Ora che, passata la tornata referendaria, i risvolti politici delle questioni legate alle fonti energetiche possono essere messi da parte, ci sembra sempre più opportuno proseguire con una riflessione complessiva. Volentieri pubblichiamo perciò il primo di due interventi dell’ingegnere Nino Calia che speriamo possano contribuire al dibattito

Il nostro mondo ha grandissimo bisogno di energia e, per quanto ogni forma di risparmio energetico sia certamente da perseguire con la massima diligenza, le conclusioni non possono che essere che il fabbisogno mondiale continuerà a crescere, anche in considerazione dell’enorme numero di persone che stanno muovendosi rapidamente verso i nostri livelli di sviluppo e, quindi, di consumo energetico.

Anche il fabbisogno italiano continuerà ad aumentare (in misura molto più modesta, io spero, proprio in virtù di quelle forme di risparmio che dovranno essere realizzate). Ma, se guardiamo all’energia elettrica, essa dovrebbe continuare a crescere più rapidamente del fabbisogno di energia nel suo complesso, se vogliamo sostituire con essa anche parte dei combustibili fossili oggi usati per l’autotrazione ed il riscaldamento.
Si tratta di un fabbisogno enorme, soddisfatto in buona parte da combustibili importati da altri paesi sotto forma di petrolio, gas, carbone ed energia elettrica. Purtroppo, per lo meno il petrolio ed il gas sono concentrati in paesi che non sono modelli di democrazia e di stabilità ed, quindi, la loro fornitura è soggetta ad imprevedibili peggioramenti all’insorgere di problemi in qualcuno di questi paesi.

Italia vulnerabile
Il prezzo del petrolio (e indirettamente anche quello del gas) è controllato dall’OPEC ed è destinato ad aumentare con l’aumento dei consumi e con il continuo esaurirsi delle fonti più economiche: è un processo inevitabile, oggi accelerato dalla crescente domanda dei paesi emergenti. Non c’è da sorprendersi se gli shock petroliferi si susseguiranno con sempre maggiore frequenza e se tra pochi anni il prezzo del petrolio raggiungerà i 200 dollari al barile (cioè più che raddoppierà rispetto al prezzo medio del 2010): anche se non siamo ancora in una situazione critica, le fonti di questo prodotto sono sempre più costose da sfruttare e un giorno, speriamo lontano (ma quanto lontano?) si avvieranno inevitabilmente alla fine (questo anche tenendo conto di una nuova fonte di grezzo petrolifero, le scisti bituminose, che, però è molto più costosa ed inefficiente ed il cui utilizzo produce complessivamente altrettanta se non più anidride carbonica del carbone).
L’Italia, sotto quest’aspetto, è particolarmente vulnerabile in quanto più di ogni altro paese sviluppato o in via di sviluppo dipende da fonti esterne non solo per i carburanti per la motorizzazione, ma anche per la produzione di energia elettrica: poco più del 60 % della nostra energia elettrica dipende da combustibili fossili (in gran parte importati) ed un altro 19% dall’energia elettrica prodotta negli impianti (soprattutto nucleari) dei paesi confinanti, con il restane 21% da fonti rinnovabili (le uniche pressoché interne)

Centrale_a_biomasse1Fonti rinnovabili.
Se si esclude l’energia idroelettrica che è una fonte già matura, le fonti rinnovabili oggi coprono circa il 3% dell’energia elettrica prodotta nel mondo e non mi sembra che possa giungere a coprire una buona parte di tale fabbisogno in futuro.
Le biomasse richiedono grandi superfici sottratte ai prodotti agricoli e forestali (a meno di non pensare alle alghe, ma allora forse stiamo parlando di un futuro molto più lontano): questo può avere un impatto negativo sulla produzione agricola, spingendo i prezzi al rialzo e penalizzando seriamente, purtroppo, specialmente coloro che non dispongono di margini di reddito sufficiente, cioè i poveri ed i paesi poveri. Peraltro, le biomasse rappresentano un sistema alquanto inefficiente in quanto richiedono notevoli quantità di energia per la loro coltivazione, cioè per azionare i macchinari delle coltivazioni e produrre gli eventuali fertilizzanti, cioè consumano una bella fetta dell’energia da loro stessi prodotta; poi, dal punto di vista dell’anidride carbonica, sono neutrali solo assumendo che la coltivazione delle biomasse assorba tanta anidride carbonica dall’atmosfera quanta se ne genera nel loro utilizzo, il che, non sembra.
Mi piacerebbe, comunque, che qualche esperto ci parlasse con cifre e dati di questa fonte: è possibile ed economico aspettarsi che le biomasse possano, un giorno, fornirci delle grandi quantità di energia, tanto da essere un valido e cospicuo sostituto dell’energia elettrica derivata da prodotti fossili e dal nucleare, senza creare contraccolpi nella produzione agricola?

Fotovoltaico: bisognerebbe ricoprire l’Europa di pannelli
Per quanto riguarda il fotovoltaico, per eguagliare la produzione di una centrale elettrica da 1600 megawatt bisognerebbe utilizzare una superfice di oltre 30 Kmq. 
Attenzione: anche ricoprendo di pannelli solari 30 chilometri quadrati si produrrebbero circa duemila megawatt all’anno. Vuol dire, in pratica, 2 gigavatt ogni 30 chilometri quadrati. Teniamo presente che l’Italia consuma mediamente circa 300mila gigawatt all’anno. Cioè 300 milioni di megawatt: non basterebbe l’intero paese ricoperto di pannelli solari!
Per non parlare dei costi: Massimo Mucchetti, sul Corriere della Sera, ha calcolato una spesa complessiva per gli incentivi da pagare nei prossimi 20 anni per la capacità produttiva installata finora di ben 60 miliardi di euro attualizzati ad oggi. Peraltro, questi costi ci saranno addebitati in bolletta e servono ad incentivare una produzione del 30% inferiore a quella di una sola centrale elettrica moderna. Peraltro, una nuova centrale elettrica non costerebbe nulla allo Stato e, quindi a noi cittadini, e genererebbe un utile ai finanziatori/azionisti ed anche allo stesso Stato per la inevitabile tassazione che accompagnerebbe la produzione dell’energia. Gli incentivi per il fotovoltaico sono stati ridotti, ma è pur sempre una forma di energia ancora non realizzabile senza gli incentivi statali e quindi ancora molto costosa e, soprattutto, molto saltuaria.
Si è anche parlato di centrali solari, basate sulla raccolta e la concentrazione dei raggi solari per produrre il vapore necessario a generare l’energia elettrica. Anche queste centrali funzionano solo alcune ore al giorno e poi dovrebbero essere ubicate nelle aree sub-equatoriali a noi vicine, con il già citato rischio legato all’instabilità di quei paesi o, comunque, all’incertezza dovuta alla dipendenza energetica da paesi terzi e da fonti lontane.
Infine, non è certo l’eolico (legato all’esistenza del vento) o l’energia derivabile dalle maree anch’essa priva di continuità nell’arco del giorno, anche se ciascuna di queste fonti rinnovabili va utilizzata e contribuirà, sia pure in piccola misura, alla soluzione del problema.
Perciò, non dico che tutte le fonti alternative non siano da sviluppare al massimo (nei limiti, per le biomasse, in cui esse non abbiano un impatto negativo sulla produzione agricola), anzi! Ma non è realistico pensare che possano coprire una buona parte del prevedibile fabbisogno di energia elettrica. È una mia conclusione e sarò lieto di essere smentito con dati di fatto concreti e obbiettivi.

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