le nuove generazioni sono istruite (i figli di Nuvoletta, di Zaza, frequentano con profitto le scuole private come l’Istituto Nazarteh, poi l’università come la figlia del boss Imparato, laureata in giurisprudenza) e dal semplice finanziamento alla politica locale passano alla frequentazione della politica nazionale fino a diventare, in alcuni casi, essi stessi esponenti politici. Continuano intanto gli appalti per la fornitura di ben e servizi a enti locali. I Nuvoletta, fino agli anni Ottanta, fornivano verdura, polli e uova alle mense di alcuni dei principali ospedali a Napoli. La società era intestata alla moglie di Lorenzo Nuvoletta, Maria Orlando, di origine siciliana. Nuvoletta e Zaza sono le uniche due famiglie della camorra – e oggi i loro eredi – che hanno diritto di voto nella Commissione di Cosa Nostra. Voto che, per le regole della Commissione, non possono esercitare direttamente in prima persona perché non sono siciliani di nascita, ma che delegano ad un loro rappresentante. Prima Luciano Liggio, poi Riina (che durante la sua latitanza è stato anche ospite di Nuvoletta a Marano di Napoli)  e poi Provenzano. All’inizio degli anni 70 per finanziare la latitanza di Luciano Liggio la mafia e il clan Nuvoletta organizzano e gestiscono un sequestro di persona a Torino: il nobile Luigi Rossi di Montelera viene rapito e i 600 milioni del riscatto, dopo essere stati nascosti dietro l’altare della parrocchia di Partinico in Sicilia con la complicità del parroco, finiscono depositati su un conto corrente della Banca Nazionale del Lavoro, agenzia 6 di Napoli, intestato a Liggio e Nuvoletta. Lì vengono trovati e sequestrati (e Liggio arrestato) nel 1975 dai carabinieri e da un pm della procura della Repubblica di Napoli. Il determinante salto di qualità la camorra – e quella parte della mafia legata alla camorra in Campania – lo porta a termine a cavallo tra gli anni 70 e l’inizio degli anni 80. Il terremoto in Campania del novembre 1980 rappresenta una formidabile occasione per riattivare l’economia, basata sul denaro pubblico, dopo la crisi degli anni 70 che a sua volta aveva fatto seguito al boom economico degli anni 50 e 60 con gli interventi assistenziali “a pioggia” garantiti dalle partecipazioni statali che affiancavano l’impresa privata e dai finanziamenti politicamente orientati di istituti come la Cassa per il Mezzogiorno prima e l’Isveimer poi. I lavori pubblici di ricostruzione delle aree colpite dal terremoto fanno gola alla criminalità. L’imprenditoria locale, da sempre assistita da contributi pubblici, è incapace di fronteggiare la ricostruzione. In Campania, in Basilicata, sbarcano imprese del Nord tecnologicamente e professionalmente più attrezzate. Per i primi tempi è un susseguirsi di attentati ai cantieri e ostruzionismo burocratico della classe amministrativa e dirigente locale. I grandi imprenditori e le grandi banche che li finanziano chiamano a raccolta la politica nazionale la quale a sua volta chiede ai suoi rappresentanti eletti sul territorio di intervenire per risolvere il problema. La soluzione sta nel fornire a quelle imprese del Nord assistenza in cambio di tangenti che serviranno a finanziare quella stessa politica i cui costi si moltiplicavano per l’esigenza di utilizzare i moderni mezzi d’informazione per creare consenso, e nello stringere accordi con esponenti locali vicini alla criminalità. Questi ultimi garantivano rapide soluzioni amministrative e burocratiche per le opere pubbliche in cambio, a loro volta, di un occhio di riguardo verso le imprese locali. Che intanto erano state sottoposte al controllo della criminalità Grandi imprenditori si vedono così costretti – ma in alcuni casi con piacere in vista di maggiori guadagni – a entrare in società o a cedere in subappalto fette di lavori, alle imprese criminali. Le quali, a loro volta, garantiscono prezzi più bassi sfruttando lavoro nero e imbrogliando sulla quantità e sulla qualità di cemento nel calcestruzzo e delle materie prime in genere. Ciò garantisce un maggior margine di guadagno complessivo anche alle grandi imprese che, però, lasciano immutati i costi finali a carico dell’ente pubblico appaltante. In questo modo si creano anche fondi neri necessari a pagare le tangenti. Già nella prima metà degli anni 70, e poi con enorme sviluppo dal 1980 al 1988, epoca d’oro della ricostruzione del dopo terremoto in Campania, si sviluppano società produttrici e fornitrici di calcestruzzo e servizi per l’edilizia. Spesso si tratta di consorzi locali nel quali figurano come soci grandi produttori nazionali. Le prime alleanze vedono protagonista indiscusso Raffaele Cutolo e la costellazione di società e imprenditori a lui legati (spesso piccoli imprenditori che si sono costruiti l’attività con i prestiti che la sua organizzazione elargiva al posto delle banche). La contropartita, per i politici che si facevano mediatori e garanti di questi accordi (in Campania come in Calabria, Puglia e Sicilia dove sebbene non vi fosse stato alcun terremoto fiorivano opere pubbliche perché gli interventi decisi per la Campania non potevano, politicamente, restare isolati per evitare la perdita di consenso nelle altre regioni), era l’appoggio elettorale garantito dalla criminalità che riusciva a controllare il consenso delle masse attraverso le assunzioni che poteva assicurare in società e cantieri aperti grazie ai lavori pubblici. Quando però le richieste di Cutolo diventarono sempre più pressanti, alcune parti della politica lo “scaricarono” alleandosi ai clan che uscivano vincenti dalla lotta tra Nuova Camorra e Nuova Famiglia. La Nuova Famiglia di Antonio Bardellino prima e poi, alla scomparsa di quest’ultimo (che ancora oggi non si è chiarito se sia stato ucciso o no) di Carmine Alfieri e della criminalità casertana dell’epoca (quella di Sandokan, degli Schiavone e dei Casalesi) prese così il posto di “alleato di riferimento” della politica locale e, attraverso questa, della politica nazionale. Successivamente, agli arresti della prima metà degli anni 90 realizzati grazie alle tecniche investigative nuove e al contributo dei collaboratori di giustizia (che vennero “regolamentati” per legge soltanto dal 1992 su pressione degli Stati Uniti che lamentavano una recrudescenza del fenomeno mafioso negli Usa alimentato dalla potenza accresciuta della mafia italiana), seguì il declino, dal 1995 in poi, dei clan della ex Nuova Famiglia, dei Casalesi, e le redini del rapporto con la politica tornarono a quella costellazione di famiglie della vecchia camorra che avevano mantenuto buoni rapporti con la mafia siciliana e con i nuovi gruppi della ‘ndrangheta che, a loro volta, avevano di molto migliorato i rapporti con la politica nazionale e gli agganci con la finanza internazionale, necessari a garantire le operazioni di riciclaggio. Oggi la criminalità dei Casalesi, della zona di Scampia e delle aree periferiche e suburbane napoletane vive localmente di violenza e reati contro il patrimonio mentre la liquidità arriva dallo spaccio di stupefacenti e dal sistematico controllo di rapine ai Tir che trasportano ogni tipo di prodotti, dai generi alimentari agli elettrodomestici passando per abbigliamento, ricambi elettronici, materiali elettrici. Riesce ad infiltrarsi e a controllare piccole amministrazioni  locali e solo di tanto in tanto qualche politico locale che assurge al palcoscenico nazionale. Restano invece sostanzialmente intatti i poteri delle famiglie legate alla mafia, delle quali aumenta il potenziale di riciclaggio, soprattutto con operazioni estere e con investimenti in zone di “rappresentanza” come Roma e Milano. Accanto a queste attività che si possono considerare evolute, queste famiglie conservano i propri affari legati ai traffici internazionali, prevalentemente di stupefacenti, armi e opere d’arte, che hanno preso il posto del vecchio contrabbando di sigarette. Quest’ultimo, nel decennio compreso tra il 1990 e il 2000, si è spostato sulle coste pugliesi, gestito dalle famiglie della Sacra Corona Unita con l’appoggio della mafia albanese e della criminalità montenegrina. Negli ultimi anni la redditività delle sigarette si è notevolmente ridotta e i canali tradizionalmente adoperati per il contrabbando sono stati riconvertiti per il trasporto di stupefacenti, di armi e per l’organizzazione dell’immigrazione clandestina. Altissima capacità di corruzione della magistratura e delle forze dell’ordine. Capacità di penetrazione nel clero. Negli ultimi cinque, in seguito all’evoluzione delle normative a protezione dell’ambiente e relative alla regolamentazione nello smaltimento dei rifiuti, camorra, mafia e ‘ndrangheta hanno fatto del traffico dei rifiuti, in tutta Europa, un affare colossale. Dal 2002 ad oggi, in seguito all’aumentato controllo del settore da parte delle forze dell’ordine, gli interessi si sono spostati sulle energie alternative. Si sono già registrati forti investimenti della mafia nell’acquisto di terreni incolti per migliaia di ettari dove investire, con l’intervento delle banche, nella realizzazione di centrali di produzione di energia eolica, fotovoltaica, e “verde” in genere. Esattamente in linea con la “green economy” che anche il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ritiene essere l’obiettivo del futuro. E sul futuro la mafia ha sempre investito con grande impegno.

 

Le caratteristiche del crimine organizzato in Sardegna e litorale Toscano
Il crimine organizzato sardo – e le sue derivazioni toscane – si sviluppa in zone originariamente molto povere. Abigeato, usura, razzia di campi all’inizio e poi sequestri di persona quando la Sardegna diventa meta turistica d’elite e quindi riciclaggio, prevalentemente in Toscana, dei proventi soprattutto sul mercato immobiliare. A partire dagli anni 70 l’Anonima Sequestri fornisce appoggio logistico e “servizi” ai gruppi del terrorismo separatista sardo e anche, in scarsa misura, ai separatisti Corsi contro la Francia. Scarse se non nulle le infiltrazioni nella politica.

Le caratteristiche del crimine organizzato del Nord Est
Rapine, usura, attività commerciali nel settore della piccola industria e dell’oreficeria. Riciclaggio nell’industria locale, negli ultimi tempi controllo della manodopera immigrata, infiltrazioni non sistematiche nella politica locale.

Le caratteristiche del crimine organizzato del Milanese
In parte identiche a quelle del Nord Est, ma con una spiccata “vocazione” al riciclaggio, negli ultimi tempi anche nei settori della moda e perfino della cinematografia e del teatro. Notevoli capacità di mediazione tra mafie italiane siciliane, calabresi e campane e mafie internazionali che investono a Milano, soprattutto nel settore immobiliare e della sanità privata.
Nella provincia milanese in particolare A Milano sono presenti quasi tutte le cosche della ‘ndrangheta di Reggio Calabria e provincia, ma anche gruppi siciliani ricollegabili a Cosa nostra di Palermo che in alcuni casi si associano (caso raro visto che storicamente tra le due organizzazioni non ci sono mai stati buoni rapporti) ai calabresi, in particolare nel settore degli investimenti immobiliari e della gestione di attività commerciali (in particolare locali pubblici e mercato ortofrutticolo).
Nella zona a nord del capoluogo, corrispondente ai territori dei circondari che vanno fino a Monza, Como e Lecco, sono presenti gruppi della ‘ndrangheta che fa riferimento al clan di Coco Trovato (Lecco), alla ‘ndrina Mancuso di Limbadi (Monza), quella di Morabito di Africo nel territorio di Como.
Nella zona a sud di Milano e cioè nei circondari e fino a Pavia e Lodi, non vi e’ alcuna presenza delle organizzazioni criminali italiane, ma vi sono quelle di gruppi stranieri, composti in particolare da extracomunitari di origine slavo-albanese e romeni, che gestiscono traffici di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione e furti.
Nella zona a nord-ovest del capoluogo, corrispondente al territorio della provincia di Varese, c’è una significativa presenza di esponenti della ‘ndrangheta del crotonese, in particolare provenienti da Cirò Marina, riconducibili alla cosca ‘Farao-Marincola’.
Tutto questo, naturalmente, con buona pace delle recenti polemiche sulla (presunta) colonizzazione del Nord da parte della criminalità organizzata che, stando alle “scoperte” di ragazzotti scrittori e sempliciotti ministri dell’Interno, sarebbe un fenomeno degli ultimi anni.

Le caratteristiche del crimine organizzato a Roma
L’originaria Banda della Magliana può dirsi sostanzialmente scomparsa, progressivamente sostituita da un’organizzazione “trasversale” che unisce, nel nome della politica e del riciclaggio, le varie mafie. Finanziamento sistematico ad attività commerciali e alla politica. Altissima capacità di penetrazione, anche attraverso rapporti con il Vaticano e lo Ior, nella politica nazionale e nell’amministrazione attraverso il controllo del mercato immobiliare e di nutrite fette di professionisti che lavorano in consigli d’amministrazione delle banche, della assicurazioni, del sottogoverno, dei ministeri, degli enti pubblici, delle agenzie territoriali. Infiltrazioni nell’editoria, nell’informazione, nella cooperazione internazionale e dunque nei rapporti con l’estero. Sistematico investimento nelle attività del terziario: ristoranti, alberghi, autosaloni, società di servizi, dove è stabile l’alleanza con camorra, ‘ndrangheta e mafia. Controllo diretto o indiretto dell’attività d’indirizzo politico per orientare le scelte strategiche in materia di lavori pubblici, finanziamenti territoriali, aiuti alle imprese del Mezzogiorno. Penetrazione nell’apparato docente delle Università anche attraverso l’inquinamento di servizi segreti, massoneria e altre associazioni rappresentative trasversali. Scarsissimo ricorso alla violenza, all’omicidio. Controllo capillare delle importazioni di droga, di armi, dello sfruttamento della prostituzione e del gioco d’azzardo clandestino. Infiltrazione nei sistemi di gestione statale del gioco (lotto, scommesse eccetera).

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