Spendono poco le aziende italiane in efficienza energetica. Gli interventi finalizzati a ridurre e a ottimizzare i consumi rappresentano dei costi che la maggior parte degli imprenditori, per lo meno fino ad oggi, non inseriscono affatto nel loro bilancio perché considerano incomprimibili. Una specie di tassa. Questo vale soprattutto per le piccole e medie imprese che rappresentano circa il 90% del totale delle aziende.
Per loro anche un semplice intervento per rendere più efficiente l’impianto di illuminazione o di riscaldamento, pari a una spesa di circa 30mila euro, diventa un costo insostenibile reso ancor più proibitivo dalla difficoltà di accesso al credito e, in generale, di reperimento liquidità. Secondo uno studio di Kelton Research solo il 26% delle società considera l’energia elettrica una chiave per ridurre i costi aziendali, e meno della metà (47%) ha considerato le spese relative all’elettricità nella propria pianificazione del budget legato all’It, l’Information Technology, ossia all’utilizzo di technologie informatiche. L’89% valuta i costi energetici solo in fase di acquisto, mentre solo il 50% misura costi diretti e indiretti di ciascuna tipologia di consumo prima di procedere al suo dispiegamento.
“Uno dei freni principali per le aziende – spiega Chiara Voltan, responsabile area efficienza energetica di Ambiente Italia, società di consulenza ambientale – è data dalla loro consapevolezza. La maggior parte, infatti, è convinta di stare già facendo il massimo per ridurre i consumi”.

 

Gli energy manager: utili ma rari
Una misura di quanto le nostre aziende siano poco propense a spendere in efficienza energetica può essere data dalla presenza degli energy manager negli stabilimenti aziendali dell’area: sono figure professionali istituite dalla legge 10 del 1991 che hanno il compito di guidare le imprese nella scelta degli investimenti da fare per migliorare la propria efficienza energetica ed ottimizzare i consumi. Su un totale di oltre 9,4 milioni di aziende attive in Italia hanno scelto di dotarsi di un energy manager solo 2.123 pari allo 0,02%. In pratica solo in un’azienda su 4.400 c’è un professionista che spinge l’impresa verso l’efficienza energetica.“Negli ultimi tre anni – spiega Dario Di Santo, direttore del Fire, la federazione nazionale degli energy manager – stiamo registrando una maggiore sensibilità delle aziende sul tema energia soprattutto a causa della crisi e del progressivo innalzamento del costo del petrolio che rendono necessario il riuscire a comprimere i costi legati ai consumi energetici. Ma per risparmiare sui consumi non è necessario fare degli investimenti. Spesso basta semplicemente contenere gli sprechi che, di norma, rappresentano il 30% dei consumi”.
Secondo uno studio condotto da Confindustria, le aziende italiane hanno un potenziale di risparmio energetico di circa 5,2 miliardi di euro derivati dalle minori emissioni di Co2 in atmosfera. Per l’associazione degli industriali, inoltre, una corretta politica di incentivazione dell’efficienza energetica potrebbe produrre un impatto (potenziale) sull’economia di circa 238 miliardi di euro – dati dall’incremento del valore della produzione totale – e la creazione di 1,6 milioni di posti di lavoro (da qui al 2020).

 

L’affare dei certificati bianchi
Attualmente, però, uno studio del Fire, rivela come la metà delle aziende italiane ritenga che il sistema di incentivi pubblici esistenti non sia adeguato a spingere le aziende ad investire in efficienza energetica. In particolare, un sistema definito dei certificati bianchi ha prodotto tra il 2005 ed il 2009, un risparmio di oltre 7 miliardi di KWh all’anno, pari cioè ad appena il 2% dei consumi elettrici a fronte di incentivi complessivi nel quinquennio per 531 milioni di euro.
“Con il sistema dei certificati bianchi – spiega Marcella Pavan, responsabile unità efficienza energetica e gestione della domanda dell’autorità per l’energia elettrica – i distributori di energia devono raggiungere determinati obiettivi di risparmio energetico attraverso interventi di ottimizzazione che fanno direttamente sulla rete oppure, indirettamente, tramite delle aziende private che cedono loro il risparmio energetico ottenuto attraverso dei titoli di efficienza energetica che sono poi i certificati bianchi”.
Per il 2009 l’obiettivo di risparmio energetico assegnato ai singoli distributori ammontava, complessivamente su scala nazionale, a 1,8 Mtep per i distributori di energia e a 1,4 Mtep per i distributori di gas. In tutto 3,2 Mtep, una quantità che equivale, più o meno al consumo energetico di oltre 1,4 milioni di famiglie italiane. Ma alla fine dell’anno sono risultati inadempienti tutti i distributori con margini che oscillavano dallo 0,7% in meno rispetto all’obiettivo fissato della società italiana Gas per azioni di Torino o l’1,90% della A2A di Milano fino all’89,4% dell’AM Gas di Bari o al 100% della Società Irpinia Distribuzione Gas di Avellino, che è risultata completamente inadempiente.
“Il fatto è – continua Di Santo del Fire – che con il sistema dei certificati bianchi vengono erogati all’azienda circa 100 euro per ogni tep risparmiato, ma per risparmiare ogni singolo tep (l’equivalente dei consumi semestrali termici ed elettrici di una famiglia), un’azienda deve spendere dai 400 ai 5mila euro in base al tipo di investimento”. Con la conseguenza che risultano pertanto incentivati i piccoli interventi rispetto a quelli più significativi.

 

Un circolo poco virtuoso
Tutti gli operatori, però, concordano nell’affermare che qualcosa sta cambiando. Le aziende stanno iniziando a valutare con sempre maggiore attenzione la possibilità di interventi che consentano di ridurre i consumi. Così ha fatto Pirelli che, per esempio, sullo stabilimento di Settimo Torinese ha sostituito, nel 2010, un gruppo di automazione composto da motori elettrici e relativi azionamenti per un costo complessivo che oscilla tra le 500mila e le 700mila euro, per un risparmio in sola efficienza energetica di oltre 100mila euro all’anno, pari a circa 400 tonnellate annue di Co2 in meno in atmosfera, l’equivalente prodotta da un tir che percorre 1 milione di km. “Questo genere di investimenti – ha chiarito Mario Apollonio, energy manager di Pirelli – ha un periodo di ammortamento, considerati complessivamente in vantaggi in efficienza energetica e di processo, inferiore ai 2 anni, quindi decisamente sostenibile per l’azienda”. Secondo gli esperti del settore gli investimenti in efficienza energetica potrebbero produrre abbattimenti immediati dei consumi e quindi anche dei costi, superiori al 30% eppure nonostante tutto le aziende rimangono tutt’ora bloccate nel circolo vizioso della mancanza di fondi da investire che impedisce loro di migliorare le performance energetiche.

TABELLA CONSUMO ENERGETICO DELLE AZIENDE

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