Le falsità scritte nell’articolo diffamatorio sono un insulto al giornalismo e alla libertà di stampa. Qualunque studente di giurisprudenza che abbia superato l’esame di diritto civile sa cosa fa un giudice tutelare e dunque per informare correttamente sarebbe bastato chiedere anche al bidello dell’Università (che non ha superato l’esame ma a forza di sentir parlare di diritto civile lo sa anche lui). Il fatto che all’epoca nessuno si sia preoccupato di verificare cosa dicesse il provvedimento del giudice, e che oggi nessuno dei presunti giornalisti e commentatori si preoccupi di leggere le sentenze di condanna (e per giunta le motivazioni della decisione della Cassazione ancora non sono depositate), dimostra che l’obiettivo non era fare informazione ma cogliere l’occasione per denigrare un magistrato allo scopo di manipolare l’opinione pubblica inducendola a ritenere, più in generale, che la magistratura è formata da una banda di pazzi e che dunque quando accusa l’imprenditore-lenone-unto-dal-Signore di qualche reato sta commettendo l’ennesima ingiustizia. Solo per questo i 14 mesi di carcere sarebbero meritati e la pena dovrebbe essere applicata anche a chi commenta senza sapere ciò che dice. In ultima analisi vale anche la pena di ricordare che in quasi tutti i Paesi democratici del mondo la diffamazione a mezzo stampa, quando raggiunge questa gravità ed è connotata da un così elevato disprezzo per la verità, viene punita con la reclusione. Perfino negli Stati Uniti, perfino nella civilissima Svezia.

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