Che cos’è lo scandalo?
Un atto di meraviglia? Un’esplosione di pudore tanto prorompente quanto “contratta”?  Un fastidio al quale si sente che non c’è un rimedio, neanche il tempo?

Difficile, di questi tempi, riconoscere che qualcosa è in grado ancora di scandalizzarci.
Il grande blob ci ha disarmato, rendendoci non solo degli spettatori senza anima, ma lasciandoci perfino godere delle brutte assurdità del mondo. Come se riderne potesse davvero neutralizzarle, essere un rimedio efficace.
La vita senza humour, senza ironia, non solo non conoscerebbe l’imprescindibile leggerezza che tanto ci seduce, ma sarebbe forse inutile. Lo humour, come l’intuito e l’immaginazione, scriveva qualcuno, è una delle qualità metafisiche dell’uomo necessarie per la sua sopravvivenza. Una qualità, aggiungo, che sovverte lo stato delle cose con la velocità delle luce, donandoci un’apertura senza la quale vivere sarebbe come non vivere.
Però, io mi sono stancato di ridere delle assurdità di questo mondo-paese.
O meglio, mi sono stancato di Crozza e di Blob, appunto. Intorno a Crozza, seguendo il suo innegabile talento, siamo diventati ancora più miseri e inconsistenti. Il meccanismo è semplice e sempre lo stesso: lo spettacolo delle assurdità e degli “assurdi”, delle loro “patologie”, levato alla realtà ordinaria, quotidiana, diventa altra cosa. Si sospende e si astrae, si leva dalla fatica e ci leva dalla fatica. Trasformando la nostra rabbia e delusione, la nostra amarezza, in una strana disponibilità.
Mi chiedo se non si tratta della disponibilità a fuggire, liberandoci dal peso di dover essere più “attivi” nei confronti delle patologie?
Accettare il mondo è importante. Accettare la sua assurdità come la sua bellezza. Ma c’è accettazione e accettazione. C’è forse un’accettazione attiva e una passiva. Un’accettazione che stimola al cambiamento, solo a prima vista in modo paradossale (del resto il concepire paradossi è un’altra delle qualità metafisiche dell’uomo) e un’accettazione che blocca il cambiamento.
Come riconoscerle, in noi, ancor prima che negli altri?

Spesso ho sentito reclamare la “necessità” della satira. Di fronte agli attacchi del potere, il popolo di “sinistra”, in questi anni, ha sollevato la questione. Eppure, mi permetto di domandare, riprendendo il discorso sviluppato da Paolo De Cesare nell’ultimo articolo, è più importante la satira o la prevenzione?
La satira è necessaria, termine caro agli anni settanta, (forse sarebbe più chiaro dire: profondamente utile), se essa è simbolica o evocativa, a mio parere.  O “costruttiva”. Cerco di spiegarmi: la satira funziona, liberando anche dalla realtà (che è non solo legittimo ma anche naturale volersi allontanare dal “peso” del reale) se essa  costruisce un immaginario. Se “copiando” le patologie o amplificandole, apre degli squarci, portandoci in altri luoghi e altri tempi. In modo preciso. Preciso quanto libero, appunto. La contraddizione tra i due termini, infatti, non si pone, specie nell’espressione creativa o nelle faccende di humour: quanto più la battuta o la drammaturgia è netta, tanto più produce un cortocircuito, un arresto improvviso di direzione, l’infinità possibilità del buio. L’ampliamento della percezione.

Facciamo un esempio concreto e facciamolo con Crozza, l’eroe nazionale.
Quando Crozza interpreta Napolitano e si siede dietro alla scrivania, protetto dai corazzieri, egli ci porta d’improvviso nelle stanze segrete del Presidente. Il fatto che Napolitano passi il “setaccio” di Totò, e Crozza si muova con una strana personalità fisica e verbale che ricorda il Principe pur senza esagerare, senza imitarlo, il fatto, cioè, che il Presidente diventi così familiare attraverso l’intimità che noi abbiamo con Totò, ci aiuta non solo ad immergerci nella sua stanza ma a considerarlo nella sua dimensione più naturale, levandogli quella maschera che abitualmente ci allontana da lui.
Siamo, dunque, nella sua stanza e la sua vestaglia, la sua colazione, ci fanno sorridere perché ci liberano. Vediamo ciò che temiamo, accettando che esse sono simili alle nostre… colazioni e vestaglie. Vediamo, forse, nel Presidente, nostro padre o un nostro zio o qualcuno che abbiamo conosciuto. O magari noi stessi.
Ora, aldilà della bravura di Crozza, dell’efficacia delle sue battute, è la situazione che è fertile.
Con soltanto una scrivania… siamo altrove. E la scena ci accoglie insieme voyeristicamente e frontalmente. Ci ferma lo sguardo come fosse una barricata, accettando quindi la nostra presenza ma in quanto attiva, in quanto gli riconosce e gli chiede di prendere una “posizione”. Del resto c’è una narrazione e una vera narrazione non è possibile senza il “lavoro” dello spettatore.

Grotowsky diceva che per fare teatro basta che ci sia un attore e uno spettatore, radunati in uno stesso luogo.
Certo, ma questa elementarietà, forse, oggi non basta. Il discorso è complesso e a me stesso non del tutto chiaro. Ci sono varie ragioni che mi fanno pensare che oggi il teatro necessita di un “aiuto”, di qualcosa che aiuti l’uomo a dimenticare se stesso e insieme gli ricordi chi è: questo aiuto è la scrivania.
Ora, una di queste ragioni, che mi fanno desiderare la “scrivania”, è che mi sembra che l’uomo si sia messo troppo al centro, diventando lui… la scena.
Dimenticando, dunque, il potere della scena, dello spazio, della scrivania.
Un teatro vitale, però, ha bisogno di un uomo capace e disponibile a fare, ancora, da tramite tra gli uomini e lo spazio. Visibile o invisibile che sia questo… spazio.
Il talento umano potrà commuoverci e sorprenderci, suscitarci ammirazione e riconoscenza ma il contatto con la scena ci dona l’ubiquità, ci fa viaggiare, ci rende lucidamente folli, ci nutre di un’energia superiore (che finisce nell’inconscio), in grado di scioglierci e sciogliersi in maniera fertile.

Insomma con la scrivania Crozza non diventa tanto Napolitano ma ci porta lì dove egli vive. O non vive. Ricordo una puntata in cui il comico, nel fare lo sketch, rimase maggiormente in silenzio e poi, mi pare, chiese al corazziere di portargli le pantofole. In quel silenzio e in quella semplice azione di mettere delle pantofole buffe, sotto la scrivania, in quella strana intimità, risi veramente e mi abbandonai.
L’intimità e l’estraneità coincidevano e ancora oggi, ricordando quella scena, penso con più “sollievo”, più distacco, all’assurdità del potere. A come i Presidenti si mettono le pantofole o… le desiderano. Mi venne in mente, poi, una novella di Pirandello, La carriola, che vi suggerisco di leggere. Ci troverete lo stesso cortocircuito, la stessa strana coincidenza di intimità ed estraneità, la stessa follia liberatrice.

Si potrà obiettare che io parlo di teatro o di letteratura ma quella che Crozza fa è televisione.
Certo, eppure la televisione si è prima mangiata il teatro (e poi il cinema) ma ora, in questo suo ripetersi ossessivo, in questa sua bulimia, ogni tanto “necessariamente” esplode. E così può liberarsi da se stessa. Quando infatti negli studi televisivi (magari per qualche errore tecnico) irrompe il silenzio, non ci sentiamo improvvisamente guardati dalla scena? Non sentiamo uno strano fastidio? Non ci viene, perfino, da temere qualcosa?

Il teatro non morirà, diceva sempre Pirandello, ma continuerà nella vita. Ha profetizzato, anzi visto molte cose, Pirandello: più di quanto abbia previsto Pasolini o altri intellettuali.
Ma se ho scritto della “scrivania” non è per omaggiarlo ma solo per cercare di trovare del conforto alle finte risate di questi anni. Al fastidio imprescindibile, allo scandalo che ho provato nel sentire le parole di Calderoli, in questi tristi giorni.

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