In questi giorni la grande bellezza è sbarcata in America, alla conquista di un Oscar o forse più…
E sempre in questi giorni è diventata notizia un vaffanculo di Servillo ad una giornalista che gli chiedeva cosa pensasse delle critiche negative che il film aveva ricevuto in Italia.

Le due cose hanno naturalmente generato tutta una serie di articoli e commenti che sembrano accendere febbrilmente un pubblico dibattito.
La questione primaria, per molti, sembra essere che i detrattori del film in questione parlino sostanzialmente animati dall’invidia o dalla nota incapacità italiana di amare il proprio talento, di riconoscere e apprezzare i propri figli o fratelli che dir si voglia.

Sembra, dunque, che non possa esserci un sereno diritto e dovere di critica, un naturale dibattito capace di svolgere, aldilà dei giudizi specifici e tecnici (più o meno competenti) sul film in questione, una riflessione generale sullo stato dell’arte in Italia (o su questo pianeta), sul ruolo degli intellettuali e sulle dinamiche che li impigliano, sul loro rapporto con il potere e la realtà (ammesso che la realtà sia una e non nessuna o centomila), sulla condizione della bellezza.
Tenendo conto che questo film si presta bene, per varie ragioni, a questa riflessione più generale che, appunto, lo trascende.

Insomma il famoso nemo profeta in patria rincorre di bocca in bocca, di penna in penna, tutto proteso a confermare quell’idea che tutti abbiamo di questo nostro vizietto, di questa nostra singolare abilità che potrebbe essere considerata, certo, come il primo sport nazionale.

Del resto anche il vaffanculo di Servillo, liberatorio e definitivo, sembra, mentre divide la pubblica opinione, confermare quel dualismo nel quale sempre più spesso cade il “discorso” italiano: o con me o contro di me. O sono io fascista che non accetto alcuna critica e perfino dubbio sul mio successo, o sei tu una cretina che si tira la risposta con la tua aggressività e inopportunità.
Sembra non possano esserci altre sfumature che il rosso e il bianco, pardon, il nero e il rosso.

Eppure, proprio Sorrentino ha parlato (e scritto) spesso dell’importanza e della bellezza delle sfumature, della noia della rigidità. E lo stesso Servillo ha proclamato pubblicamente la sua distanza dal vaffanculo grillesco, il suo interesse per l’approfondimento, per la serietà e complessità delle questioni.
Naturalmente non si può parlare di approfondimento di fronte alla domanda sbrigativa di una giornalista che rincorre la tensione, il caso, lo scoop e per questo… lo crea!
Con la complicità della grande emotività che regna nell’aria contemporanea.
Né ci si può meravigliare dell’inopportunità e del cinismo della sua domanda: questa e la stampa bellezza! Avrebbe detto qualcuno.
Ma in questa situazione sembra esserci una confusione emblematica, che coinvolge sia la rigidità degli italiani che la loro mollezza, sia il distacco di Sorrentino (amaro e ironico come un buon lucano), sia la virilità di Servillo che a furia di interpretare guappi, politici, commissari e viveur sembra aver perso la sua umanità dietro le maschere.

Si potrà, con semplicità e pragmatismo, obiettare che l’eccitazione del successo può giustificare tutto. Che non è questo il momento di approfondire, ma solo di gioire per un “prodotto” italiano che conquista il mondo. Specialmente considerando che, questo successo, è un successo generale poiché si riverbererà positivamente su tutto il sistema del cinema italiano. Anzi su tutta l’Italia!
Molti commentatori infatti sono così convinti di questo, del loro sano pragmatismo, che difenderebbero gli autori incoronati anche se scoprissero che il film è brutto, che i loro autori lo hanno realizzato con soldi pubblici levati ai meno noti, ai meno “maturi”, ai meno “sicuri”, ai meno protetti. Il loro privilegio servirà a tutti e dunque è inutile ora lamentarsi e problematizzare: basta aspettare fiduciosi e far sentire la nostra grande riconoscenza e tutto si aggiusterà…

Tempo fa ho dedicato un paio di articoli di questa rubrica ai temi sopra esposti, partendo dal film di Sorrentino. Aldilà di una “critica” (preferisco dire lettura) specifica del film, ho proposto a un sociologo e ad un giovane regista una riflessione che, appunto, partisse da La grande bellezza e si smarrisse o tentasse di orientarsi, a secondo della prospettiva, nel potere dell’arte o nell’arte del potere.
Non è detto, infatti, che la riflessione, il pensiero, debba essere un’attività utile a se stessa, debba generare non dico una coerenza ma una linearità o una convenienza fisiologica.
Siamo forse abituati al fatto che i soldi debbano creare altri soldi, che la violenza genera ulteriore violenza, che perfino l’amore debba produrre nuovo amore, che ci sembra naturale considerare che il pensiero nutra se stesso. In realtà il pensiero serve di più al depensamento, ambisce e sfocia, quando è autentico, nel silenzio interiore della coscienza che è l’anticamera dell’impensabile, che, a sua volta, è l’ingresso dell’ignoto.
Forse esagero un po’, ma certo il pensare o lo scrivere (che può aiutarci a farlo), non è solo un’attività propagandistica. Un’azione comunicativa. La paragonerei di più ad una spinta che un corpo adulto può dare a quello di un bambino seduto sull’altalena. Oppure al lento scivolare dello sciatore immerso nella neve alta, che nasconde, sotto di sé, altra neve più… bassa.
Insomma pensare è un’attività dello spazio, se fatta seriamente. E come tale avrebbe bisogno del tempo, da secoli suo inseparabile alleato e carnefice.

Dunque i due articoli citati, che potete trovare nell’archivio della rubrica con i titoli: la tradizione è il corpo e la responsabilità dello sguardo, ingenuamente non solo interrogavano e dialogavano con due altri corpi diversi dai miei, ma proponevano una partecipazione-commento ai lettori in senso lato. Il silenzio che ne è scaturito deve essere stato il giusto compenso per tale ingenuità. Oppure il tempo complicherà le cose…

Non andrò ora a radunare o riassumere i tratti salienti di quei tentativi, ma se sono ritornato su la grande bellezza è perché, come dimostrano le reazioni di questi giorni (comprese quelle degli stranieri che lo hanno eletto nella cinquina dei grandi film) esso ha la forza di portare a galla nodi talmente strategici per la nostra possibile o impossibile felicità, che ignorarne la portata sarebbe, questo si, un atto arrogante e inutilmente snob. Che avrebbe, questo si, una conseguenza nefasta sul paesaggio che bene o male attraversiamo e che ci attraversa.

Quali sono questi nodi? Proverò a riassumerli con brevità, che la sintesi non è solo una gran bella virtù ma una necessità opportuna se non si vuole essere censurati ancor prima di essere letti.
Prima di tutto vorrei parlare della finta modestia così presente e potente nel sistema Italia.
Essa, a mio parere, ha molto a che fare con l’ipocrisia da una parte e con il cinismo dall’altra.
Provo a spiegarmi:  mostrarsi o proclamarsi modesti, per chi ha un qualsiasi grado di successo, è una strategia apparentemente vincente.
Non solo perché alza il livello degli altri, dei nostri “ascoltatori” i quali vengono assunti idealmente come nostri pari o superiori, facendoci risultare, in questo modo, rassicuranti e leggeri (dunque “confermabili”) , ma perché, se evito di ergermi a “maestro”, ad esperto, posso convincere gli altri che la vita è un sogno e non una fatica. Un sogno che tutti possono raggiungere, in qualsiasi momento. Perché il terreno è libero, non ha bisogno di regole, di limiti. Non si ha bisogno di affinare alcuno strumento.

La mia “esperienza” o “competenza”, il mio privilegio, la mia “diversità”, devono nascondersi, però, paradossalmente, dietro l’arroganza del potere. Che tanto piace e seduce, in specie gli italiani.
Quindi io sono, potenzialmente, come voi, ma, essendo arrivato qui, in una “posizione”  di successo, allora posso (che questo voi lo volete e lo accettate) alzare la voce e affermare con aggressività il mio piglio, il mio diritto. La mia opinione. Salvo, appunto, stare molto attento a non fare o addirittura dire che sono un maestro.
Tutto si può accettare in questo mondo ma non i maestrini, non l’atteggiamento didattico.
Essi non sono solo antipatici ma completamente inutili in un mondo che ha faticosamente conquistato la libertà, la leggerezza dell’io e delle cose.
Allora si all’aggressività (giustificata come carattere e sicurezza di sé) no alla presunzione di chi vuole insegnare.

Ho parlato di ipocrisia e di cinismo: riguardo la prima mi sembra di non dover aggiungere molto, della seconda mi spingo a dire che molte persone adottano questa modestia (finta perché in realtà nasconde un disinteresse ad imparare) consapevoli dell’utilità sociale di questa “posizione”, non tanto della sua “saggezza”. O, diciamo, che lo fanno più o meno istintivamente (che il conformismo agisce come un’attrazione fatale)  buttandosi in quella zona della vita dove la convenienza (momentanea) è più forte della verità. 
Questo buttarsi è un misto di vigliaccheria e di cinismo, appunto, confuso con il pragmatismo o con il realismo, e diventa in breve così sterile da assomigliare ad uno straccio che non potrà più lavare o pulire (o cancellare) niente, data la sua sporcizia, data, soprattutto, la sua riluttanza a farsi lavare perfino dalla… pioggia.
Uno straccio orgoglioso di essere intriso, macchiato dal mondo, che assolve quindi la sua funzione una volta per tutte, attraverso un’inclinazione fatale che gli leva il potere reale e gli consegna quello illusorio, così più seducente perché mondano.
Del resto, aggiungo, essere consapevoli del proprio valore (l’autostima) è cosa diversa dalla presunzione, dalla mancanza della voglia di imparare. Dall’umiltà di riconoscersi manchevoli…
Umiltà che ci consegna, invece, alla legge dello spazio-tempo oltremondano e ipermondano.
(Pare che nell’oltremondo, comunque, ci sia anche il nostro mondo che gira e nell’ipermondano ci sia la “terra” che insegna.)

È evidente che queste mie considerazioni non possono non portare alla seconda questione di cui mi preme parlare. Ovvero il moralismo. Il grande equivoco.
Spesso si sente parlare, accusare qualcuno di essere moralista come se questo fosse una iattura, una malattia contagiosa. Ma cos’è il moralismo?
Lasciamo perdere i filosofi, lasciamo Kant e Fichte ai loro scaffali, lasciamo da parte la storia del pensiero o delle dottrine e vediamo cosa s’intende per moralismo nel senso comune:
Da Wikipedia:
“Nel senso comune moralismo viene inteso spregiativamente come una degenerazione della morale usata con eccessiva intransigenza per una severa, talora ipocrita, condanna degli altri”.

Del resto anche il film di Sorrentino o l’attuale film di Virzì sono accusati di moralismo e in generale il moralismo (quando non è ipocrita) presuppone che io mi “consideri” superiore a te, almeno nelle questioni morali. Quali siano queste questioni forse non ha molta importanza.
Tanto meno andare a verificare se effettivamente io lo sia.
Voglio dire che per gli allergici al moralismo non ha importanza approfondire, specificare: quello che è insopportabile è questa presunta superiorità o diversità. E tanto basta a tagliare corto.
Chi sei tu per giudicarmi? Sei forse diverso?  Quante volte nei film (ricordo proprio Servillo in Gomorra gridare queste parole al suo giovane assistente che ha deciso di scendere dalla macchina) o nella vita abbiamo “sentito” questa obiezione. Dico sentito perché molto spesso queste ironiche domande non si fanno esplicitamente… non c’è ne bisogno.
La questione, allora, è: che cos’è il giudizio?
Può esistere un giudizio non definitivo (aldilà degli iter “mostruosi” della nostra magistratura terrena) e uno “marchiante”? E’ possibile veramente riuscire a non giudicare niente e nessuno?
Ed è proficua questa rinuncia o sospensione?

Chi ama la vita vede, sente, tutto come un fiume che scorre.
In questo senso di fronte alle azioni come ai sentimenti, si collega più facilmente con il loro passato e il loro futuro.
Se tua hai ucciso, dunque, io che amo la vita, forse, penserò al perché lo hai fatto e a come questo ti cambierà. Ma se non la amo, questa vita tremenda e meravigliosa, ecco che, forse, resterò attaccato solo a quello che sembra essere il presente della tua azione.

Noi tutti, non solo perché siamo degli esseri razionali, di fronte alle cose, quale sia la loro natura, siamo predisposti (direbbe Shakespeare) ad operare (creare) una valutazione.
È proprio attraverso questa nostra funzione che diventiamo individui, in grado di scegliere e agire. Ma le cose sono, certo, più complicate.
Per valutare dovremmo avere degli strumenti raffinati e sensibili e questi derivano dall’educazione che abbiamo ricevuto e che ci diamo ogni giorno. L’educazione, la formazione non finisce mai… come si sa.
Per valutare dovremmo avere tanti elementi e dunque dovremmo dedicare tempo ed energia all’indagine. Forse perfino all’esplorazione.

Insomma, con questo mio tono pseudo-scientifico didatticoso, sto cercando di suggerire che riflettere ancora su cosa sia il giudizio e su come si possa giudicare, magari potrebbe esserci utile, nonostante “l’esperienza”  della nostra umanità.
Pare che qualcuno un giorno abbia notato che si rimane giovani quando ci si meraviglia sempre dell’acqua calda, del fatto che una mela cade a terra, del potere che ha su di noi il pianto che riusciamo ad emettere.

Ma torniamo al moralismo. Se esso nasconde un diverso amore per la vita, nasconderà anche un diverso amore per i nostri simili.
A mio parere la questione è essenziale, oggi come oggi.
Posso essere un grande artista, un grande politico, un grande idraulico se odio l’umanità?
O se la amo con tali riserve e dubbi? O se la odio con “saggezza”, con una “sana sdrammatizzazione”, con una capacità di accettazione più formale che reale, che rimuove il mio impulso e lo nega o lo ridimensiona per renderlo sopportabile a me e agli altri?

Ognuno di noi dovrebbe partire dal fare questa domanda prima di tutto a sé stesso. Abbiamo diritto di farcela e di ascoltare qualsiasi risposta. L’umanità ha fatto talmente tanti errori e gli umani sono talmente difettosi che chiederci quale fiducia ancora gli riserviamo dovrebbe essere un atto naturale e doveroso. Inconsciamente tutti “consideriamo” la faccenda. Ma farlo consapevolmente è un’altra cosa.

Mi sono dilungato eccessivamente. E forse andato fuori tema rispetto al pubblico dibattito su la grande bellezza.
Forse, più prosaicamente, essendo un regista e avendo esperienza dell’ambiente, avrei dovuto dire perché, a mio parere, questa vittoria di Sorrentino e Servillo (il gatto e la volpe?) non si riverbererà positivamente su tutto il sistema italiano, dunque anche su di me.
Avrei dovuto raccontare fatti, indicare cifre, analizzare tendenze, insomma avrei dovuto occuparmi non tanto dei grandi sistemi ma di questioni pratiche e dunque “reali”.
E, in quanto tali, modificabili. Non dell’uomo che ha già dimostrato ampiamente la sua incapacità di cambiare.
Forse.
Ma il perché ho parlato di queste questioni, a proposito de la grande bellezza, lascio al lettore il compito di decifrarlo o ignorarlo. Non si può fare tutto a questo mondo. Bisognerà accettare i propri limiti, un giorno. Altrimenti la bellezza non potrà soggiogarci. Non potrà risucchiarci nel nostro compito e nella nostra resa.  Quale essa sia.

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