La nuova linea politica assunta in politica estera da Rabat “guarda verso l’Africa”. E’ questa l’analisi del politologo marocchino, Moussaoui Ajlaoui, che spiega il motivo dei numerosi viaggi del re Mohammed VI prima in Africa occidentale e in questi giorni nella parte orientale del continente. Ormai da giorni infatti per tutti gli osservatori e gli analisti di questioni africane, il Marocco è diventato “uno dei paese più importanti per quanto riguarda la scelta di una dinamica multidimensionale per un rafforzamento delle relazioni sud-sud con tutti i paesi del continente”. Secondo il docente e ricercatore presso l’Istituto di Studi Africani di Rabat “questa dimensione è legata ad una volontà del re del Marocco che non solo coinvolge l’aspetto politico, ma anche i settori economici chiave, il culto, la cultura e il sociale. Si tratta di una politica attuata a partire dal 2000, con un gesto simbolico del Marocco che ha annullato tutti i debiti che vantava nei confronti dei paesi africani”. 
 
Anche la recente richiesta di rientrare nell’Unione africana avviene “in risposta ad una strategia a lungo termine che non risponde a semplici circostanze di alleanze. Il re in Africa “rivela l’approccio delle linee guida da lui date rispetto alla posizione che il Marocco deve avere in Africa. I discorsi tenuti da Mohammed VI negli ultimi anni riflettono la nuova direzione della politica africana del Marocco”. A partire dal discorso tenuto a Bamako nel settembre del 2013 “emergo per la prima volta la natura degli sforzi del Marocco in Africa, optando per una cooperazione Sud Sud sulla base della economia sociale e delle infrastrutture di base. Si tratta di un approccio che mira a consolidare la pace e la stabilità. Si tratta di una missione importante della costruzione del continente nel quale i paesi africani hanno un ruolo da svolgere. Eppure in quella occasione ha anche detto che, purtroppo, e nonostante questi problemi, e alcuni Stati agiscono per distruggere, quando gli altri scelgono di costruire”.
 
La seconda tappa di questa svolta africana della politica estera di Rabat avviene nel febbraio 2014, con la visita del capo di stato marocchino ad Abidjan, il cui slogan era “l’Africa deve fidarsi dell’Africa”. Questa è l’idea presentata in occasione della primo forum economico marocchino-ivoriano. Per l’esperto l’ultima tappa di questo processo invece la troviamo nel “discorso di Mohammed VI, in occasione della commemorazione del 41esimo  anniversario della Marcia Verde, che ha tenuto quest’anno dalla capitale senegalese, Dakar, per ribadire la sua volontà di lavorare per lo sviluppo economico e sociale dell’Africa”. A Dakar infatti lo scorso mese si è parlato dello sviluppo economico e sociale e dell’integrazione regionale mirata alle aree di crescita, come l’agricoltura, l’industria, la scienza, la tecnologia, e lo sviluppo delle infrastrutture”. Questa dimensione africana dal 2013 ad oggi si è rafforzata tramite una lunga serie di visite ufficiali, che si ripetono ogni anno, non solo nei paesi dell’Africa occidentale, alcuni dei quali da sempre legati a Rabat, ma da quest’anno anche in Africa centrale e orientale.
 
Il tour africano di Mohammed VI nei paesi africani è stato però caratterizzato “dalla decisione del Marocco di tornare alla sua famiglia africana con una reintegrazione nell’Unione africana”. Il primo passo di questo tour è stato la visita in Ruanda e in Tanzania considerato “un successo non solo politicamente ma anche economicamente, perché si è conclusa con la firma nei due paesi di circa trenta accordi economici”. Dopo aver tenuto in Marocco il vertice Cop22, il capo di stato marocchino è ora impegnato nella seconda fase del tour iniziato in Etiopia e che ora prosegue in Madagascar, terminando con il Kenya e la Nigeria. Secondo molti osservatori locali, questo è legato “alla volontà di ritornare alla famiglia africana. Un ritorno che si deve basare su diversi aspetti tra cui una sinergia economica e di investimenti che coinvolgono il tessuto economico e industriale del paese che si impegna in partnership strategiche con investitori pubblici e privati ​​nei paesi africani”. 
 
Infine l’ultima linea guida di questo ritorno all’Africa della politica marocchina riguarda l’aspetto religioso e della lotta al terrorismo. Per Ajlaoui “è importante esportare l’esperienza marocchina nel campo della lotta contro la minaccia terroristica che è ora a disposizione dei paesi africani. Questa è un’esperienza che ha dimostrato la sua riuscita contro il jihadismo ma anche contro le rivendicazioni separatiste, l’insicurezza della regione sel Sahel con i suoi confini porosi e un territorio, quello del Sahara, molto vasto e con una serie di problemi endemici. La presenza del Marocco in Africa è legata anche al culto ed è l’elemento religioso che si riflette tramite i corsi di formazione per gli imam che si tengono a Rabat a cui partecipano guide religiose da tutta l’Africa”. Eppure i risultati più evidenti restano quelli economici se si calcola che da quando è iniziata questa nuova politica verso l’Africa il Marocco ha quadruplicato il suo commercio con i paesi africani e che tra il 2004 e il 2014 il volume d’affari è passato da 100 a 440 milioni di euro l’anno, diventando il Marocco il secondo investitore straniero in Africa.

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