Il giorno 22 agosto, alle ore 19.08, il Sole ha fatto il suo ingresso nel Segno della Vergine. Misteriosa l’origine di questa figura zodiacale: nulla, nella disposizione delle stelle, suggerisce l’immagine d’una fanciulla, per di più alata. Forse questo personaggio umano è stato creato per sorreggere la spiga di grano che si era anticamente vista nella parte sud-est della futura costellazione della Vergine, quella parte che i Babilonesi chiamavano Ki-Hal, spiga, per l’appunto. E questa antica spiga venne poi posta nella mano sinistra di una fanciulla che fu chiamata, in greco, parthènos, vergine. E non va dimenticato che la festa cristiana della natività di Maria Vergine cade l’8 settembre, proprio sotto il Segno della Vergine.

Ma venendo ai miti che sottendono il Segno, ci si deve rifare alle Grandi Madri, figure della religiosità mediterranea: Demetra, Iside, Cibele, Astarte, Atargatis. E’ la Grande Dea, la Potnia, la Signora. Demetra, la Madre Terra, strettamente unita, nel culto, alla figlia Persefone, detta anche Kore. Sono, madre e figlia, “le Dee” per eccellenza.

Kore è il suo nome; e vuol dire ragazza, fanciulla, vergine. Padre le è il possente Zeus; e madre Demetra. E cresce felice, Kore, tra le ninfe, con altre vergini giovinette, figlie del suo stesso padre: Athena e Artemide. E poco o nulla, tutte, si curano del matrimonio. Non sognano un giovane fiorente che le porti lontano. Ma se Athena è destinata ad esser sempre parthénos, sempre vergine, e se sempre vittoriosamente difenderà Artemide la sua verginità, altra è la sorte di Kore. E’ suo zio Ade, signore degli inferi, fratello di Zeus, a concupirla avendola veduta, ad innamorarsi di lei. Ma nessuna dea o figlia di dea consentirebbe, se non costretta a forza, a vivere nell’Averno, per sempre lontana dalla luce del sole, bene supremo dei vivi e, quindi, a maggior ragione, di quei “vivi per l’eternità” che sono gli dèi. E allora…

Coglie tranquilla gigli o narcisi, Kore, nella ridente piana della sicula Enna. Ed ecco, all’improvviso, si apre la terra, e dalla voragine balza fuori sul suo cocchio dorato, trainato da immortali cavalli, Ade. Afferra rapido, il dio, alla vita la giovinetta e sparisce nel suo oscuro regno. Un disperato grido di Kore si perde nell’aria. Lo avverte, Demetra, e l’angoscia le stringe il cuore. Accorre, ma la figlia non c’è. E’ introvabile. Nove giorni e nove notti vaga Demetra, mater dolorosa, e non mangia né beve, non si bagna né s’abbiglia: erra per il mondo con una fiaccola accesa in ciascuna mano. Incontra, al decimo giorno, Ecate: anch’essa ha udito il grido ed ha pure visto il rapitore; ma non l’ha potuto riconoscere: il suo capo era oscurato dalle ombre della Notte. Ci vorrà Elios, il Sole che tutto vede, perché venga conosciuto l’autore del ratto.

Nella sua ira e nel suo dolore abdica, Demetra, alle sue funzioni divine; né più le avrebbe svolte, promette, finché sua figlia non le fosse stata resa. Ed ecco, la terra diviene sterile, l’ordine delle stagioni è sconvolto, il cibo scarseggia. Zeus è costretto ad intervenire presso Ade per il rilascio di Kore. Ma qualcosa di irreparabile è accaduto: ha accettato dal suo oscuro sposo, la fanciulla, un chicco di melagrana. . Ha mangiato il cibo dei morti: non può tornare. Ma si trova un compromesso: tre mesi trascorrerà Kore presso la madre, ogni anno; e il resto del tempo sarà col suo sposo con il nome di Persefone (portatrice di distruzione).

Vergine e poi sposa, Kore; madre, Demetra. Sempre vergine, Athena; sempre vergine Artemide. Madre, Era, che però riacquista la verginità immergendosi nella fonte di Canato. Misteri della Vergine. Virgo, in latino. Termine, invero, legato a vireo (verdeggio, sono vigoroso), a viridis (verde), a vir (uomo compiuto, eroe e non semplice homo), a virtus (virtù, valore); nonché a virga (verga, ramoscello, bacchetta e anche organo maschile). Vergine feconda che è pure madre. Mater-materia. Materia prima; incontaminata (macula non est in te), quindi vergine. Ricorda l’enigmatico alchimista Fulcanelli l’epistola della messa dell’Immacolata Concezione (l’8 dicembre): “Dall’inizio delle sue vie Iddio mi ha posseduta, dal principio dei tempi, prima di ogni opera sua… Ancora egli non aveva fatto la terra e i fiumi, né i primi elementi dell’orbe terrestre. Quando disponeva i cieli io ero presente, quando tracciava con legge inviolabile un cerchio sull’abisso; quando in alto dava consistenza alle nubi, quando regolava le fonti delle acque; quando egli assegnava al mare il suo confine e dava leggi alle acque perché non ne superassero le sponde; quando fissava le fondamenta della terra. Io ero con lui come artefice di ogni cosa…” (Proverbi, 8, 22-30). Si allude qui alla Sapienza divina, creatrice dell’universo. Quella sapienza che poi è il Verbo, la persona del Figlio. E chi, tra l’altro, è detta Sedes Sapientiae, sede della Sapienza, se non Maria, Vergine santissima?

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