L’Oua: Adesione massiccia allo sciopero degli avvocati, tribunali fermi in tutta Italia. Intanto il Tribunale di Cremona dà una spallata all’abolizione delle tariffe professionali con il rinvio alla Corte costituzionale.
 Secondo Maurizio de Tila, presidente dell’Organismo unitario dell’Avvocatura, quella di oggi è stata una grande prova di forza e unità. Ora gli avvocati attendono un dialogo serio e aperto.

Tanti i problemi sul tavolo da risolvere – ha continuato de Tilla – la chiusura di oltre 1000 uffici giudiziari, l’abolizione delle tariffe, la mediaconciliazione obbligatoria, la delegificazione dell’ordinamento forense, gli attacchi all’autonomia delle casse previdenziali, il filtro in appello (l’appello cassatorio), la rottamazione della giustizia civile. Anche se non mancano elementi di contatto con l’Esecutivo, per esempio sul numero programmato nel corso di laurea in legge o la disponibilità a risolvere il nodo dell’arretrato, continueremo a far sentire la nostra voce con ulteriori e più decise iniziative. Venerdì ne discuteremo agli Stati Generali dell’Avvocatura”.

 

Secondo i dati raccolti dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura (Oua, la rappresentanza politica forense) la partecipazione allo sciopero (che prosegue anche domani) è stata massiccia, grazie anche all’adesione alla protesta di oltre 130 ordini territoriali e delle associazioni forensi. E domani con l’assemblea dell’Oua sono stati convocati gli Stati Generali dell’Avvocatura, presso la Cassa Forense (Via Ennio Quirino Visconti 8 – primo piano), per decidere ulteriori iniziative.

Il presidente dell’Oua, Maurizio de Tilla, ha indicato le ampie ragioni della protesta con un documento sintetico (di seguito).

 

Contro la soppressione di 1.000 uffici giudiziari

Il Governo non ha accolto le proposte formulate dall’Avvocatura sulla revisione della geografia giudiziaria, recepite nei pareri resi dalle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera dei deputati.

La colossale operazione messa in campo dal Governo non porterà alcun beneficio economico, anzi contribuirà ad intasare ancor più la giustizia ledendo i diritti dei cittadini.

Non è questa una operazione efficace per assicurare l’efficienza della giustizia. Ma si traduce piuttosto in un disegno perverso di rottamazione dei diritti.

Nell’assemblea del 21 settembre, a Roma, alle ore 15.00, l’OUA proporrà iniziative per contrastare la normativa illegittima e incostituzionale con una pluralità di azioni giudiziarie:

1) impugnativa al T.A.R. Lazio e azioni di cognizione ordinaria davanti a tutti gli uffici giudiziari;

2) prospettazione di questioni di incostituzionalità e illegittimità della legge delega e dei decreti legislativi;

3) ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo per la palese lesione del diritto del cittadino all’accesso alla giustizia;

4) prospettazione di questioni che riguardano il contrasto evidente della normativa nazionale con i principi e le direttive europee;

5) denuncia alla Corte dei Conti per gli sprechi nella gestione dei fondi destinati alla giustizia (più di 8 miliardi di euro), e segnatamente per la costruzione di nuovi Palazzi di Giustizia e ristrutturazione di numerosi uffici giudiziari in sedi soppresse.

 

Contro la obbligatorietà della mediaconciliazione

Come l’avvocatura ha più volte preannunciato la mediaconciliazione obbligatoria si è rivelata un fallimento. L’80 per cento dei tentativi di conciliazione non riescono con dispendio di tempo, energia e spese (queste ultime sono servite solo ad arricchire la Camere di conciliazione private). Il restante 20 per cento riguarda in gran parte controversie di modico valore.

Si denuncia, inoltre, che in gran parte delle Camere di conciliazione mancano presupposti di terzietà e di qualità.

La Corte costituzionale esaminerà il 23 ottobre le questioni di incostituzionalità sollevate con ben otto ordinanze di rimessione.

Successivamente interverrà la decisione della Corte Europea di Giustizia nel procedimento incardinato in base a due ordinanze di rimessione. In tale procedimento la Commissione Europea ha già manifestato perplessità circa gli alti costi della procedura coercitiva di mediazione (si arriva fino a 9.000 euro per procedimento).

 

Contro l’abolizione delle tariffe

Governo e Parlamento hanno fortemente leso la funzione dell’avvocato che assiste il cittadino nel processo. L’eliminazione delle tariffe professionali costituisce, infatti, una violazione del diritto dell’avvocato al compenso per la prestazione data al cliente.

Le tariffe vanno ripristinate in quanto costituiscono uno strumento di valutazione dell’attività forense che garantisce la qualità e l’indipendenza.

Le tariffe non possono essere sostituite dai parametri al ribasso che saranno impugnati dall’Avvocatura.

 

Contro la delegificazione dell’ordinamento forense

L’Avvocatura unita si è dichiarata contraria ad ogni forma di delegificazione dell’ordinamento professionale e di liberalizzazione selvaggia della funzione difensiva.

Va approvata senza remore la riforma in Aula alla Camera dei deputati con alcune modifiche che non possono certamente riguardare le norme varate dalla Commissione Giustizia (consulenza legale esclusiva, tariffe, società professionali senza soci di capitale, specializzazioni).

 

Contro i recenti provvedimenti che ledono la natura privata e l’autonomia delle Casse professionali

Dopo la privatizzazione degli enti previdenziali dei professionisti (avvenuta nel 1994) e dopo gli effetti positivi del passaggio dal pubblico al privato non si può tornare indietro.

La giusta vigilanza pubblica non può costituire “esproprio” dei patrimoni delle Casse, i cui risparmi non possono essere incamerati dallo Stato ma vanno devoluti a beneficio dei professionisti iscritti. Non si può, inoltre, mettere in discussione la natura privata (a tutti gli effetti) e l’autonomia delle Casse professionali.

Le più lunghe proiezioni attuariali non possono formare oggetto di imposizioni autoritarie che preludono a forme di manipolazione e di assoggettamento a famelici provvedimenti espropriativi che l’Avvocatura ha sempre combattuto.

 

Contro l’appello cassatorio e la rottamazione della giustizia civile

L’Avvocatura ha espresso forte preoccupazione riguardo agli interventi legislativi sulla previsione di un più rigido, arbitrario e ingiusto meccanismo di impugnazione.

Si assiste a un ennesimo e grave tentativo di riformare a costo zero e in modo disorganico il processo civile. E non è difficile pronosticare che anche in questo caso si assisterà all’ennesimo fallimento a danno dei cittadini e delle imprese.

Le norme processuali non possono essere costantemente e ripetutamente stravolte, senza una strategia di insieme, per mere ragioni economiche e omettendo un fattore importante: la giustizia è un diritto primario del cittadino, costituzionalmente riconosciuto. Le riforme, soprattutto in un settore che gli economisti ritengono così determinante e strategico per lo Sviluppo del Paese, non possono essere eseguite a costo zero, ovvero addirittura con continue riduzioni di risorse economiche ed umane, ma richiederebbero cospicui investimenti.

È inaccettabile deflazionare il contenzioso, comprimendo drasticamente il diritto del cittadino a vedere tutelate le proprie ragioni davanti ad un giudice. Ed è grave che ciò avvenga nella delicata fase dell’impugnazione, con la previsione di un complesso meccanismo che, lungi dall’accelerare il giudizio di secondo grado, potrebbe impegnare la maggior parte dei giudici di secondo grado ad effettuare una preliminare diagnosi sulla possibilità di accoglimento dell’impugnazione (svincolata da ogni criterio logico e controllo), piuttosto che nel loro istituzionale compito di decidere le cause e motivare i provvedimenti.

L’intervento legislativo sul filtro in appello è un rimedio peggiore del male. Il filtro di inammissibilità in appello finirà per accrescere la discrezionalità del giudi­ce ed incrementare il contenzioso con i successivi possibili ricorsi per cassazione “per saltus”.

Invece che apprestare strutture, personale e risorse snellendo e razionalizzando ulte­riormente i riti e le competenze, si sceglie la strada di limitare, direttamente o indiret­tamente, l’accesso al giudizio di appello.

Si tratta di una riforma che difficilmente potrà trovare un’applicazione pratica inve­stendo valori della difesa e sistemi del processo che sono in aperto contrasto con la paradossale previsione di una pronuncia (soggettiva ed arbitraria) di inammissibilità dell’appello, che renderebbe ricorribile in Cassazione non più le sentenze di appello ma quelle di primo grado.

La ragionevole improbabilità di accoglimento dell’appello non significa “mani­festa infondatezza”, ma riflette dubbi di accoglimento (soggettivi se non filosofici) che non hanno nulla a che vedere con la fondatezza o meno delle ragioni del gravame proposto con l’atto di appello.

Con il c.d. “filtro in appello” la decisione impugnata non viene sostituita, ma è impu­gnabile direttamente in sede di legittimità. Che pasticcio colossale! Altro che ragio­nevole “filtro”! Siamo in presenza di un capovolgimento di regole che prima erano precise, ed oggi sono irragionevoli e cavillose.

Di nessun fondamento giuridico è il riferimento alla procedura civile tedesca che prevede un filtro ma lo collega ad un dato certo (e non probabile) che viene individuato nella “manifesta carenza di qualsiasi prospettiva di successo” che, in altri termini, significa manifesta infondatezza e non inammissibilità.

La decisione del Tribunale di Cremona

E proprio in tema di abolizione delle tariffe, de Tilla ha commentato positivamente il rinvio alla Corte Costituzionale del Tribunale di Cremona della normativa che abolisce le tariffe professionali:
«In questa giornata di grande protesta, apprendiamo di questa condivisibile decisione di un magistrato del Tribunale di Cremona (Giulio Borella) che conferma le ragioni del nostro sciopero e mina alle basi una normativa che sta duramente danneggiando gli avvocati, soprattutto i più giovani, e che rischia di abbassare la qualità della macchina giudiziaria. Per il giudice l’obiettivo del legislatore sembra essere quello di “spingere gli avvocati a non accettare incarichi non remunerativi e così bloccare l’alluvionale afflusso di processi che intasano le aule di giustizia”. Di fatto, da questa affermazione si evince come colpendo la professione forense, “svilendo il lavoro degli avvocati”, si voglia colpire l’accesso stesso al servizio giustizia».

 

«Una logica che denunciamo da mesi – conclude de Tilla – le due facce della stessa medaglia delle liberalizzazioni selvagge e della rottamazione della macchina giudiziaria: un avvocato debole, per demolire il diritto costituzionale alla difesa, una giustizia inaccessibile e a ostacoli per il cittadino. Questo progetto si fonda su diversi provvedimenti, per citarne alcuni: l’abolizione delle tariffe, l’incostituzionale media-conciliazione obbligatoria, la chiusura di 1000 uffici giudiziari, il filtro in appello, la delegificazione dell’ordinamento forense, la revisione della legge Pinto, l’attacco alle casse professionali. Oggi da tutta Italia, arriva forte e chiara la reazione dei 200mila avvocati e degli ordini e delle associazioni forensi, con il grande successo dello sciopero indetto dall’Oua. Ora attendiamo un riscontro dal Governo, una risposta dal Parlamento».  

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