D’altra parte a un genio così alto ha fatto riscontro un carattere tanto rude e selvatico da informare la sua vita domestica a un’incredibile grettezza e privare i posteri di discepoli che continuino la sua arte. Pregato infatti persino dai principi, mai si è lasciato indurre a fare da maestro a qualcuno o almeno ammetterlo nella sua bottega come osservatore”, così scriveva nel 1527 Paolo Giovio nella sua Michaelis Angeli Vita.

In occasione del 450° anniversario dalla morte di Michelangelo, i Musei Capitolini ospitano sino al 14 settembre la mostra Michelangelo. Incontrare un artista universale. L’evento, posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promosso da Roma capitale, assessorato alla Cultura creatività e promozione artistica, Sovrintendenza capitolina, Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Lazio e Arcus. Prodotto e organizzato dall’Associazione culturale MetaMorfosi e da Zètema Progetto Cultura, è stato ideato e curato da Cristina Acidini Soprintendente per il patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale di Firenze, e dagli storici dell’arte Elena Capretti e Sergio Risaliti. Vanta un prestigioso comitato scientifico composta da Riccardo Bruscagli, Alessandro Cecchi, Anna Imponente, Antonio Paolucci, Claudio Parisi Presicce, Daniela Porro, Pina Ragionieri, Pietro Ruschi, Claudio Strinati e Pietro Zander. Attraverso 150 opere la mostra ripercorre la vita e l’attività di questo grande artista che attraverso il suo genio ha contribuito a rendere Roma unica al mondo e ha influenzato indelebilmente tutta la cultura universale. “Pur transitando fra due secoli, Quattrocento e Cinquecento” ha spiegato Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali “Michelangelo supera con la sua arte gli stili, i tempi e i secoli stessi. In questo sta l’universalità della sua arte”. Delle opere in esposizione una settantina sono del maestro toscano. Si tratta di sculture, disegni pittorici, modelli architettonici, scritti autografi, lettere, rime. Opere che ci permettono di ripercorrere il percorso umano ed artistico di Michelangelo. Numerosi schizzi e disegni preparatori sottolineano la sua eccezionale inventiva e consentono di seguire la realizzazione dell’opera compiuta attraverso la nascita dell’idea, il successivo sviluppo e la definitiva creazione. L’inizio per processo creativo è fondamentale e determinante per capire una delle più importanti creazione di Michelangelo, la Cappella Sistina. “E’ una mostra di concezione open” ha dichiarato Pietro Folena, presidente dell’Associazione MetaMorfosi “ricca di impressioni, che offre al visitatore dei punti di vista, delle finestre, delle emozioni su questo genio assoluto: un genio che nasce dal suo tempo, si ispira all’antico, al grande ideale classico della bellezza, e si proietta, fino al non-finito, nell’eternità. E’ una mostra che vuole far conoscere aspetti dello spirito, dell’animo, della passione dell’artista, dell’architetto, del poeta”. Le opere sono arrivate in prestito dai più importanti musei nazionali e internazionali, come gli Uffizi di Firenze, il British Museum di Londra, i Musei Vaticani, l’Accademia di Venezia, la Biblioteca Reale di Torino. Dalla Collezione di Casa Buonarroti sono giunti numerosi sonetti autografi, alcuni dei più bei disegni realizzati dal maestro, come lo Studio per la testa di Leida, e l’imponente modello ligneo della mai realizzata facciata di San Lorenzo a Firenze. Ad accogliere i visitatori è la Madonna della Scala, capolavoro di un Michelangelo quindicenne.

Dalla bottega del Ghirlandaio alla Cappella Sistina. In nove sezione
Il percorso espositivo si snoda attraverso nove sezioni. La prima, Ritratto di un Genio, racconta la vita dell’artista. Nato a Caprese nel 1475, muore a Roma il 18 febbraio 1564 ormai ottantanovenne. Ebbe una vita longeva costellata di amicizie, affetto, rivalità, personaggi potenti, umili lavoratori di bassa estrazione sociale e di poca cultura. La sua carriera artistica è lunghissima e si svolge soprattutto tra Firenze e la Capitale. Contrastato dal padre che lo voleva uomo di legge, ancora dodicenne viene introdotto da un amico pittore presso la bottega fiorentina di Domenico e Davide Ghirlandaio. Qui ha modo di perfezionare il suo innato talento artistico. Il vero salto qualitativo lo compie poco dopo, quando inizia a frequentare l’accademia artistica voluta da Lorenzo il Magnifico. Lorenzo lo incoraggia, lo stimola, lo mette in contatto con personalità di spicco. E’ il suo grande mecenate. Sono anni di studio e formazione. Dopo la morte di Lorenzo, la cacciate di Piero de’ Medici e la condanna di Savonarola, nel 1496 Michelangelo si trasferisce a Roma per volere del cardinale Raffaele Riario. Inizia un periodo di grande solitudine, nonostante abbiamo modo di frequentare gli uomini più potenti del tempo e lavorare per ben sei papi. Moltissime le lettere rimaste che ci consentono di conoscere Michelangelo nell’intimità del suo rapporto con i familiari, e in quello ufficiale e più complesso con i Papi, gli ecclesiasti, i governanti e gli altri artisti contemporanei con cui dovette relazionarsi. Emerge un uomo preoccupato per le sorti di Firenze e dell’Italia, afflitto dai malanni e alle prese con la lista delle spese affrontate per le sue realizzazioni. Nella seconda sezione, Antico e moderno: i modelli, è analizzata l’influenza esercitata su Michelangelo dall’arte classica e dai grandi maestri del Trecento e del primo Quattrocento, tra i quali Giotto, Masaccio e Donatello. L’impatto con l’arte classica, che ebbe modo di ammirare e studiare sia in Toscana che una volta a Roma, lo spinse verso una concezione figurativa innovativa, sintesi tra mondo classico, arte rinascimentale e arte cristiana. Ma fu un capolavoro, più di tutti, ad influenzare  e cambiare il suo stile, indirizzandolo verso il tono sublime e la postura dinamica dei personaggi tormentati: il Laocoonte, scoperto nel 1506. Il corpo umano è centrale nella sezione Vita e morte. E’ in esso, nella sua perfezione platonica, che Michelangelo riconosce la somiglianza tra la Creatura ed il suo Creatore. L’incarnazione di Cristo diventa motivo dominante, così la sua vita e la storia del genere umano saranno sempre al centro della sua arte. Nella rappresentazione del corpo umano Michelangelo sfrutta l’esperienza maturata presso l’ospedale degli agostiniani di Santo Spirito, dove ebbe la possibilità di studiare anatomia sezionando i cadaveri. Altro tema caro al Buonarroti è quello della battaglia, trattata nella sezione La battaglia, vincitori e vinti. Sono esposte opere chiaro esempio di umanità vittoriosa, come il Cristo Redentore in Santa Maria sopra Minerva a Roma raffigurato come un condottiero. Il corpo nudo maschile spesso sembra volersi liberare dalla materia che lo imprigiona nel blocco di marmo, come nei Prigionieri o Schiavi. Tradizione e licenza, Firenze racconta invece Michelangelo architetto. Di molti suoi progetti rimangono solo i modelli lignei, come per il tamburo della cupola di Santa Maria in Fiore, o i disegni progettuali, come per la nuova facciata di San Lorenzo. Sappiamo che l’artista, durante l’assedio di Firenze (1529-1530) si impegnò nel rafforzamento delle difese cittadine ideando soluzioni tecniche ineccepibili, insolite, quasi fantasiose. La sezione La notte e il giorno è interamente dedicata al progetto, rimasto incompiuto, della Sagrestia Nuova con le tombe dei Medici. Considerata l’opera più “integrale” dell’artista, in quanto si occupò dell’aspetto architettonico, scultoreo, pittorico e degli oggetti decorativi, l’intera struttura allude al tema del Tempo che tutto consuma, in senso cosmologico. Questa sezione ci conduce lungo un viaggio ermetico e simbolico fra la luce della redenzione e le tenebre del peccato nel trascorrere inesorabile del tempo. Precise ed esplicative sono le parole dello stesso artista quando scrive “Colui che fece, e non di cosa alcuna, / il tempo, che non era anzi a nessuno, / ne fe’ d’un due e diè ’l sol alto all’uno, / all’altro assai più presso diè la luna”. Altro tema caro a Michelangelo è la drammatica contrapposizione tra Amore celeste e Amore terreno. La tensione tra questi due amori influenza decisamente l’artista, così come le sue composizioni poetiche, trovando la sua massima elaborazione nel dipinto Leda e il cigno e nel cartone Venere e Cupido.


Il genio, Cristo e il soggiorno romano

La sezione “…la strada ch’al ciel sale…” è dedicata al potere miracoloso e salvifico di Cristo, con il quale Michelangelo, negli ultimi anni della sua vita, ebbe un rapporto sempre più totalizzante. Morte e resurrezione sono viste nell’ottica della salvezza cristiana dell’anima. Per l’artista nel Giorno del Giudizio ogni sofferenza verrà superata dalla visione di Cristo trionfante. I curatori della mostra hanno voluto qui soffermarsi sulla vicenda, ancora poco indagata dalla critica, del rapporto di Michelangelo con Vittoria Colonna, poetessa, studiosa di cristologia, una delle menti letterarie più aperte e vivaci del periodo. Legata agli ambienti spirituali romani guidati dal Cardinale Reginald Pole, pericolosamente esposti sul crinale dell’Inquisizione, sarà proprio Vittoria, “alta donna e gradita”, come scriverà di lei Michelangelo, a soggiogare e guidare l’artista al nuovo “tormento intimo” fatto di tensioni spirituali, senso cristiano del peccato e della redenzione, impetuoso aspirazione alla bellezza assoluta, divina. Da qui nascono eccezionali opere esempi del suo tormento, come il Crocifisso ligneo di Casa Buonarroti, la Pietà Bandini, la Pietà Rondanini, gli affreschi della Cappella Sistina e della Cappella Paolina che definiscono l’attracco teologico, morale, poetico, spirituale e artistico di un artista e di un’epoca fortemente travagliata e devastata da Riforma e Controriforma. L’ultima sezione, Regola e libertà, Roma, è dedicata al soggiorno romano. Furono anni intensi, di fervida creazione, durante i quali Michelangelo si trovò a gestire impegni titanici e su fronti diversi. Oltre agli affreschi del Giudizio Universale, dovette occuparsi anche delle Storie di San Pietro e San Paolo nella Cappella Paolina, della realizzazione del tamburo della cupola di San Pietro, del completamento del palazzo Farnese e della trasformazione della piazza del Campidoglio. Lavori che affrontò con fatica, soprattutto nell’ultimo ventennio della sua vita, perché progressivamente impedito da malattie. Ormai pienamente architetto, inventa forme libere e complesse che, nel caso della Cappella Sforza in Santa Maria Maggiore, tendono all’immenso al fine di far percepire uno spazio più grande, quello divino.
La mostra sarà anche l’occasione per nuove produzioni multimediali, tra le quali l’eccezionale documentario, mai realizzato prima, sulla Cappella Paolina.

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