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Da Silvio Piola a Morgan De Sanctis, storia di una metamorfosi annunciata

20 Gennaio 2012 di 

Noi, appassionati di calcio, a chi dobbiamo credere? Che cosa conta veramente, ciò che accade in un rettangolo di prato verde di circa 8 ettari oppure in quello di 37 pollici?

Da Silvio Piola a Morgan De Sanctis, storia di una metamorfosi annunciata
C’era un tempo in cui il calcio era uno sport da vedere assiepati su scomode gradinate, in una dimensione “fisica” ed “istantanea”. Il gesto atletico, il goal, il fallo da rigore, si collocavano in un tempo ed in uno spazio finito, circoscritto. Lo spettatore doveva restare con lo sguardo fisso su ciò che accadeva in campo perché un attimo di distrazione gli avrebbe fatto perdere in modo irreparabile la percezione dell’evento che, accaduto una volta, sarebbe stato poi definitivamente relegato nella storia dello svolgimento della gara, senza alcuna possibilità di riesumarlo se non attraverso la memoria.

Poi qualcosa cambiò.

C’è una vecchia fotografia in bianco e nero che tutti gli appassionati di calcio conoscono: ritrae Silvio Piola, mitico attaccante degli anni trenta, mentre compie una splendida rovesciata. In realtà nessuno si è mai chiesto quale esito ebbe quella rovesciata (magari il pallone finì in tribuna) nè quante altre rovesciate ha mai eseguito Piola in partita. Nessuno ha mai avuto nemmeno la certezza che il pallone fosse stato effettivamente colpito. Quella foto, però, capace di conferire immortalità ad uno straordinario gesto atletico, destinato invece ad esaurirsi nell’attimo stesso del suo compimento fisico, determinò in ciascuno di noi la convinzione che quella era “la rovesciata alla Piola”. Da quel momento nessuno ha più avuto dubbi. C’era la prova inconfutabile che l’evento era realmente accaduto. Non era stato raccontato, non era confinato soltanto nella memoria di chi lo aveva visto. C’era. Esisteva.

Quello fu solo l’inizio. Quella istantanea cominciò in modo lento ma inesorabile a modificare profondamente la percezione dell’evento sportivo. La realtà non era quella che ciascuno nella propria prospettiva aveva visto “in diretta” (meglio dire “con i propri occhi”, se no ci confondiamo). Macché. Ci volevano le prove. Mica bastava il racconto. Mica bastava la memoria. Ci volevano le Immagini.
Naturalmente, con l’arrivo della televisione, a quel primo esempio pionieristico di “calcio virtuale” ne seguirono molti altri.
Il processo, come detto, fu lento e graduale. Eppure alcuni episodi contribuirono ad accelerarne lo sviluppo.

Ai mondiali del ’66, durante la finale tra Inghilterra e Germania, sul punteggio di 2 a 2, undici minuti dopo l'inizio dei tempi supplementari, la mezzala inglese Hurst lasciò partire un tiro che sbatté contro la faccia inferiore della traversa e rimbalzò sulla linea prima di tornare in campo. Le riprese televisive dimostrarono che la palla aveva battuto sulla linea e non aveva, come richiesto dal regolamento, superato completamente la linea di porta. L’arbitro convalidò, ma il mondo intero rimase convinto che il goal era, nella realtà, un non-goal. Almeno la parte di mondo di fede germanica perché gli anglosassoni continuarono (e continuano) a sostenere che “le immagini non sono chiare”.

Venti anni dopo esatti, con beffardo contrappasso, il popolo anglosassone dovette ricredersi sulla efficacia della “prova televisiva”. Durante i quarti di finale dei mondiali in Messico, Maradona (altezza mt 1,60) si avventa su uno spiovente che sta per essere agevolmente abbrancato dal portiere inglese Shilton (altezza mt. 1,90) ma, sotto gli occhi increduli di miliardi di telespettatori, si compie il miracolo: il pallone è alle spalle dell’energumeno britannico. Le immagini parlano chiare? Ma quando mai. “E’ stata la mano de Dios”, fu il lapidario commento del Pibe. Il prestigio della testimonianza invocata era tale che nessuno ebbe il coraggio di replicare. Del resto, che l’Altissimo quel giorno avesse un occhio particolare per Diego lo dimostrò inequivocabilmente il secondo dei suoi goal.
Ma la domanda è: qual è la verità? La vittoria della Inghilterra nel ’66, quella dell’Argentina nel ’86 oppure quello che ognuno di noi ha visto (o creduto di vedere) in TV?

Noi, appassionati di calcio, a chi dobbiamo credere? Che cosa conta veramente, ciò che accade in un rettangolo di prato verde di circa 8 ettari oppure in quello di 37 pollici?
Trascorrono altri venti anni e la storia si ripete. Anzi, si supera.
Durante la finale del mondiale Italia - Francia, i giocatori italiani richiamano l’attenzione dell’arbitro. A terra, steso, c’è il difensore Materazzi. Nessuno ha visto assolutamente nulla di ciò che è accaduto. Certamente nulla ha visto l’arbitro. Il gioco era in una fase di rapido contrattacco e tutti erano concentrati sul pallone che viaggiava verso l’altra metà del campo.
Che è successo? Perché quello spilungone si contorce al suolo?
Improvvisamente l’arbitro, dopo aver confabulato con qualcuno attraverso una specie di auricolare, estrae un cartellino rosso e lo mostra al capitano francese Zidane. Partita finita. Zizù si avvia senza tante storie verso gli spogliatoi.

Il telecronista prova a rabberciare una versione: “Ci sarà stato un contatto(?), una gomitata(?)”. Boh.  
Poi, come il sole all’alba, ecco spuntare la Verità Rivelata. La regia tedesca finalmente mostra al mondo l’icona, il feticcio; l’Immagine di inizio secolo che più di ogni altra ha emozionato e commosso gli italiani: la celeberrima “testata di Zidane”.
E qui la mutazione percettiva dell’evento sportivo si compie definitivamente. L’Italia vince un titolo mondiale su un episodio che, dal vivo, probabilmente nessuno ha realmente visto. Certamente non l’ha visto la stragrande maggioranza degli spettatori. Certamente non l’ha visto la miriade di telecronisti accorsi da tutto il mondo per commentare la finale. Certo non l’ha visto l’arbitro. Probabilmente, all’arbitro è stato raccontato da qualcuno che, a sua volta, l’ha visto nell’unico luogo dove poteva esser visto: il rettangolo a 37 pollici.
La metamorfosi si è compiuta. Non è vero ciò che accade, ma è vero soltanto ciò che la televisione racconta.
E veniamo, se mi è consentito, ai giorni nostri.

Gira in rete un curioso filmato: dopo il goal del 4 a 1 dell’attaccante del Napoli Cavani al derelitto Lecce (3 dicembre 2011), il portiere De Sanctis sembra non essere troppo contento. Sembra, anzi, che quel goal lo abbia fatto parecchio incacchiare.
Naturalmente la rete (che in molte occasioni si comporta come una discarica 2B Super, quella, per intenderci, in cui può essere smaltito di tutto, rifiuti tossici compresi) metabolizza il filmato e riempie di contumelie il povero De Sanctis, rilanciando – sulla base del solo filmato e null’altro – il sospetto di chissà quale inconfessabile interesse del portiere azzurro verso un risultato diverso.

Il malcapitato prova a reagire: spiega che quel gesto di stizza derivava proprio dal fatto che il Napoli, fino a quel goal liberatorio, stava soffrendo più del dovuto e che questo era un vecchio difetto del Napoli, manifestatosi in più occasioni e, da ultimo, pochi giorni prima con la Juve. Il suo, insomma, era un legittimo sfogo. Prova, cioè, a sostenere che una cosa sono i sentimenti, altra ne è la resa televisiva.
Niente da fare. La lapidazione pubblica è un processo simile a quello dell’autodistruzione nei film di fantascienza: una volta  innescato non può più essere fermato.

Caro Morgan, hai un solo modo per riabilitarti: noleggia uno studio televisivo, anzi un vero e proprio set cinematografico (non ti sarà difficile, parlane con De Laurentis). Ricostruisci meticolosamente l’azione di gioco incriminata. Filmala da varie angolature e mostrati sempre sorridente. Meglio, dimostra euforia, entusiasmo. Abbraccia chi ti è vicino. Sfilati la maglietta (un portiere lo ha mai fatto?) e esibisci i tuoi figli stampati su una t shirt fatta apposta per l’occasione. Avvicinati come un ossesso ad una delle telecamere ed urla “ti amoooo”.
Poi condividi il tutto su Facebook ed attendi qualche ora.
Prova e fammi sapere.
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