Come può una donna restare incinta, partorire e al tempo stesso mantenere integra la sua verginità? Oggi una simile affermazione sarebbe considerata pura follia. Eppure è successo. Molto tempo fa. Taciuta, scanzonata e vista da molti come un simbolo di disagio e insicurezza, la verginità torna a riproporsi ogni Natale nella figura di Maria.

 

Oggi essere vergini è considerato quasi una stranezza, ma in passato non era così, le era attribuito un valore diverso. La verginità era un valore sacro per molte religioni antiche. Alcune dee pagane erano chiamate vergini, ma il termine serviva a metterne in evidenza la giovinezza eterna, la fiorente vitalità, l’incorruttibilità. È solo la rivelazione cristiana a mostrare il senso religioso della verginità, accennato nel Vecchio Testamento ed esplicato nel Nuovo, ossia la verginità intesa come fedeltà assoluta nell’amore esclusivo per Dio. Nella prospettiva del popolo di Dio, orientato verso il proprio accrescimento, la verginità equivaleva alla sterilità. La sterilità era una umiliazione. Di conseguenza la verginità era vista positivamente solo se praticata prima del matrimonio. Ma allora come è possibile che la perpetua verginità di Maria sia uno dei cardini della nostra religione? Nel Nuovo Testamento la verginità si collega con il tema delle nozze: l’unione di Cristo con la Chiesa è una unione verginale “Cristo ha amato la Chiesa e si è dato per essa” (Ef 5, 25). La verginità della Chiesa si realizza in Maria, l’unica donna del Nuovo Testamento cui sia attribuito il nome di vergine, quasi come un titolo: Luca la definisce “vergine promessa sposa” (Lc 1, 27), Matteo dice “la vergine sarà incinta” (Mt 1, 23).

 

 

Le testimonianze riportate nelle scritture
maria_1La verginità di Maria appartiene alla fede cristiana. È una verità rivelata dalle testimonianze delle scritture. Vediamo più da vicino i passi dei vangeli di Luca e Matteo. Vangelo di Luca (1, 26): “Nel sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine promessa sposa di un uomo… chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei disse:… concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù….Allora Maria disse all’angelo: come è possibile, non conosco uomo? Le rispose l’angelo: lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.”
Vangelo di Matteo (1, 18): “Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe…decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando queste cose…gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: Giuseppe…non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù…Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”.
Questi passi forniscono una chiara attestazione della fede primitiva. Si tratta di una fede nella verginità fisica: Gesù è nato non in seguito a relazioni matrimoniali ordinarie, ma attraverso un concepimento operato dallo Spirito Santo nel seno di Maria. Il passo di Luca presenta il punto di vista di Maria. Evidenzia lo strano atteggiamento di una fidanzata che vuole conservare la propria verginità al punto di considerarla un ostacolo alla proposta di maternità fatta dall’angelo. Il passo di Matteo mostra invece il punto di vista di Giuseppe. Leggendolo balza subito agli occhi quanto il concepimento verginale si accordi male con il resto del racconto. E’ probabile che Matteo lo abbia inserito solo perché era una verità accettata. I due passi mostrano chiaramente che quello della verginità era un argomento considerato un fatto storico, una testimonianza che non si poteva rifiutare.
In entrambi i racconti non c’è una svalutazione del matrimonio. Anzi il concepimento verginale si inquadra in un progetto di matrimonio di cui diventa frutto supremo, un dono che Dio ha voluto offrire agli sposi. Nel vangelo di Giovanni è detto “Lui che non è nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma da Dio” (Gv 1, 13), proprio a sottolineare il fatto che non si tratti di una nascita normale. Si tratta di una filiazione divina concepita nella carne. La nascita verginale di Gesù, figlio di Dio, è vista come la nuova nascita dei cristiani, che credendo nel suo nome diventano figli di Dio. La verginità di Maria è quindi inseparabile dalla filiazione divina di Cristo e dalla filiazione divina comunicata ai cristiani.

  

Una regola di fede
Fin dai primordi della Chiesa la verginità di Maria era enunciata nella regola di fede ed insegnata dai padri della Chiesa. Ignazio di Antiochia, contemporaneo degli apostoli, dice “Nostro Signore…veramente nato da una vergine” (Smyrn., 1,2). Tertulliano afferma “bisogna credere in Dio onnipotente…e in suo figlio Gesù Cristo, nato dalla vergine Maria…” (De virg vel., 1, 3). Successivamente essa fu proclamata dalla Chiesa attraverso simboli, definizioni conciliari e documenti del magistero. Di grande importanza è la costituzione di Paolo IV del 1556, in essa si fa distinzione tra verginità prima, durante e dopo il parto.

 

Castità e progenie, opposti valori
maria3Dal passo di Luca si evince che il proposito di verginità esisteva in Maria già prima dell’annunciazione. Non dobbiamo pensare ad un voto o ad una promessa ufficiale, ma una semplice decisione personale. Il mondo ebraico era contrario alla verginità in quanto si opponeva all’idea di filiazione, ma Filone ci testimonia l’esistenza di vergini ebraiche che dedicavano la loro vita alla contemplazione (De vita contempl., 68) e sappiamo che tra gli Esseni la castità era praticata per avere una unione più profonda con Dio. Non bisogna dimenticare inoltre che Maria, in vista del suo destino, era stata dotata di una grazia particolare che la orientava verso una intimità più profonda con Dio. Ed è quindi normale che lei sentisse questa esigenza di rimanere vergine. Nell’Antico Testamento la verginità è vista come una forma di povertà al cospetto di Dio: la rinuncia al bene più grande, alla più nobile ricchezza, la posterità. Maria, così come le donne sterili attendevano l’aiuto divino, sceglie volontariamente questo stato aspettando la fecondità di Dio. È come se lei volesse conoscere solo Dio: è la sua sposa. In questo ruolo però assume una dimensione ecclesiale, in quanto rappresenta il popolo e si esprime a suo nome.

 

La verginità dopo il parto
maria_2Si è molto discusso se Maria conservi o meno la sua verginità durante il parto. Luca sostiene che la verginità sia compatibile con una nascita normale, Tertulliano è tra quanti negano la verginità nel parto, Origene professa la verginità perpetua. Alla fine del IV secolo di si diffonde l’idea del parto miracoloso, senza apertura del seno materno. Tesi sostenuta tra l’altro da Ambrogio e Agostino. Va detto che la verginità di Maria non viene danneggiata dal parto, dal momento che essa non implica integrità ma la mancanza di relazioni sessuali. Ne consegue che il parto non sopprime la verginità. La nascita di Cristo deve essere reale. Se così non fosse verrebbe sminuita la maternità di Maria. I dolori del parto sono necessari poiché sono immagine della partecipazione alla redenzione (Gv 16, 21): Natale sarebbe, in questa prospettiva, il primo annuncio di Pasqua. La nascita è quindi verginale in virtù del concepimento operato dallo Spirito santo ma è al tempo stesso una nascita reale. La maternità verginale nel parto è da considerarsi quindi una verità di fede.
La verginità dopo il parto non è affermata nella Scrittura. È probabile però che Maria abbia voluto continuare la sua intenzione di rimanere vergine, soprattutto in virtù dell’intervento divino che l’aveva resa madre. Due episodi ci spingono a pensare in questo senso. L’episodio di Gesù dodicenne smarrito e ritrovato nel tempio sembra suggerire che la famiglia fosse composta solo di Gesù, Maria e Giuseppe. Più indicative le parole che Gesù pronuncia sul Calvario, “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19, 26), nel momento in cui affida il suo discepolo prediletto, Giovanni, a Maria. Questa frase fa supporre che Maria non avesse altri figli.
Contro quanto detto è stata obiettata la presenza nei testi evangelici di “fratelli e sorelle” di Gesù. In aramaico il termine “fratello” è usato per indicare anche i cugini, dal momento che non esiste una parola specifica per questo tipo di parentela. Questo spiegherebbe l’equivoco. Anche il titolo di “primogenito” applicato a Gesù non va considerato elemento in opposizione alla verginità perpetua, dal momento che ogni figlio unico era considerato primogenito. Ma che valore ha la verginità dopo il parto? La maternità verginale inserisce Maria nel disegno della redenzione, nel suo seno è stato incarnato il redentore. Ne consegue che la sua vita successiva doveva essere interamente donata a Dio. La verginità perpetua le permetteva di mantenere il livello della maternità divina.
La verginità di Maria è considerata il modello della verginità cristiana: la maternità individuale diventa maternità universale e in questa visione i cristiani vengono coinvolti in un’opera redentrice. Senza prove scientifiche, con le sole testimonianze dei credenti, la verginità di Maria rimane un mistero, un atto di fede.

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