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Equitalia: quando il “gran rifiuto” non è segno di viltà

04 Maggio 2012 di  Gennaro De Falco

All’indomani del suicidio di un imprenditore assillato dalle cartelle esattoriali, l’avvocato Gennaro De Falco, tra i legali della discussa società di riscossione, si è dimesso. Ma, a differenza di quanto accadde a Papa Celestino V, le cui dimissioni gli valsero un famoso verso della Divina Commedia (“vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”, Inferno, canto III), il gesto ha suscitato grande apprezzamento.

Equitalia: quando il “gran rifiuto” non è segno di viltà
La scorsa settimana un agente immobiliare, a Napoli, si è suicidato. Secondo quanto riportato dalle cronache, sarebbe stato indotto al suicidio dalle difficoltà causate alla sua attività da alcune cartelle esattoriali di Equitalia. A dire il vero nessun cronista ha sentito il dovere di precisare quali fossero e in cosa consistessero queste cartelle esattoriali. Il fatto ha però suscitato grande clamore e l’avvocato Gennaro De Falco, che da qualche tempo era tra i numerosi legali, esterni all’azienda, ai quali Equitalia si rivolge per seguire il proprio contenzioso con i cittadini (più o meno ingiustamente tartassati), ha ritenuto di rinunciare all’incarico. Un gesto che a sua volta ha provocato scalpore. Come se rappresentasse un’anomalia. In realtà non è così. Anzi, l’avvocato ha il dovere, in alcuni casi, di rinunciare all’incarico. In questa lettera aperta l’avvocato De Falco spiega le ragioni, personali e professionali, della sua decisione.

Quando, dopo aver appreso la notizia dai giornali del suicidio di Diego Peduto, ho inviato la lettera a Il Mattino, che non sapevo neppure sarebbe stata pubblicata, con la quale annunciavo l’intenzione di rinunciare alla difesa di Equitalia, non immaginavo minimamente l'incredibile risonanza che il mio gesto avrebbe avuto; anzi, quando Radio 24 mi ha telefonato quasi subito dopo aver postato quelle poche righe, ho cancellato la lettera dal mio sito facebook perché non volevo e non cercavo l’immensa risonanza, che poi si è avuta mio malgrado, e che rende necessario questo chiarimento ed alcune brevi considerazioni ed approfondimenti di varia natura.

Devo dire che, nonostante il numero esorbitante di avvocati che affligge il nostro paese e in particolare Napoli, la carenza di occasioni di lavoro che ne deriva, ed il fatto che il diritto alla difesa debba essere comunque garantito a tutti, è assai frequente che giustamente miei colleghi rinuncino ad incarichi per scelta professionale o ragioni di coscienza o mera opportunità.

Ci sono avvocati che, pur con la presunzione di innocenza, non difendono imputati in processi per reati di tipo mafioso; altri che, secondo un indirizzo che non condivido affatto ma che rispetto, non assumono difese di parte civile, rifiutando di sostenere l'accusa privata nei processi penali. Anni fa difendevo la parte civile in un rilevantissimo procedimento penale ma, convintomi dell'innocenza dell'imputato e, nonostante la prosecuzione del mandato da parte dell'Avvocatura di Stato anch' essa parte civile, non partecipai al successivo grado di giudizio che, infatti, vide l'assoluzione piena e definitiva dell'imputato rinunciando così ad un cospicuo onorario .

Insomma, come del resto prescrive il codice deontologico, l'Avvocato nell'espletamento del suo mandato DEVE rinunciare agli incarichi conferitigli allorché essi entrino in conflitto con la sua coscienza anche perché tale stato d’animo del professionista pregiudicherebbe l’efficacia della prestazione.

So di un episodio di violenza sessuale assai efferato a danno di un minore in cui il difensore officiato rinunciò al mandato, il successivo difensore di fiducia rinunciò anch' egli al mandato e l'imputato venne alla fine difeso da un ottimo difensore di ufficio che, per legge, non poteva sottrarsi all'incarico e che pure mi confessò il suo estremo disagio per l'espletamento dell'incarico conferitogli dal giudice, che comunque aveva regolarmente e diligentemente espletato .

E' chiaro che con queste brevi considerazioni non voglio assolutamente paragonare la difesa di Equitalia a quella degli stupratori o dei mafiosi o, per il verso opposto alla difesa di parte civile nei processi penali, ma se fatti contingenti in parte sopravvenuti ed in parte metabolizzati nel tempo mi hanno spinto a rinunciare all'assunzione di ulteriori incarichi, la mia scelta è e devi ritenersi assolutamente doverosa e normale.

Del resto so di rinunce alla difesa di Equitalia da parte di altri colleghi che sono passate assolutamente sotto silenzio. Allora cosa è che ha reso questo episodio tanto degno di considerazione da determinare una così forte e per me imprevista risonanza ?

Le spiegazioni che mi fornisco sono molteplici: c'è la componente emozionale, vale a dire l'ennesimo suicidio della persona comune, dello sportivo, del tranquillo padre di famiglia della porta accanto, forse anche la valorizzazione della figura professionale dell'avvocato che a mio giudizio da vari decenni soffre un' ingiusta penalizzazione dettata anche dal rapporto con i media, ampiamente egemonizzato dalla magistratura e in particolare dalle procure ma, secondo me,   vi è assai di più. Vi è un disagio che nessuno a partire da chi scrive aveva compreso, che i media hanno percepito immediatamente e che il ceto dominante - che non mi sento più di identificare in quello politico - non comprende o che non ha interesse a comprendere.

Vi è un generalizzato senso di sfiducia, esasperazione e rifiuto nei confronti di una ridotta casta trasversale fatta di burocrati, politici e governanti, tutti a diverso titolo nominati o prescelti non si sa da chi o con quali meriti e ragioni, senza alcuna partecipazione o investitura popolare che si arricchiscono a dismisura sulla disperazione della gente, delle famiglie e delle imprese, senza riuscire –o forse neppure pensare - a risolvere i problemi del paese che affonda nei debiti e nelle tasse che non può o che non trova più giusto continuare a pagare in queste intollerabili proporzioni.

In questa improvvisa e assolutamente trasversale risonanza e consenso vedo il rifiuto e l’inizio della ribellione contro una politica ingiusta e soprattutto inutile che non gode di nessun sostegno, fiducia e condivisione da parte della gente.

Ieri, 28 aprile, Fabio Fazio nella sua trasmissione Che tempo che fa, riferendosi alla vicenda ha giustamente detto che Equitalia è solo un ente di riscossione che si limita a riscuotere le entrate degli enti impositori e che le tasse vanno pagate, cosa che in una società normale, quale l’Italia di oggi non è, sarebbe giusto, per non dire ovvio e doveroso. Ma non ha detto che Equitalia è anche una SpA che opera in regime di monopolio, il cui amministratore delegato, secondo quanto si legge dalle fonti giornalistiche, percepisce uno stipendio di ben 456.733 Euro, che con la sua attività produce utili assai rilevanti e che gode di una serie di poteri che squilibrano completamente la dialettica economica.

Quale SpA per realizzare i suoi profitti può imporre il fermo amministrativo sulle autovetture dei suoi debitori, iscrivere immediatamente ipoteca sui beni paralizzando le attività produttive e imporre i tassi di interesse che impone?

Come si giustificano le retribuzioni della dirigenza di Equitalia rispetto alle condizioni in cui sono costretti ad operare i suoi avvocati?

Insomma, Equitalia non è la causa di questo disagio generalizzato che si avvia a diventare ribellione, ma certamente non ne è affatto estranea.
Gennaro De Falco
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Avvocato, specializzato in diritto penale
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