Una donna in fuga e un uomo in fuga, ma in epoche diverse. Sono madre e figlio. L’una fugge dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, dall’avanzata delle truppe sovietiche, da un campo di concentramento dove non è stata vittima ma carnefice, un destino dettato dall’ignoranza e dal caso, più che dalla crudeltà.

L’altro scappa più di trent’anni dopo, da un attentato che ha scelto di non commettere, da una Buenos Aires che vacilla tra dittature e svalutazioni, dove tutti all’improvviso sono diventati nemici.

 

Lei scappa con venti chili di denti d’oro cuciti nel suo pastrano, che i soldati tedeschi hanno strappato dalla bocca di ebrei morti e che lei ha rubato dal deposito del campo per assicurarsi il denaro necessario alla fuga. Oltre all’oro, ruba anche il passaporto di una donna ebrea uccisa, una nuova identità che le rimarrà appiccicata addosso per tutta la vita, nonostante il suo disprezzo per il popolo eletto. Lui, il figlio, penserà per tutta la sua esistenza di essere ebreo, senza scoprire mai di essere il frutto di una violenza carnale, senza immaginare che per sua madre, austriaca aguzzina e non ebrea polacca, rappresenta la punizione per tutte le colpe che deve espiare. Anche lui avrà in tasca un passaporto falso, anche lui sarà condannato a vivere diverse vite, tutte solitarie, in diversi paesi, al di là e al di qua dell’Atlantico, con ricordi che a volte riaffiorano come spezzoni di tanti film diversi, ma senza nessun lieto fine.

Sono vite ai margini quelle di Therese e Federico, vite comuni e al tempo stesso eccezionali, che attraversano gli orrori del XX secolo, vite di sopravvissuti, senza una storia personale certa, perché sopraffatte dalla Storia. Vite in cui il lettore fatica a immedesimarsi, vite senza nessuna empatia, difficili da condannare, ma altrettanto difficili da accettare o comprendere.

Il titolo originale del libro è Lejos de dónde, “Lontano da dove”, in omaggio alla storiella del ragazzo ebreo che decide di lasciare il suo misero villaggio natale e che risponde alla madre piangente che gli chiede “Figlio mio perché te ne vai così lontano?” “Lontano? Lontano da dove?”.

Il più brutto titolo italiano, invece, allude a un incontro casuale che avviene nell’ultimo capitolo del libro: ancora due solitudini che si sfiorano, si annusano, si fondono per un istante, ma non hanno il tempo né la possibilità di capire quanto hanno in comune. Perché è ora di andare a dormire, perché c’è un treno che sta per partire e che porterà Federico ancora lontano.

 

Edgardo Cozarinsky è nato a Buenos Aires nel 1939 ed è vissuto in esilio a Parigi durante gi anni della dittatura argentina; allievo di Borges e Bioy Casares, è regista e saggista oltre che romanziere. Ultimo incontro a Dresda è il suo primo romanzo tradotto in italiano.

 

 

Ultimo incontro a Dresda
Edgardo Cozarinsky
Guanda 2012, pp. 149, 14,50 euro.

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