Rosi Mauro, che si dovrebbe certamente dimettere dal suo incarico pubblico per sensibilità istituzionale, è stata immediatamente catapultata in una triste questione sessista che obbliga come al solito a difendere l’indifendibile. Questo accade precisamente perché non si ha mai la percezione delle donne come “persone” ma sempre “in quanto donne”.
 
Daniela Santanché ad esempio fa sempre precedere i suoi pensieri dalla formulazione : “ Io in quanto donna e madre”, mettendosi subito al riparo nel recinto delle categorie protette, e scusandosi in anticipo della scemenza che dirà. Chi le contesta è quindi anche maschilista. Un po’ come quando si sono sollevate obiezioni su Carfagna, Gelmini e Minetti.

Della scarica di accuse a Rosi Mauro e delle frasi da epuratori etnici usciti dall’adunata di Bergamo si deve però archiviare e conservare per saggi di sociologia e antropologia l’articolo del Foglio uscito il 7 aprile:
Ritratto del Capo nella sua isola delle femmine, su in Padania
La Manuela, la Rosi, la famiglia e tutte le amazzoni devote della Lega. Palcoscenico in un cortile Lombardo

Firmato da una donna, Cristina Giudici, è un racconto dell’Italia arcaica e arretrata non solo per i protagonisti, ma soprattutto per l’opacità e l’acriticità dello sguardo che lo restituisce.

Bossi è il gallo nel pollaio, le donne si danno tutte da fare per aggiudicarselo.
Ci vuole un bel coraggio proprio “in quanto giornalista” a dare del “maschio alfa” a un personaggio così inconsistente e dichiaratamente impotente. Del resto tutta l’ammissione di impotenza è sempre stata in quel “ce l’ho duro” politicizzato.
(…) E non c’era donna che gli dicesse di no. Gli si concedevano con il piacere che si prova davanti a un raro esemplare di maschio alfa, inventore dello slogan politico più misogino della democrazia italiana, “la Lega ce l’ha duro”.

La stessa giornalista ammette l’impotenza di Bossi subito dopo. Parla di un uomo che non è né   responsabile delle sue azioni, né libero. Prigioniero però non della propria inettitudine, ma appunto delle donne:
Insieme a un moto di pietas sale alle labbra quasi un sorriso, un sorriso agrodolce per quest’uomo malato da otto anni, che in fondo è sempre stato prigioniero delle sue donne.

Questo accade perché le donne sono delle manipolatrici, animate sempre da secondi fini come ottenere un posto al sole, che fa il paio col “buon partito”. Infatti non essendo dotate di nessuna autonomia non possono che manipolare uomini affinché concedano loro poteri:
(…) le donne, soprattutto quelle di casa, lo avrebbero usato, manipolato, per avere un posto al sole. Ché altrimenti sarebbero rimaste confinate nel loro contado, la Manuela a fare l’insegnante, la Rosi sindacalista senza poltrone. E anche quelle del movimento, devote come amazzoni di Gheddafi, quelle che hanno alimentato il culto della personalità.

Se la crescita del paese è fortemente legata alla questione del lavoro e del welfare delle italiane queste non potranno mai ottenere nulla da sole poiché non ne sarebbero capaci.
“ (Rosi Mauro) è riuscita a salire di grado nell’Eden padano e a farsi regalare dal Capo, anziché un gioiello, addirittura un sindacato”.

Le donne non sono mai “grandi” per conto loro. Sono sempre in una posizione ancillare e di servizio. Dietro al grande uomo (dove per grande stiamo sempre parlando di Bossi) c’è appunto sempre la famosa grande donna, che vive nell’ombra.
La Manuela”: una tosta, che ha sempre guidato il marito nella direzione giusta perché si sa che dietro un grande uomo ci deve stare per forza una grande donna.

La donna incapace a fare carriera, se ottiene un posto è grazie a un uomo (non grazie a lei). Ha perciò vinto l’Enalotto.
Ma la “Badante”, il nomignolo cattivo che da tempo Rosi Mauro s’era guadagnata nella Lega, non ne aveva più bisogno, aveva vinto l’Enalotto.

Sempre più vicini agli anni ’50, la moglie che obbliga il marito fa emergere una persona priva di capacità decisionali, soprattutto quando si tratta dell’educazione dei figli, che notorio, spetta alle donne.
Se le donne educatrici erano dipinte da De Amicis nel libro Cuore, siamo nel pieno della categoria inventata da Corrado Alvaro negli anni ’50 “il mammismo” che farebbe ritenere al figlio maleducato di poter fare tutto. Dilatando la categoria, per mammismo si intende anche l’assenza del padre. E metaforicamente l’assenza dell’autorità e del rapporto con la realtà. Quindi l’assenza dello Stato, e di una classe dirigente.
(…) i militanti (…) si rammaricano di non essere riusciti e a liberare il Capo dalle tenaglie della moglie, che ha obbligato il marito all’unico vero errore della sua stramba ma anche gloriosa vita politica: mettere un figlio in politica, come ha detto lui stesso.

Cristina Giudici si lascia poi prendere la mano, e ci porta al ventennio. Abbiamo la manata sulle chiappe e pure la maschia indipendenza.
Insomma l’Umberto paga lo scotto, proprio lui che non si è mai sottratto a una generosa pacca sulle chiappe alla Rosi, quando saliva claudicante sul palco di Pontida per eccitare la sua gente affamata di maschia indipendenza.

Che la giornalista non stia facendo una cronaca dei fatti ma che stia semplicemente affermando una valanga di stereotipi da lei molto ben assimilati, si vede quando riprende Rosi Mauro, che ha osato offendersi se chiamata “badante”. Il suo ruolo infatti è esattamente quello. E deve esserlo.
Lei che si offendeva, quando veniva chiamata la Badante, come se fosse un’offesa il fatto che dopo la malattia la Manuela le avesse chiesto di affiancarlo, sostenerlo
Non si chiede neppure un momento, se per caso non fosse anche un’offesa per i cittadini che la vice presidenza del Senato fosse attribuita a una donna il cui ruolo è quello di badante.
Né poteva mancare il grande must, da Antonella Clerici a Barbara D’Urso passando per tutti i reality. Eva contro Eva. La lite tra donne. Ma poi tutto si ricompone, come per i musulmani, attorno alla figura maschile sempre meno alfa e sempre più disperata.
E possibile che ci fosse una seria rivalità, fra la Teresa-Manuela e la Mabilia-Rosi, che poi negli anni si è trasformata in una strana intesa nel cortile di casa.

Se Manuela accudisce i figli, Rosi il malato. E’ speculare alle fantasie di Berlusconi con Minetti infermiera sexy. Anche quando Manuela è in politica in realtà lo fa solo per piazzare i figli.
(…)la Manuela gestiva da Gemonio le cose del partito per difendere i figli dall’assalto dei colonnelli, e la Rosi si prendeva quotidiana cura del corpo malato dell’ex leone della Padania.

E’ un crescendo. Ormai il matriarcato è composto, e di fatto Cristina Giudici descrive senza rendersene conto, essendone l’espressione, l’Italia più arcaica e involuta con le donne che eseguono ordini e per giunta con entusiasmo.
Una gestiva il partito famigliare, l’altra gestiva l’agenda del Capo con lo stesso entusiasmo con cui prima eseguiva gli ordini.
Donne che eseguono, ma sempre rimanendo nell’ombra :
diventando la sua voce e il suo orecchio, un filtro per guardare il mondo da una finestra socchiusa.

Qui il climax: siamo finalmente alla strega che fa i malefici.
Vigilando sul popolo che pendeva fiducioso dalle sue labbra, senza sapere che il Signore degli anelli era stato privato del suo talento magico, sottratto dal malefico potere femminile.

E pertanto l’esenzione dalle responsabilità. Lui, non ha nessuna colpa. La colpa è ovviamente delle donne streghe.
La vera debolezza del Capo, le donne.

Per un attimo soltanto la giornalista mostra che tra padani, se sei una che lavora ce la fa. Ma subito dopo se lo dimentica. Di nuovo, è il capo che sceglie da chi farsi accudire. Quindi di nuovo lui è senza responsabilità.
In fondo, era diventato ostaggio anche delle donne del movimento, sempre più numerose, più brave a salire in alto, dalla gavetta delle sezioni al Parlamento senza bisogno di quote rosa. Perché nella Lega basta essere tenaci militanti per farcela, dicono tutte quelle che hanno scalzato qualche maschio solo perché il Senatùr, fiutate le loro capacità guerriere, le lanciava nel firmamento.

Quando passa alla descrizione di una donna che fa gavetta e carriera, Manuela Dal Lago, ci viene ricordato che comunque è stata cresciuta come un uomo.
Manuela Dal Lago (…) Arrivata alla Lega dal Partito liberale, cresciuta come il figlio maschio che suo padre non aveva avuto.

Una società arcaica che passa attraverso il racconto acritico non fa che riconfermarsi all’infinito. E’ quindi normale che un uomo che è stato anche ministro delle Riforme vada poi   a baciare il piede di Santa Giustina per chiedere perdono per i peccati.
Del resto mancava la volata cattolica a chiudere il cerchio ben poco magico, ma molto tragico dell’assenza delle responsabilità:
Al punto che ieri, quando tutti si chiedevano dove fosse sparito invece di incontrarsi con Maroni in Via Bellerio, il vecchio leone era andato in una chiesa di Affori, pare, per baciare i piedi di santa Giustina. Chissà se per chiedere perdono dei suoi peccati, o per un voto speciale alle donne che tanto gli hanno dato e troppo gli hanno tolto.

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