Lo scorso 8 dicembre si è spento all’età di 65 anni Giorgio Mariani, ex attaccante di Fiorentina, Napoli, Inter e Cesena. Il pm torinese Raffaele Guariniello sta esaminando il caso: un altro capitolo di quel doping sperimentale che ha causato tanti decessi nelle generazioni di giocatori degli anni Sessanta e Settanta?

Non aveva l’istrionismo e la sensibilità di un Gigi Meroni. Non ne ha condiviso lo stesso tragico, beffardo destino. Ma qualcosa in comune c’era. Soprattutto se si pensa che dalle parti di Modena e Firenze di Giorgio Mariani si ricordano ancora in tanti. Era un attaccante moderno, quando ancora il calcio parlava il linguaggio delle ali, del “palla lunga e pedalare”, delle difese chiuse e contropiede.

Giorgio Mariani, il George Best italiano
Con quei capelli lunghi, quel passo travolgente e quell’anticonformismo che gli faceva dire «mai stato di sinistra, io», Giorgio Mariani un tocco dell’imprevedibilità di George Best l’aveva eccome. Nato a Sassuolo nel 1946, proprio nella squadra modenese inizia la carriera da professionista, che lo porta nel 1961 alla Fiorentina. La società toscana lo vede ancora acerbo e lo manda a fare esperienza tra Cosenza e Ascoli. Torna a Firenze nel 1968, giusto in tempo per festeggiare dalla panchina lo scudetto dei Viola. Sono gli anni della cosiddetta “Fiorentina Ye-Ye”, di giovani promettenti come De Sisti, Brizi, Rogora, Superchi, Ferrante, Esposito, Rizzo, Amarildo, Chiarugi, messi in campo dal “Petisso” Bruno Pesaola, uno da difesa impenetrabile, sigaretta perenne tra le labbra e sempre lo stesso cappotto di cammello perché porta fortuna. Calcio d’altri tempi, insomma. Mariani stesso fuma e macina chilometri, «così», dichiara vantandosene, «almeno in una cosa sono identico al mio modello: Gigi Riva. Lui però è un fenomeno, arriva a centoventi sigarette…».
mariani02Nel 1971-1972 Mariani viene ceduto al Verona in cambio di Sergio Clerici. Contribuisce alla salvezza della compagine veneta con 6 gol, tre dei quali realizzati nella stessa partita, il 26 marzo 1972 contro la Sampdoria. Una tripletta significativa perché alla fine del primo tempo il punteggio era di 0-1 per i blucerchiati. Nel 1972-1973 un altro trasferimento, quello al Napoli. Rimane nei cuori dei tifosi azzurri, seppure giochi un solo anno e poi vada ancora più a Sud, al Palermo. Neanche il tempo di deliziare con qualche dribbling gli amanti siciliani del bel calcio che Helenio Herrera lo vuole all’Inter, come “spalla” di Roberto Boninsegna. Una coppia micidiale, supportata dal rigore tradizionalista di Sandro Mazzola. Dal 1975 al 1977 gioca a Cesena, dove disputa due stagioni esaltanti. I romagnoli, guidati da Pippo Marchioro, si qualificano per la Coppa Uefa e al primo turno incontrano il Magdeburg, pezzo di storia del calcio della Ddr, la Germania del’Est. All’andata è un sonoro 3-0 per i tedeschi; al ritorno i bianconeri sfiorano l’impresa: sono sul 2-0 grazie alle reti di Mariani e Macchi. Ma Jurgen Sparwasser distrugge i sogni di gloria con la rete del 2-1. La partita finisce 3-1 con il gol conclusivo di Pepe. E vede Mariani infuriato contro Sparwasser: lo colpisce con un pugno e viene espulso. Un temperamento niente male, specie se davanti hai uno dei giocatori più importanti del calcio europeo di quegli anni, quello che nel 1974 aveva siglato la storica, decisiva rete dell’1-0 della Germania Est contro la Germania Ovest. Il muro crolla ben prima del 1989, su un rettangolo verde.
Nel 1977-1978 Mariani si trasferisce al Varese in serie B per quella che sarà la sua ultima stagione nel calcio professionistico prima di scendere di categoria e tornare a giocare a Sassuolo in D, fino al ritiro dall’attività agonistica.

L’ombra del sospetto
La morte di Giorgio Mariani è causata da un tumore e ridesta antichi sospetti proprio alla luce del suo passato calcistico. Quella Fiorentina scudettata di fine anni Sessanta era composta da tanti giocatori scomparsi in modi drammatici. Ugo Ferrante gioca a Firenze dal 1963 al 1972: nel 2004, a 59 anni, muore per un tumore alle tonsille. Mario Sforzi nella Fiorentina ci fa le giovanili: nel 2004 muore per un linfoma. Nello Saltutti è un attaccante che nella Fiorentina milita dal 1972 al 1975: nel 2003 muore a 56 anni a causa di un infarto. Decesso sul quale il Nucleo anti-sofisticazione dei carabinieri di Firenze apre un corposo fascicolo, perché la sua morte si associa a quelle di altri calciatori a cui sarebbero stati somministrati farmaci non idonei. In un’intervista all’Avvenire, Saltutti dichiara: «Ci riempivano di Micoren [potente cardiotonico che stimola il sistema nervoso centrale ndr], un farmaco che tanto bene non faceva visto che nel 1985 l’hanno tolto dal commercio. Prima della partita c’era sempre un “caffè speciale” che non si sapeva di cosa fosse fatto, ma in campo ci faceva andare il doppio degli altri. Sul tavolino fuori dello spogliatoio trovavamo sempre i flaconi delle pillole, le boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà.» Il calcio sta cambiando, diventa veloce e fisico. Il potere contrattuale dei calciatori è nullo rispetto a oggi e soprattutto non ci sono i controlli. Insomma, la sperimentazione è continua. La lista delle vittime è lunga e fa impressione. Adriano Lombardi muore nel 2007 a 62 anni dopo otto anni di sofferenze e di lotta contro la Sla, sclerosi laterale amiotrofica. Il cosiddetto morbo di Lou Gehrig: una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso, che colpisce selettivamente i neuroni di moto, sia centrali sia periferici, a livello del tronco encefalico e del midollo spinale. La stessa malattia che nel 2002 fa morire Gianluca Signorini – storica bandiera del Genoa – e nel 2004 Lauro Minghelli, centrocampista di Torino e Arezzo. A soli 31 anni, è il caso di morte per Sla più prematura. Oggi è Stefano Borgonovo, ex attaccante di Como, Milan e Fiorentina, il simbolo della lotta a questo male. Dal 2008 combatte la Sla con la Fondazione Stefano Borgonovo, sostenendo la ricerca per vincere la sclerosi.

Altra vittima di una strana morte è Massimo Mattolini, portiere di quella Fiorentina e dal 1978 al 1982 tra i pali del Catanzaro di Palanca, Ranieri e Improta. Nel 1990 Mattolini si ammala gravemente di insufficienza renale; nel 2000 si sottopone ad un trapianto di reni. L’ex calciatore ammette di aver fatto uso di Cortex, altro farmaco a base di corteccia surrenale che aiuta a recuperare più in fretta dalla fatica. Sono lì i prodromi di leucemie e lesioni cerebrali? Giovanni Galeone, che in quegli anni gioca e allena tante squadre tra la Serie A e la B, provoca scalpore quando in un’intervista ammette che «con tutti i prodotti che ho assunto a vent’anni oggi devo sentirmi contento di essere vivo. Nell’Udinese mi davano il Micoren per rompere il fiato, il Cortex e il Norden per recuperare, poi il Sustanol, tutte cose oggi vietate. Le prendevo come fosse acqua minerale.» Proprio di leucemia muore il 16 dicembre 1987 Bruno Beatrice, centrocampista della Fiorentina tra il 1973 e il 1976. Le dichiarazioni della moglie Gabriella sono sconvolgenti: «È morto con la schiuma alla bocca, lividi sul corpo, piaghe dappertutto. Era diventato l’ombra del calciatore che era stato. L’unica cosa che gli era rimasta di quegli anni erano i tre buchini viola sul braccio sinistro, che non gli erano mai andati via.» Sono le parole della vedova Beatrice a far avviare nel 2005 un’indagine della procura di Firenze. Nel giugno del 2008 il procedimento si conclude, ipotizzando il reato di omicidio preterintenzionale per l’allenatore Carlo Mazzone e un suo uomo di fiducia, Ivo Micucci. Secondo i Nas, infatti, Mazzone avrebbe avocato a sé la gestione delle terapie per Bruno Beatrice sottraendole allo staff medico della Fiorentina. Nello specifico, il riferimento è una cura intensiva di raggi Roentgen, a cui Beatrice fu sottoposto nel 1976 per riprendersi dai postumi di una pubalgia. Secondo i carabinieri, sarebbe stato lo stesso Mazzone, in accordo con Micucci, a decidere di far curare Beatrice con i raggi Roentgen per ottenere un recupero più rapido, contrariamente a quanto prescritto al giocatore dal medico sociale della squadra. Nel 2009 il caso viene archiviato: a giudizio della Procura, a carico di Mazzone, Micucci, Bruno Calandriello (all’epoca consulente della Fiorentina), Renzo Berzi (radiologo) e altri due medici, sono stati raccolti seri indizi di colpevolezza, ma gli indagati non sono più punibili perché l’omicidio preterintenzionale si prescrive in 18 anni, mentre dalla morte di Beatrice ne sono trascorsi più di 20.

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Una beffa, come la sclerosi che colpisce Giorgio Rognoni, centrocampista che nel 1983, a 37 anni, smette di giocare; un anno dopo si ammala e nel 1986, a 40 anni, muore. Carlo Petrini invece è affetto da una grave forma di glaucoma, malattia che secondo i chirurghi che l’hanno operato nel corso degli anni, potrebbe essere correlata all’assunzione di tanti farmaci dopanti e non, avvenuta durante la carriera di calciatore; come potrebbe esserlo una malattia ancor più grave sopraggiunta negli ultimi anni. L’impegno civile di Petrini – squalificato per tre anni e sei mesi nel 1980 perché ritenuto uno dei giocatori responsabili dello scandalo del calcio scommesse – è emerso nella sua autobiografia, Nel fango del dio pallone (Kaos Edizioni). L’ex attaccante di Genoa, Milan, Torino e Catanzaro denuncia il doping dilagante degli anni Sessanta e Settanta, la complicità dei medici sportivi, le partite decise in anticipo dalle stesse società, i pagamenti in nero. Destino comune a quello di Gianluca “Gil” De Ponti, attaccante fiorentino colpito da un tumore, che dal 2000 inizia una battaglia contro gli errori dei medici e le sostanze fatte assumere ad insaputa degli atleti. In un’intervista shock De Ponti rivela: «Prendevamo di tutto a quei tempi. C’era a disposizione un sacco di Micoren, lo prendevamo tutti… Era un farmaco consentito e ci dicevano che aiutava a smaltire la fatica. Facevamo le iniezioni di antinfiammatori, poi ci davano i ricostituenti, una puntura al giorno, chissà cosa c’era dentro… Quando avevi la pubalgia ti infilavano un ago lungo così sotto i testicoli: si cura ancora in questo modo la pubalgia? A casa ho una decina di foto di squadre, piene di morti. Ho una foto del Cesena che ha più croci del cimitero di Campiombi. Alcuni portati via da un infarto, altri dalla leucemia, altri ancora dal cancro. Io sono uno di quelli fortunati.» Tra i “fortunati” ci sono anche Mimmo Caso, uscito da un tumore al fegato; Giancarlo Antognoni, vicino alla morte nel 2004 per un’improvvisa crisi cardiaca; Aldo Agroppi, colpito da infarto lo scorso 16 novembre.

Le indagini del pm di Torino Raffaele Guariniello
Episodi come questi fanno scattare il procuratore Raffaele Guariniello, titolare di un’indagine sulle presunte morti sospette nella Fiorentina degli anni Settanta e protagonista di molte inchieste sulle connessioni tra sport e doping, soprattutto per gli atleti deceduti prematuramente a causa del morbo di Lou Gehrig. Sentito da Il Fatto Quotidiano in merito alla scomparsa di Giorgio Mariani, Guariniello ha dichiarato: «Stiamo esaminando anche il suo caso, non posso entrare nel merito. Si tratta comunque di patologie multifattoriali, prima di esprimere una valutazione occorre fare un’indagine accurata. In questi casi, acquisiamo la documentazione sanitaria e poi cerchiamo di ricostruire la storia professionale e non solo della singola persona. Non è come il mesotelioma, che colpisce il lavoratore dell’amianto: il collegamento in questi casi è diretto e pressoché certo. Bisogna fare attenzione e indagare a fondo sulle possibili cause della malattia. Il problema dell’uso di farmaci nel mondo del calcio è diventato molto sentito, ma non è ancora del tutto affrontato in maniera adeguata. Bisogna fare molto di più sul piano della vigilanza.» Resta difficile accertare responsabilità pregresse, anche perché il calcio di quegli anni ha scarse conoscenze mediche e zero regole. Rimangono le inchieste della magistratura, i ricordi di un calcio che non esiste più, i mille perché di familiari e amici delle vittime. Domande alle quali sarebbe doveroso il sistema calcio italiano, un giorno, desse delle rispose.

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