Secondo il figlio del capitano del Boccia II, forse i pescherecci potrebbero ripartire tra sabato e domenica perchè per il Tribunale sono liberi. Il ritrovamento di colli rotti di anfore ha complicato il quadro accusatorio e dilatato i tempi del rilascio dei tre equipaggi.

Gli equipaggi dei tre pescherecci di Mazara del Vallo sequestrati quindici giorni fa dalle motovedette libiche, di cui abbiamo scritto la scorsa settimana, non sono stati ancora rilasciati.
O meglio, stanno agli arresti “domiciliari”, sui loro pescherecci davanti a Bengasi. «Non possiamo scendere dalla barca e la situazione a terra è pesante, – racconta il capitano Pietro Russo raggiunto telefonicamente – Sulla banchina c’è di tutto: macchine che girano senza targa, ragazzi con le armi nascoste e nessuno che controlla. Un Far West».

Pietro Russo e gli altri 18 uomini dei tre equipaggi hanno lasciato il carcere della città libica, dove hanno trascorso una lunga settimana in una cella vicino ai criminali di guerra. Se la questione con le autorità libiche si è infatti “risolta” con il pagamento di un’ammenda di 19.000 euro (1.000 euro a testa) – stabilita da un decreto del ministero della Pesca ed Agricoltura libico – sono adesso i ribelli che non gli permettono di rientrare in Italia.

Il figlio del capitano del Boccia II, che abbiamo sentito questa mattina, ci aggiorna: «Se tutto va bene, secondo gli accordi domani potranno finalmente ripartire». Ma il prezzo ancora da pagare per riavere la libertà, è alto: 100.000 dinari (60.000 euro). «Per il tribunale sono liberi – ci dice ancora Giuseppe – ma i ribelli li hanno obbligati a comprare il proprio pesce».

Oltre il danno, la beffa, per il “Boccia II”, che stava fuori da 20 giorni (le battute di pesca per i pescatori mazaresi sono di circa 40 giorni, ndr) al momento dell’arresto, per l’ “Antonino Sirrato” e per il “Maestrale”, che aveva a bordo un pescato di oltre 20 giorni e che è stato accusato anche di contrabbando di reperti archeologici.

Sì, perché «dentro un borsone sportivo, che si trova a bordo del peschereccio Maestrale, sono stati trovati due colli di anfora, in pratica dei cocci. Ma la stampa locale ha sollevato un polverone, dicendo che si tratta di contrabbando di reperti del valore 1 milione di dinari, circa 600 mila euro». Racconta il presidente del Distretto Pesca-Consvap di Mazara del Vallo, Giovanni Tumbiolo, che ha seguito da vicino tutta la vicenda dei tre pescherecci recandosi anche in Libia insieme a una delegazione di armatori.

«Si trattava di cocci – spiega Vito Margiotta, armatore del peschereccio Maestrale -, e chi va per mare sa, che durante la pesca si trovano facilmente, perché restano impigliati nelle reti». Ma il ritrovamento dei colli rotti di anfore ha ulteriormente complicato il quadro accusatorio e dilatato i tempi del rilascio dei tre equipaggi.

E’ stato anche contattato il soprintende del Mare e componente dell’Osservatorio Mediterraneo della Pesca, Sebastiano Tusa, che ha confermato l’esistenza di un accordo del 2008 di collaborazione tra Italia e Libia sui ritrovamento dei reperti archeologici marini. Tusa si è detto disponibile ad analizzare i reperti.

Il venerdì è festa a Bengasi, ma sabato, se i ribelli daranno seguito all’accordo, dovrebbe concludersi l’odissea per i tre pescherecci mazaresi. Con la speranza che si chiarisca, una volta per tutte, l’antica contesa tra l’Italia e la Libia su chi possa pescare in quel tratto di mare molto pescoso.

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