L’analisi dei costi (economici, ambientali, sanitari, umani) per produrre energia dai reattori, in un recente studio appena pubblicato in Italia da due esperti internazionali, mentre il governo Berlusconi cerca di annullare la consultazione popolare

 

Il 15 e il 16 maggio la Sardegna ha aperto la tornata referendaria sul nucleare, in programma nel resto del Paese il 12 e il 13 giugno, fornendo due dati: è stato raggiunto il quorum registrando la più alta affluenza a un referendum promosso nell’isola con il 59,34% dei votanti, e i “Sì”, che manifestano la contrarietà alle centrali, hanno ottenuto il 97,14%, mentre i “No” si fermano al 2,85%. È la prima risposta popolare alla strategia energetica del governo che ha prima aperto alla via del nucleare con la legge 31 del 15 febbraio 2010 e poi, in seguito alla tragedia di Fukushima, ha optato per una moratoria inserita nel decreto legge Omnibus (n.34 del 31 marzo 2011) approvato al Senato il 20 aprile scorso assieme a un emendamento (Abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari) che provvede a eliminare tutte le disposizioni sottoposte al quesito referendario. giappone-nucleare-fukushimaIl governo sembra insomma determinato a bloccare il referendum. I tempi sono stretti e secondo fonti Ansa, il pomeriggio di lunedì 23 maggio l’esecutivo chiederà la fiducia in vista della votazione in Aula a Montecitorio dell’Omnibus. Al voto finale a Montecitorio sul decreto, che scade il 30 maggio, si giungerebbe mercoledì mattina. Qualora verrà approvato, il dl sarà inviato alla Cassazione che deciderà se annullare o meno il referendum.

 

In attesa di sviluppi conviene comunque soffermarsi sul provvedimento in esame. Per «acquisire ulteriori evidenze scientifiche», sui profili relativi «alla sicurezza nucleare», tenendo conto «dello sviluppo tecnologico» e «delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea», riporta il testo, «non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare». Entro 12 mesi «dalla data di entrata in vigore della legge» il Consiglio dei ministri adotterà «la strategia energetica nazionale». Nell’emendamento del governo viene comunque disciplinata la localizzazione del Deposito nazionale, incluso il «Parco tecnologico comprensivo di un centro studi e sperimentazione, destinato ad accogliere i rifiuti radioattivi provenienti da attività pregresse di impianti nucleari e similari, nel territorio nazionale» e anche le relative procedure per la costruzione di entrambe le strutture. Vengono disciplinati inoltre «i benefici economici relativi alle attività di esercizio del Deposito nazionale, da corrispondere in favore delle persone residenti, delle imprese operanti nel territorio circostante il sito e degli enti locali interessati». Il Deposito nazionale servirà «allo smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività derivanti da attività industriali e di ricerca e medico sanitarie e dalla pregressa gestione di impianti nucleari, e all’immagazzinamento a titolo provvisorio di lunga durata dei rifiuti ad alta attività e del combustibile irraggiato provenienti dalla pregressa gestione di impianti nucleari». Entro il 2015, secondo le norme Ue, ogni Stato membro dovrà provvedere alla gestione dei rifiuti nucleari sul proprio territorio, evitando il cosiddetto turismo nucleare.

Sarà la Sogin spa, Società gestione impianti nucleari che fa capo al Ministero dell’Economia, responsabile «degli impianti a fine vita» e «del mantenimento in sicurezza degli stessi», nonché della «realizzazione e dell’esercizio del Deposito nazionale e del Parco Tecnologico». Sempre la Sogin, si legge nell’emendamento, «tenendo conto dei criteri indicati dall’Aiea e dell’Agenzia definisce una proposta di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del Parco Tecnologico» e di un «progetto preliminare per la realizzazione del Parco stesso» a cui viene inoltre riconosciuto «un contributo economico destinato per il 10% alla Provincia in cui è ubicato, per il 55% al Comune o ai Comuni e per il 35% ai comuni limitrofi, intesi come quelli in cui ricade in tutto o in parte all’interno dell’area compresa nei 25 Km dal centro dell’edificio Deposito». Insomma, dinanzi ai rischi portati alla ribalta dalla catastrofe giapponese, il governo si concede una pausa, ma pone le basi per riprendere a stretto giro la marcia che solo i risultati referendari potrebbero mettere radicalmente in discussione. Ecco quindi spiegato anche il tentativo di annullare l’appuntamento del 12 e 13 giugno e di tenere basso il livello di informazione. Tant’è, a tal proposito, che nei giorni scorsi è dovuta intervenire l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) rivolgendo un formale invito alla Rai affinché,  «nei trenta giorni precedenti la data della consultazione, assicuri una rilevante presenza degli argomenti oggetto di referendum nei programmi di approfondimento».

Proprio in vista delle consultazioni, Golem propone, nei documenti correlati a questo articolo, un intervento di Marcel Coderch e Núria Almiron tratto dal libro Il miraggio nucleare. Perché Copertina_Nuclearel’energia nucleare non è la soluzione ma parte del problema, appena edito da Bruno Mondadori (232 pagine, 18 €) e, nel numero della prossima settimana, un intervento di Gianni Malagoli, ingegnere nucleare ex dirigente Finmeccanica.

L’energia nucleare, sostengono Marcel Coderch e Núria Almiron, non è la soluzione al problema energetico perché i quattro nodi insoluti – sicurezza, proliferazione degli armamenti, gestione delle scorie, costi – che hanno sempre rallentato la diffusione del nucleare, sono tuttora lontani dall’essere sciolti. E non sono sufficienti le promesse che vengono diffuse dai fautori dell’industria nucleare, che cercano di resuscitarla presentando l’energia nucleare come la soluzione al mutamento climatico, come chiave per l’autonomia energetica e come risposta al progressivo esaurirsi delle sempre più care riserve di petrolio.

Se sembra esserci una certa consapevolezza dei problemi legati alla sicurezza (timore di guasti, errori umani, catastrofi naturali, attentati), alla proliferazione degli armamenti (paura di non riuscire a neutralizzare la deriva militare di un’industria civile) e alla gestione delle scorie (in Italia, per esempio, non è mai stato costruito un impianto di stoccaggio definitivo per le scorie a media-bassa attività accumulate e, così come quelle ad alta attività immagazzinate in Piemonte, vengono trasportate all’estero a caro prezzo), è il fattore economico ad essere sottovalutato.

Le centrali nucleari non rappresentano un’opzione economicamente competitiva, tanto che mai, in regime di libero mercato, i privati hanno raccolto la sfida, rimasta sempre a carico dello Stato e quindi della collettività. Investire su una centrale nucleare, infatti, non solo richiede un immenso capitale iniziale con lunghi tempi di messa in opera e di ammortizzazione, ma impone anche di affrontare il costante dilatarsi delle scadenze e di conseguenza quello dei costi preventivati, di accettare condizioni bancarie molto sfavorevoli e di sostenere altissime spese di manutenzione e gestione. Il tutto a fronte della scarsa disponibilità di informazioni riguardo ai costi reali di costruzione di altre centrali nucleari e dell’impossibilità di prevedere le fluttuazioni dei prezzi delle materie prime su un arco temporale così ampio e, infine, a fronte della mancanza di istituti assicurativi che siano disposti a coprire la responsabilità civile nonostante le ingenti spese previste per la sicurezza della centrale stessa. Infine, non si devono scordare i costi di smantellamento al termine del ciclo di vita della centrale: nel 2007 il Regno Unito ha dovuto stanziare 125 miliardi di euro per i prossimi 125 anni a tal fine e, vista la lunghissima proiezione, è realistico pensare che i costi lieviteranno. C’è da stupirsi che gli investitori privati non si lancino in una simile impresa? No, ma allora non si comprende perché i cittadini, attraverso lo Stato, dovrebbero farlo. Ed è forse significativo che, nonostante l’incremento del fabbisogno energetico, nel primo decennio del nuovo secolo siano state avviate meno centrali nucleari di quante ne siano state chiuse.

«Solo il convergere di forti interessi ideologici, privati o politici, e la prospettiva di una situazione energetica disperata – sostengono gli autori – potrebbero resuscitare questo mostro in stato comatoso, la cui insicurezza e la cui assenza di redditività non fanno che aggiungersi ai danni ambientali e alla minaccia di una proliferazione di armamenti a dir poco letale. Purtroppo, però, tali interessi esistono».

                                                                                                                                                                                             Goffredo De Pascale

CORRELATI E ALLEGATI: Il dilemma energetico mondiale, primo capitolo di Il miraggio nucleare, e uno degli ultimi intitolato La questione delle scorie: nascondigli e alchimie, gentilmente concessi da Bruno Mondadori.
Il testo del quesito referendario.
Un estratto di Pandora’s box: why and how to communicate 10.000 years into the future, studio di Thomas Sebeok (1920-2001) scritto nel 1984 per conto dell’Office of Nuclear Waste Isolation; un tema ripreso da Umberto Eco nello scritto: Alla ricerca di una lingua perfetta.

Sebeok e Eco, semiologi nucleari

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