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Conversazione con Mario Festa

I cavalieri perduti

18 Maggio 2013 di  Paolo De Falco

Dal cucchiaio al paesaggio, il Rural design come alternativa alla dilagante crisi (economica e sociale) delle metropoli.

Ci sono delle scene che per una loro stranezza misteriosa capace di unire, come in una specie di cortocircuito, tutta la bellezza e tutta la bruttezza del mondo, tutta la sua magia e il suo squallore, tutta la sua realtà e la sua irrealtà, non si possono dimenticare e anzi restano nella nostra immaginazione o memoria come pesci imprigionati in un acquario.

Una di queste scene, per me, riguarda un pomeriggio in cui conobbi Mario Festa, un architetto originario di San Lorenzello, un piccolo borgo della Campania in provincia di Benevento, e poi, naturalmente emigrato altrove.
Alcuni operatori culturali campani m’invitarono ad una riunione in un Comune dell’Irpinia, di cui non ricordo più il nome, dato che avevo da poco finito di girare, anche dalle loro parti, il mio film Via Appia.
Ci andai perché volevo parlare dell’Archivio liquido dell’identità, del suo interesse a creare una rete di distribuzione culturale nuova e diversa dai soliti “sistemi”. E mi portai un amico, un essere tanto politico quanto votato all’inconcludenza, tanto intellettuale e visionario quanto mondano e antico, insomma uno di quegli emblematici uomini della sinistra che riescono a nascondere la nostalgia (del mondo novecentesco) dentro la loro eccitata adesione al nuovo, alle infinite possibilità della comunicazione contemporanea. Uno di quegli uomini del Sud (è pugliese) che per il loro tenero e assurdo provincialismo riescono a scambiare una riunione di quattro “Cristi” allucinati e dispersi, radunati in una fredda e spoglia sala apparentemente dimenticata da Dio, per la storica convention del prossimo futuro, dove iniziare la grande costruzione del Sud Unito e Incrociato.
Ma adesso inutile parlare di lui, anche se il citarlo credo abbia un senso che, comunque, mi sfugge. Ma si sa, le scene indimenticabili sono dei mosaici, dei puzzle stratificati e a raccontarle per bene si dovrebbe osservare il tutto da vari punti di vista, come se si fosse dentro un quadro di Picasso, magari perdendosi pure e a lungo dentro un labirinto da cui emergere solo per forza di disperazione o per la pietà del tempo.

Sta di fatto che entrammo, quel pomeriggio, io e il mio accompagnatore (Don Chisciotte e Sancio Panza) a seduta iniziata, dentro una sala più fredda nell’aspetto che nella temperatura, nonostante fuori ci fosse l’inverno irpino e dentro ci fossero i termosifoni spenti.
E ci ritrovammo seduti sul tavolo dei protagonisti, ovvero su quella parte dedicata agli attori i quali, a dir la verità, erano molti di più degli spettatori, relegati in fondo alla sala a contemplare i nostri discorsi, nonostante le scomode sedie non gli aiutassero certo nella pazienza.
Mi vennero in mente certe novelle di Pirandello o certi film di Monicelli ma la curiosità mi levò a qualsiasi volo estraniante e mi misi in ascolto. Si parlava di cultura e di identità ma non riuscivo a mettere a fuoco… dove fossimo.
Dopo un po’ la parola fu data ad un uomo di mezza età, il cui volto faceva pensare al mondo contadino ma che appariva tanto fuori luogo quanto umile e ben disposto. Un uomo che aveva sciolto la rugosità dei timidi nell’acqua della buona volontà e della speranza. Obbedendo in questo ad una legge segreta.
Cominciò lentamente e lentamente “accese” la luce anche se due neon furono smorzati: con un tocco lieve fece partire il proiettore posizionato al centro della sala e di cui, fino ad allora, non mi ero accorto, e quegli squallidi muri, di una sala consiliare forse resistita al terremoto o forse emersa per opera della ricostruzione, cominciarono a colorarsi e a restituire strane e meravigliose forme.

Si trattava di un resoconto fotografico di un progetto denominato Urban Mode e che riguardava la zona del Matese, un massiccio montuoso a cavallo tra le regioni Campania e Molise. Un progetto di narrazione di un territorio che… “collaborava al processo fondamentale di costruzione di una percezione condivisa dello spazio attraverso l’interpretazione e la selezione degli elementi salienti che il luogo contiene, nonché la ricerca di come manifestarli e promuoverli, renderli cioè espressione di una coralità di intenti”.
Immagini di opere artistiche e creative, disseminate in mezzo ai paesaggi del Matese, ai suoi boschi, fiumi, laghi, piane, cominciarono a dissolvere in facce e vicoli, strade e interni di un popolo ancora esistente ma votato ad un’estinzione forse inevitabile.
Mario raccontava e illustrava con un piglio che saliva di immagine su immagine verso un’eccitazione tanto contagiosa quanto disarmante, tanto utopica quanto immersa in un semplice ascolto dell’esistente.
E il pubblico divenuto improvvisamente uno solo, avendo la morsa ipnotica stretto appassionatamente sindaci assessori e quei quattro vecchietti che, forse per noia, si erano rifugiati in quella sala, restava immobile come preso all’amo. Come levato al suo solito stato… gassoso.
Mario finì il suo intervento ed io ero commosso, mi sembrò che la scena a cui avevo assistito contenesse una grazia, uno spirito tutto suo, che l’andamento del mondo non avrebbe dovuto o potuto corrompere. Così, quando il Sindaco riprese la parola e il suo collo taurino si gonfiò leggermente nel guardare che ora si era fatta, per anticipare la fuga mi volsi verso il mio fedele scudiero o cavaliere (non è mai facile dire chi di noi merita di essere chiamato Don Chisciotte) il quale, però, subdorando lo scioglimento delle camere (pardon della riunione) si era già diretto al centro della sala per prendersi la parola e, pure lui, un po’ d’onore.
Con Mario Festa, poi, divenni amico e provammo a fare delle cose insieme. Il tempo, però, non fu dalla nostra parte. Forse, un giorno verrà ma, intanto, mentre lui lavora e progetta senza sosta scenari e piccole case nuove quanto antiche, fatte di paglia e terra come di pietra e legno, gli ho chiesto di parlarmi del mondo, di come lo vede. Sperando che a qualcuno venga in mente di andarlo anche a trovare a San Lorenzello, per vedere la sua casa e la sua bellissima famiglia, e il camino dove nascono le idee nelle dure notti d’inverno. Lontano dal mondo, da quel veloce mondo che da un po’ di tempo sembra solo un disco rotto. Almeno su questa nostra terra italica. Nonostante la boria dei padroni e quella dei servi. Un mondo che, purtroppo, sa usare anche la marginalità, la sa portare, suo malgrado, dentro al suo vortice inconsistente. Mi riferisco al fatto che sono tanti i finti profeti, i finti narratori, che si esiliano per farsi notare, per prendersi l’onore anche quando non gli spetta. Loro che non apparteranno mai veramente al Grande Ordine dei Cavalieri Perduti, e diventeranno presto solo i Ministri della Retorica e dell’Ombelico Scoperto. 

- Come è la situazione culturale in Campania? Come si potrebbe ridare senso ad un territorio che è stato così umiliato?
“In questa situazione di tale crisi culturale non si sottrae la Campania, anzi ne rappresenta l’emblema. La Campania è una regione complessa nel senso che vivono in essa due realtà diametralmente opposte, da una parte l’hinterland Napoletano con la sua area metropolitana dislocata quasi completamente lungo la costa dove si concentra la maggior parte della popolazione campana. Dall’altra la regione appenninica interna, rurale e marginale. Queste due realtà estreme, Napoli che vive ancora con rimpianto reale o immaginario di un ruolo di capitale culturale avuto nel passato e che non riesce ancora a trovare un ruolo di città culturale nel bacino del mediterraneo sempre più globalizzato.  Sempre più a rincorrere modelli culturali che non le appartengono diventando sempre più una parodia di città della Cultura, sempre più provinciale e ripiegata su se stessa a lamentarsi. Se pensiamo che una delle poche espressioni culturali originali nata negli ultimi anni in città è stata quella dei cosiddetti “Maestri di strada” che invece è stata soffocata e che sarebbe potuta diventare un serio modello culturale in cui incanalare le energie creative della cospicua popolazione giovanile e diventarne il propulsore per far ripartire la città. Non a caso la Campania e in particolar modo l’area metropolitana di Napoli presenta una delle più alte concentrazioni di popolazione giovanile in Italia e anche della più alta percentuale di abbandono nelle scuole da parte dei ragazzi, e questo la dice lunga sullo stato della cultura della regione. 
Per non parlare delle aree interne che in questo momento stanno vivendo ancora (non ci siamo ancora riusciti a liberarci della questione meridionale) un vero e proprio abbandono anche per via della dissoluzione del legame politico clientelare sia locale che nazionale. L’incapacità di esprimere una classe politica autonoma, già da tempo le ha relegate ai margini di una qualsiasi possibilità di sviluppo non solo culturale. Anzi il continuo drenaggio di risorse umane in particolar modo dei giovani, ne ha precluso qualsiasi apertura verso il cambiamento in atto. Non a caso è ripreso il fenomeno dell’emigrazione, questa volta intellettuale”.

- Si parla molto in questo ultimo periodo del fatto che la terra è il futuro. Ma secondo te quali sono i blocchi psicologici veri per pensare e creare un'economia che si sviluppa in modo sostenibile e pure creativamente?
“L'effetto di marginalizzazione ed esclusione dai processi di sviluppo economico-industriale di molte aree, per lo più di carattere montano-rurale, con le conseguenze a noi note del progressivo impoverimento e abbandono delle stesse, può al contrario oggi rappresentare l'occasione per un nuovo concetto di sviluppo e quindi di riscatto da un passato difficile e non solo. La massiccia e selvaggia urbanizzazione del dopoguerra legata certamente alla diffusione di un certo benessere economico ha prodotto al tempo stesso una distruzione del territorio svilendo e impoverendo la qualità della vita. Le aree relegate ai margini da questo processo di “arricchimento monetario” si sono in un certo senso salvate. Esse possiedono ancora tutte le prerogative e le risorse per uno “sviluppo” consapevole ed equilibrato dove sperimentare nuovi modelli di economia e socialità.
L’idea centrale riguarda il modo in cui oggi cambia la vivibilità nei singoli territori, dove per vivibilità intendiamo le diverse modalità di emersione dell’equilibrio tra uomo, ambiente e risorse economiche.
Sviluppare forme di sperimentazione culturale tendenti a verificare come la ricerca per la sostenibilità possa convergere con la generazione di nuove culture aperte, locali e globali contemporaneamente. Ma anche di creare azioni e processi che abbiano ricadute pratiche per lo sviluppo di attività legate a quella che oggi viene definita “Green Economy”.
È in quest’ottica che stiamo lavorando a un progetto che prende il nome di Ru.De.: Rural Design _ Processo di rigenerazione territoriale _ Dal cucchiaio al paesaggio_. Un progetto che coinvolge l’area della comunità montana del Titerno e Alto-Tammaro della provincia di
Benevento, in Campania e che coinvolge 16 Comuni.
La sola cosa chiara riguardo al futuro è che esso implicherà una profonda rottura di continuità con i modi di fare e di essere che fin qui abbiamo conosciuto. La transizione verso il nuovo stato delle cose che le pressioni di diversi “motori del cambiamento” vanno generando avrà luogo nella forma di un grande processo sociale di apprendimento in cui, tra errori e contraddizioni, dovremo tutti imparare a vivere diversamente. Tale processo di apprendimento è oggi in atto: la società contemporanea, nella sua complessità, appare anche come un grande laboratorio: un laboratorio che genera una varietà di idee, esperienze e progetti che nascono in un luogo e si propagano in altri luoghi, adattandosi alla diversità dei nuovi contesti.
L’apprendimento diventa allora la capacità delle istituzioni di gestire un cambiamento intelligente, attivando competenze e saperi presenti negli attori, mettendo in rete attori portatori di interessi, innescando occasioni e mobilitando risorse a volte nascoste. Ru.De. si configura come luogo di ascolto e di dialogo con i differenti attori sociali, economici e culturali del territorio, per dar vita ad un “collettivo intelligente” fondato su una “rete di comunicazione” - la più trasparente possibile - all’interno della quale “idee, argomenti, progetti, iniziative, pratiche positive, competenze, saperi” possano costantemente dialogare, confrontarsi, collaborare e connettersi, valorizzando tutte le “qualità umane” intorno alla realizzazione di “progetti comuni”. I territori oggi più che mai stanno cambiando velocemente, ed in particolare le aree dismesse, le aree di margine, sono interessate da dinamiche territoriali che riconfigurano il territorio ritrovando un nuovo ruolo.
Oggi i processi che funzionano dal punto di vista della sostenibilità socio-economica sono quelli inclusivi, cioè sono quelli in cui la maggioranza della popolazione presenta certe caratteristiche. Per cui noi dobbiamo creare veramente una società della conoscenza, cioè dobbiamo fare in modo che la maggior parte delle persone partecipino a questi processi. Perché altrimenti questi processi si spengono molto rapidamente. Oggi si sta cominciando a capire che il funzionamento del mercato come il primato assoluto dell’iniziativa individuale nello spregio più assoluto dell’interesse collettivo, è un modo estremamente sbagliato. Solo da poco ci stiamo rendendo conto che i progetti che costruiscono valore sono quelli che nascono dalla responsabilizzazione collettiva: fare economia e quindi Cultura equivale a ricostruire il senso di comunità. I territori che riescono a creare le condizioni perché le persone si incontrino, si aggreghino, abbiano spazio e risorse per sviluppare questo tipo di sensibilità, crescono e sono sostenibili.
Il progetto Ru.De. vorrebbe diventare un luogo d’interazione, intesa come rete di scambio, comunicazione, servizi, che agisce in un contesto di grande qualità ambientale e paesaggistica ed è finalizzata alla messa in relazione dei sistemi e all’attivazione di nuove sinergie sociali e culturali. Dunque un “nodo” dove rielaborare nuovi concetti di urbanità sostenibile e di empowerment di comunità, grazie a cui sia possibile la presa di coscienza, da parte della comunità, dei propri limiti e delle proprie risorse per una riappropriazione progressiva della capacità di decidere il proprio futuro in maniera partecipata, consapevole e responsabile.
Parte dalla valorizzazione e dalla connessione tra i capitali esistenti, come il paesaggio, il patrimonio culturale e la cultura materiale e immateriale e di come i processi creativi possano svolgere un ruolo importante anche per queste aree che vengono ancora definite marginali. In sostanza si tratta di definire la terra come la nuova fabbrica della sostenibilità, delle produzioni di materie prime rinnovabili, e della loro trasformazione, sia materiale che immateriale.
Una strategia innovativa di sviluppo va definita anche per il settore agricolo. In definitiva l’agricoltura dovrebbe assumere un ruolo sempre più importante: dopo la “Fabbrica fordista“ della catena di montaggio e dello sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, la possiamo definire come la nuova “Fabbrica sostenibile”, la quale produce solo materia prima rinnovabile, cioè che cresce dalla terra, sia per quanto riguarda i prodotti agro-alimentari, sia per quanto riguarda la materia prima rinnovabile da trasformare e utilizzare.
Il progetto tratta quindi del futuro dell’abitare, orientandosi sulle nuove “strategie di vita” che oggi stanno emergendo, diventando possibili e, per alcuni almeno, desiderabili. Strategie di vita che sono il risultato di forme di innovazione, più che tecnologiche, direi sociali e sistemiche. Sono queste forme di innovazione sociale e culturale che si collocano al centro dell’attenzione sul “nuovo” che emerge e sui futuri possibili che ne potrebbero derivare”.

È possibile fermare il bisogno dell'uomo di affidarsi alla tecnologia?
“Il discorso della tecnologia è un discorso relativo nel senso che essa deve essere considerata solo come uno strumento che faciliti dei processi. Ma questi processi avranno sempre bisogno di sane relazioni sociali tra individui perché solo da questi e dalle loro relazioni si produce Cultura; la tecnologia considerata fine a se stessa è solo un simulacro delle vanità di onnipotenza dell’uomo”.

- Più di 2 milioni di adulti italiani sono analfabeti totali, circa 15 milioni sono semianalfabeti, altri 15 milioni sono ai livelli minimi di capacità di comprensione e di calcolo, questi i dati presenti nel saggio di Tullio De Mauro sulla cultura italiana.  Se ne parla così poco e soprattutto si parla poco di quali siano le cause di tutto ciò. Ma, aldilà delle parole, da architetto come si può modificare questo paesaggio? Pensando dunque non solo ai futuri adulti, ai “nuovi” che vivranno e lavoreranno in  Italia, ma anche a questi adulti attuali? O in un mondo barbaro è meglio che vivano solo barbari?
“Credo che prima di tutto bisogna fare una premessa senza la quale non si capisce lo scenario in cui siamo immersi: il Mondo è cambiato e continua a cambiare rapidamente. La crisi economica che stiamo vivendo, quella che viene percepita soprattutto nei paesi occidentali come unico elemento di caratterizzazione dei nostri stili di vita, non è altro che il segno di questi cambiamenti. Fino ad oggi la ”cultura” occidentale con le sue categorie concettuali e non solo, è stata per noi l’unico paradigma per leggere e definire i fenomeni del mondo. Questo schema è saltato, oggi questo non è più possibile. I fenomeni del modo contemporaneo sono diventati più complessi, altre culture si affacciano e rivendicano la loro presenza. Tutto questo rapportato alla situazione del nostro Paese, fa emergere ancora di più la drammaticità della crisi che si sta manifestando.
Siamo un Paese dove fino ad oggi, anche rispetto ad altri Paesi occidentali, la “Cultura” è stata relegata in un ambito non significativo della emancipazione del Paese e del suo sviluppo anche economico, ad eccezione del fatto, se lo vogliamo considerare come tale, del fenomeno della scolarizzazione di massa, fenomeno che ha segnato il Paese e che già da diversi anni non è stata più capace di riformarsi, basta vedere le varie riforme della Scuola che si sono realizzate che invece di rafforzare il sistema formativo del nostro paese, lo ha quasi smantellato, con il risultato di trovarci incapaci a reagire al grande cambiamento in atto nel mondo. Abbiamo avuto (soprattutto negli ultimi anni) e abbiamo ancora una classe dirigente nazionale e locale miope e incapace di generare visioni in prospettiva, anzi ha ridotto la cultura a fenomeno da baraccone per fini meramente clientelari, così come ha fatto con tutto il resto.
Queste considerazioni sono alcune delle cause che fanno si che ci troviamo di fronte a situazioni che emergono anche quantitativamente dal saggio di De Mauro e che se non si inverte questa tendenza saremo condannati a divenire uno dei luoghi del sottosviluppo non solo in Europa.
Bisogna capire che per affrontare tale situazione non è facile e non può avvenire in poco  tempo, c’è bisogno soprattutto di una forte volontà politica per riformare la Scuola che deve diventare il crocevia delle espressioni culturali del nostro Paese nelle sue varie accezioni e che dia la possibilità soprattutto ai giovani di poter progettare e realizzare il proprio futuro. Un Paese che distrugge la Scuola non ha futuro, perciò se vogliamo avere voce, anche se piccola, nel prossimo futuro dobbiamo ri-costruire una Scuola che diventi il motore del rinnovamento del Paese.
Un altro aspetto fondamentale che bisogna considerare, poi, è il concetto di cittadinanza: la diffusione del nomadismo culturale, della mobilità di formazione e occupazionale sono fenomeni che stanno ridisegnando la mappa del Mondo, localizzando nuovi flussi di comunicazione e ambiti territoriali di riferimento; in questo contesto bisogna ripensare ad un nuovo concetto di cittadinanza, pensare l’altro come un’opportunità di crescita culturale e di risorsa che può e deve essere accolta”.

Già, caro amico, ma le parole sono stanche, bisognerebbe vedere il tuo volto e le tue mani. Inutile credere al tuo impegno e alle tue visioni se non ti si vede lavorare. Se non si vede lavorare gli uomini di buona volontà. “È un bello spettacolo”, mi disse una volta un signore che guardava in silenzio, da ore, un cantiere nel centro del suo paese.
“È un bello spettacolo vedere gli uomini lavorare… magari fanno danni invece di aggiustare ma a me piace vedere le braccia che faticano”.
Già, pensai, e se portassimo i nostri studenti all’aria aperta? A contemplare il lavoro. Forse si disperderebbero lo stesso, o, forse, vedere la fatica gli piacerebbe più del navigare nella rete libera e occulta che li… trascende. Chissà…

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Paolo De Falco
Paolo De Falco
Informazioni sull'autore

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47 anni, di origine pugliese. Attore e Regista di cinema e teatro. Musicista. Fin da molto giovane studia musica (classica e jazz) danza (clas. contemp. buto, tango) recitazione e mimo con diversi insegnanti. Si laurea a Roma in Storia del Teatro incontrando maestri come L. de Berardinis, P. Stein, C. Bene, C. Quartucci. P. Brook, J. Grotowsky e altri.  Continua la sua formazione nei paesi dell’est seguendo i corsi di Regia dell’Accademia Teatrale di Cracovia, collaborando con la Cricoteka e il Cricot 2  di T. Kantor e studiando inoltre arte a Varsavia, Vienna, Praga, Parigi. Fin da molto giovane (debutta a 21 anni con Il grande Blek di G. Piccioni) lavora anche come attore, prima nel cinema e poi in teatro.
Dal 1990 comincia la sua attività di regista e performer fondando Grad zero nel ‘94 e  creando numerosi spettacoli e performance non solo in Italia.  Dirige diversi laboratori-residenze-rassegne- festival, che si muovono al confine tra i vari linguaggi creativi, recuperando e trasformando luoghi abbandonati.
Realizza regie anche per altri gruppi (Sosta Palmizi, etc).Si occupa anche di pedagogia artistica. insegnando nelle scuole (realizza opere creative con i bambini), università, carceri, centri culturali.  Nel 2000 dopo alcuni video teatrali gira in Albania il suo primo corto, Il ponte, tratto da un racconto di F. Kafka e presentato in diversi Festival.  Nel 2005 dirige il suo primo film-documentario lungo, Stella Loca, interamente girato a Buenos Aires e presentato al Roma Film Festival, al Festival del cinema latino americano di Trieste e al Doc for sale di Amsterdam. Tra il 2006 e il 2010 realizza una serie di documentari in Argentina, Cile e Brasile sull’emigrazione italiana che confluiscono nell’Archivio liquido dell’identità, di cui è direttore artistico. E anche due film: Leonardo in concorso al 26° Torino Film Festival, a Bif&st  Bari 2009 e a Docucity  Milano 2012 (Menzione speciale); Via Appia in concorso al 28° Torino Film Festival. Fuori concorso Panorama Bif&st Bari 2011. Evento speciale fuori concorso XII Festival del Cinema Europeo di Lecce.  In concorso a ViaEmiliadocfest 2011. Rassegna Fata Morgana C.A.M.S. di Cosenza 2011. In concorso per la fase finale del Doc/it Professional Award, premio attribuito dalla categoria professionale al miglior documentario dell’anno.  
Paolo De Falco è inoltre musicista. Ha fatto parte dei Fools (inseriti in una compilation dei migliori gruppi rock italiani-1993-94) e dei M.T.U. (2000).  Ha composto per diversi coreografi: R. Mazzotta, A.P. Bacalov, F. Scavetta etc. Ha scritto Anche i pesci balleranno un libro-diario sul suo lavoro teatrale per i tipi di Argo Editrice (1999).

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