Sfogliare un vecchio album di fotografie è come aprire uno scrigno dal quale emergono gioielli che sono i frammenti di una storia familiare che attraversa i decenni e, nello specifico, un secolo di vita di una famiglia e di un quartiere. Quando, poi, l’orizzonte si allarga e si spinge nei rami collaterali, quelli dei fratelli, dei cugini, degli amici, si rimettono assieme i tasselli di un mosaico da quale emergono non solo le immagini, ma le storie, le sensazioni, i sentimenti che coinvolgono la vita di una intera comunità di un territorio, Secondigliano, che per secoli ha conservato la sua autonomia ed ha custodito gelosamente usi, costumi, tradizioni, religiosità.

In “Lo scrigno riaperto – Storia di una comunità attraverso la fotografia”, Emilio Lupo, segretario nazionale di Psichiatria democratica e pioniere della applicazione della riforma psichiatrica in Campania e nel Paese, ma anche profondo studioso e conoscitore di cose del suo territorio, va oltre la ricerca all’interno della “valigia dei ricordi” della sua famiglia; egli va alla scoperta delle “capsule del tempo” conservate in altre case, in altri ambienti, spesso polverosi, e il materiale non sta lì, bello ordinato, ma lo devi ricercare in vecchi solai, soffitti, scatoloni, lacere borse di pelle, valigie accartocciate. Un lavoro reso difficile da un intermezzo terribile portatore di lutti e orrori, da una parentesi grave come l’emigrazione, eventi che hanno portato via per sempre volti e voci di persone care.

Dal materiale raccolto non emergono, come si potrebbe pensare, solo immagini, ma anche e soprattutto, gli odori, le gioie, i dolori, i balli, il cigolio della catena di una bicicletta, il rombo di un motorino, lo scalpiccio di un cavallo, il sapore della prima sigaretta fumata di nascosto, accompagnati dalla colonna sonora che ha fatto da eco alle ansie delle ore di studio e degli esami, ai palpiti del primo appuntamento, del primo bacio rubato nell’ombra di un portone, della gita con gli amici, del matrimonio, della nascita di figli e nipoti.

E mentre affondi le mani in questo materiale polveroso, scrive l’autore, “freneticamente ti assale la voglia di prendere, a piene mani, tutto quanto ti è stato sottratto” e intanto “il cammino riprende, inesorabile, con altri rumori che non sono più quelli familiari” e allora “parti e ritorni, sempre più spesso, sempre più di rado” ma ora sereno, consapevole che “lo scrigno, riaperto, ci ha restituito l’anima”.

Il libro si compone di 11 capitoli, sette dedicati ai vari periodi da fine Ottocento al 1970/80, gli altri quattro ai luoghi, alla mobilità, alle vacanze, alla cucina.

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