I terroristi di al Qaeda in Siria sono riusciti laddove per due anni e mezzo le truppe siriane di Bashar al Assad e le milizie alleate di Hezbollah libanesi non hanno avuto successo: sconfiggere i ribelli e mettere sull’orlo del fallimento l’Esercito siriano libero dell’opposizione.

L’attacco sferrato la scorsa settimana contro la sede del comando dell’Esercito libero a Bab al Hawa, in territorio siriano lungo il valico che divide il paese dalla Turchia, ha messo in fuga il leader dei ribelli, il generale Salim Idriss, che per giorni era considerato riparato in Qatar e poi in Turchia, così come ha spinto altri generali a chiedere asilo politico in Europa. Gli uomini del Fronte di Salvezza, gruppo islamico vicino ad al Qaeda, sono riusciti ad assaltare la sede del gruppo e mettere le mani sul loro arsenale di armi. Questo ha provocato l’immediato stop dell’invio di approvvigionamento di armi e di attrezzature dei paesi Occidentali, per timore che possano finire nelle mani di al Qaeda, provocando un’ulteriore crisi in quello che doveva essere l’esercito dell’opposizione e che ora controlla solo una parte del nord della Siria.

Questa situazione ha spinto persino gli Stati Uniti ad annunciare la propria disponibilità ad incontrare i rappresentanti delle formazioni islamiche, dovendo in vista della Conferenza di pace denominata Ginevra 2, dialogare con tutta l’opposizione che conta. Alla riunione, fissata per il 17 dicembre a Istanbul, i capi islamici non si sono presentati e l’ambasciatore John Ford ha potuto incontrare solo i capi dell’Esercito libero, i quali si sono lamentati per l’interruzione di rifornimenti di armi e munizioni. Questa situazione non fa che avvantaggiare i gruppi islamici, i cui rifornimenti dai ricchi paesi del Golfo proseguono senza sosta. Nonostante i continui tentativi di inglobare le formazioni salafite e jihadiste nelle fila dell’opposizione, l’Esercito libero ha subito i suoi colpi più duri proprio dalle milizie islamiche.

La strategia di al Qaeda è stata quella non solo di allargare la propria influenza controllando ampie fette della Siria, ma anche quella di eseguire attentati mirati contro i vertici della formazione armata ufficiale dei ribelli. Nel primo anno della crisi siriana il maggiore dell’esercito siriano Hussein Harmush, è stato rapito mentre si trovava in Turchia. Durante il sequestro, che in un primo momento si pensava fosse stata opera dei servizi segreti di Assad, è stato torturato in modo violento rimanendo invalido. Si trattava invece solo del primo di una serie di sequestri e di omicidi mirati compiuti dai gruppi islamici ai danni dei vertici dell’Esercito libero. Il secondo colpo, tra i più duri inferti ai ribelli considerati moderati dall’Occidente, è stato messo a segno ai danni di Riad al Asad, allora leader dell’Esercito libero. Come Harmush, si trattava dell’ufficiale con il grado più alto dell’esercito siriano ad aver defezionato abbandonando il regime di Damasco. E’ considerato anche il fondatore dell’Esercito libero. E’ sfuggito ad un tentato omicidio messo a segno in territorio siriano dalle milizie islamiche dal quale però è uscito gravemente ferito.

I miliziani islamici hanno infine colpito anche altri capi locali ribelli come Abdel Qader Saleh, capo dei ribelli di Aleppo, Yaser al Abud, capo dei  ribelli di Deraa nel sud, Thair Waqqas, capo delle brigate al Faruq e Kamal  Hamami, noto col nome di battaglia di Abu Basel, ucciso dai jihadisti dello  Stato islamico di Iraq e Siria alla periferia di Latakia. E’ per questo  forse che, al momento dell’attacco dei miliziani islamici alla sede del  comando militare dei ribelli a Bab al Hawa, il capo dell’Esercito libero,  Idriss, si è dato alla fuga temendo di finire vittima del fuoco delle  milizie islamiche. Per questo, secondo la stampa araba, la Coalizione  nazionale siriana dell’opposizione sta cercando di garantirsi centinaia di  milioni di dollari per finanziare un piano per la costituzione di una sorta  di ministero della Difesa che raggruppi tutti i ribelli che combattono contro il regime del presidente Assad.

Il tempo che resta prima del 22 gennaio, data di convocazione della conferenza di  pace Ginevra 2, è ormai poco e le diplomazie occidentali non credono che i  ribelli possano ribaltare in pochi giorni al situazione sul campo, che vede  le truppe di Damasco in vantaggio approfittando delle divisioni sorte tra i  ribelli. Per questo i paesi occidentali avrebbero comunicato riservatamente  all’opposizione siriana che la conferenza Ginevra 2 “potrebbe non portare  necessariamente ad un’uscita di scena del presidente siriano”. Lo rivelano  fonti dell’opposizione siriana al quotidiano arabo “al Hayat”. I leader dei  ribelli siriani avrebbero ricevuto un messaggio secondo il quale le  trattative di pace che si terranno il prossimo mese potrebbero non portare  all’uscita di scena del presidente Assad e che la minoranza alawita del  paese, alla quale appartiene lo stesso Assad, rimarrà parte essenziale di  qualsiasi governo di transizione. Secondo le stesse fonti, questo messaggio  è stato recapitato a esponenti di punta della Coalizione nazionale durante  una riunione dei paesi amici della Siria tenuta la settimana scorsa a  Londra. Le motivazioni date dagli occidentali a questa svolta sarebbero da  attribuire alla crescente influenza di al Qaeda e delle milizie islamiste.  E’ proprio approfittando di questa debolezza dei ribelli che le truppe di  Damasco stanno tentando di riconquistare tutta la zona di Aleppo, seconda  città del paese, arrivando così alla conferenza di Ginevra 2 rafforzati.

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