Mentre al Senato si discute l’ennesimo intervento legislativo riguardante “misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e lo sviluppo”, l’impressione è che questa economia non ne voglia proprio sapere di “stabilizzarsi”, nonostante gli sforzi politici che ormai vanno avanti da mesi.

Che i contenuti del Documento di Economia e Finanza di aprile non fossero soddisfacenti ce lo aveva fatto già notare il Consiglio Europeo nelle sue raccomandazioni, nonostante i risultati riportati fossero perfettamente in linea con gli obiettivi di medio termine per il pareggio del bilancio. I mercati, poi, hanno fatto il resto, facendo crescere lo spread sui titoli di debito italiani oltre ogni limite di sostenibilità ed imponendo l’adozione di una manovra correttiva a luglio. Il filo rosso che lega tutti gli atti di programmazione economica del governo sembra essere la mancanza di credibilità, come del resto sostengono tutti i commentatori al di fuori della cerchia del Governo: ci ritroviamo dunque a discutere oggi di una manovra-bis che, al di là dei provvedimenti ancora una volta fumosi e rivolti sempre alle stesse categorie, sta portando allo sfaldamento sempre più evidente della maggioranza.
Prima di chiedersi perché la manovra di luglio non sia stata sufficiente a placare le preoccupazioni internazionali sui nostri conti pubblici, è interessante evidenziare la modalità di intervento di questo Governo in materia economica. Per essere pienamente credibili ed efficaci, infatti, le misure economiche dovrebbero essere condivise da una larga maggioranza in Parlamento: quando questo accade, gli osservatori percepiscono la reale intenzione di un paese di perseguire determinati obiettivi. A tal proposito, il Dossier in merito alla “legislazione di spesa dal 1° gennaio al 30 aprile 2011”, redatto dall’Unità Operativa “Leggi di Spesa” del servizio di bilancio del Senato a luglio (leggibile in allegato), mette in evidenza il ruolo preponderante della decretazione d’urgenza per quanto riguarda gli interventi di politica economica. Dai dati riportati “si evince un peso molto rilevante (costantemente superiore al 99%) degli oneri dovuti alle leggi di iniziativa governativa conseguenti alla conversione di decreti-legge (…) Tale valore conferma il contributo pressoché totalitario in termini di peso finanziario delle leggi di conversione dei decreti-legge.” Oggi stiamo con tutta probabilità assistendo alle conseguenze di questo comportamento autoritario da parte del Governo, teso a neutralizzare il ruolo delle Camere in fase di iniziativa. Certamente discutere le leggi di spesa solamente nell’ambito del Consiglio dei Ministri rende tutto più semplice: peccato che poi i mercati non credano alle promesse fatte da una parte sola, specialmente se alcuni dei suoi rappresentanti (vedi la Lega) sembrano non essere mai d’accordo su nulla, salvo poi votare la fiducia all’ultimo momento per ottenere maggiori concessioni.
La questione dell’unità interna alla maggioranza produce poi un ulteriore effetto, riguardante l’impatto in termini finanziari della conversione in legge. Quando il testo arriva in aula, quasi sempre vengono adottate modifiche importanti rispetto alla formula originaria: per mantenere in vita il decreto, dunque, è necessario trovare un’intesa con i rappresentanti della maggioranza in Parlamento. A questo punto il Governo diventa ricattabile, quindi tende sempre ad accettare modifiche spesso onerose e si trova costretto a chiedere il voto di fiducia. Il Dossier sopracitato quantifica questo fenomeno in termini di oneri complessivi, sottolineando che “le modifiche apportate in sede parlamentare ai testi iniziali dei decreti-leggi hanno pesato in misura pari a circa 1/3 per il 2011 e a circa 2/3 per gli anni successivi, confermando in sostanza il fenomeno dell’approvazione di rilevanti cambiamenti ai testi dei decreti-legge presentati al Parlamento”. Accade dunque che il decreto cosiddetto decreto “milleproroghe”, a seguito dell’esame parlamentare, passi da uno stanziamento iniziale di circa 264 milioni per il 2011 a circa 845 milioni.
Se il modo di operare risulta dunque poco credibile, le misure previste nei provvedimenti lo sono ancora meno. La manovra di luglio, infatti, presentava gli stessi difetti contenuti nel DEF, oggetto delle critiche della Consiglio europeo. In primis, le ipotesi di maggiori entrate e minori spese risultano incerte, in particolare su alcune voci quali “lotta all’evasione fiscale”, riduzione delle “agevolazioni fiscali”, “patto di stabilità interno” e “previdenza”. Il raggiungimento degli obiettivi di spesa fissati richiederebbe una serie di riforme da sempre promesse e mai realizzate, come quella fiscale e quella pensionistica. Credere che questa maggioranza sempre più disgregata riesca a metterle in atto in un tempo così breve è quasi utopia. Inoltre, la grandissima parte degli interventi (circa 70 miliardi su un totale di 78) è posticipata tra il 2013 ed il 2014, quando il testimone passerà ad un’altra legislatura: è ovvio che tali stime a lungo termine lasciano il tempo che trovano, dal momento in cui i mercati richiedono interventi che siano efficaci oggi.
Sembra ormai chiaro, forse e finalmente anche per alcuni esponenti del Governo, che questo modus operandi fatto di decreti d’urgenza, voti di fiducia e fantasia contabile non porta i frutti desiderati, ma al contrario aumenta le tensioni interne ed esterne. È ovvio che le cose non sono cambiate radicalmente. La discussione al Senato dell’attuale “manovra-bis” riguarda sempre la conversione di un decreto-legge: d’altra parte in questo caso l’urgenza è anche giustificata. Di nuovo rispetto ai precedenti interventi c’è la perdita forzata dell’atteggiamento autoritario, del “tranquilli, ci pensiamo noi”, dell’ottimismo a tutti i costi. Stavolta bisogna interrogarsi su temi consistenti, parlando finalmente di pensioni, di patrimoniale, di riforma degli enti locali, cercando quella minima collaborazione tra le parti necessaria per uscire dalla crisi. Il cambiamento scaturisce, ben inteso, non da una precisa volontà politica del Governo, che avrebbe volentieri continuato sulla propria strada, ma dal clima di incertezza che ormai aleggia sull’esecutivo. Non sappiamo se alla fine ne uscirà un provvedimento equo ed efficace, ma speriamo almeno di assistere ad una discussione vera in Parlamento: sarebbe la prima volta in questa legislatura.

legislazione_di_spesa_Dossier_Senato.pdf

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