Finisce nel dimenticatoio il problema delle radiazioni da radon in Italia. La norma che prevedeva, sia pur minime tutele per alcune categorie di cittadini, prevista nel decreto legislativo 241 del 2000 di fatto non è mai stata applicata. Oggi pochi cittadini sanno cos’è il radon e ancora meno sono quelli che si attivano per mettere in sicurezza le loro abitazioni dal rischio di esposizione alle emissioni.
Facciamo un po’ di chiarezza. Il radon è un gas radioattivo, scoperto poco più di 100 anni fa da Pierre e Marie Curie, che si trova sotto la crosta terrestre e che raggiunge la superficie, e quindi entra a contatto con l’uomo, quando si verificano particolari condizioni del terreno. “Si registrano maggiori concentrazioni di radon – spiega Giovanni D’Amore, direttore del dipartimento radiazioni di Arpa Piemonte –, laddove ci sono delle spaccature nel sottosuolo, come per esempio lungo le faglie che generano i terremoti. In tal caso è molto facile che la spaccatura canalizzi la fuoriuscita del gas. Maggiori concentrazioni di radon si registrano anche in prossimità delle zone vulcaniche, nelle zone montane oppure in presenza di un terreno di tipo granitico, roccioso o tufaceo”. In poche parole, stiamo parlando di buona parte del territorio italiano.

 

I rischi sanitari
L’uomo convive da sempre con questo elemento e con il fondo naturale di radioattività che questo genera che, se preso in dosi non eccessive, non è dannoso. Tuttavia è importante accertarsi che l’esposizione alle radiazioni rientri nei limiti considerati accettabili per l’uomo che il decreto 241/2000 individua in 3 millisievert. Perché in caso di superamento di questa soglia, si potrebbero determinare effetti dannosi per la salute dell’uomo come il cancro ai polmoni oppure allo stomaco derivati dall’inalazione del gas o dalla sua deglutizione attraverso i liquidi.
Fino ad oggi, però, in Italia non è stata mai effettuata una mappatura del radon che illustri le zone in cui vi è maggiore concentrazione nonostante sia intervenuta una direttiva europea (del 1996) e una legge italiana (il decreto legislativo 241 del 2000 dedicato) che la recepiva e individuava la necessità di realizzarla.
“Il decreto 241 è rimasto inattuato – spiega Alessandro Di Giosa della direzione tecnica di Arpa Lazio – perché non è mai stata costituita la commissione nazionale che avrebbe dovuto identificare le linee guida ed i criteri che le varie Regioni avrebbero dovuto seguire per effettuare le misurazioni sulla presenza del radon”.
La commissione era nata come sezione speciale della vecchia commissione nucleare. Avrebbe dovuto essere composta da 21 membri designati da 15 amministrazioni diverse. Questa sezione speciale, con i suoi super tecnici – vuoi per lentezza burocratica, vuoi per i troppo veloci ricambi politici, vuoi perché viviamo nel paese delle banane – non è mai nata. Né probabilmente vedrà mai la luce visto che la commissione nucleare di cui era considerata una sezione speciale, una specie di sottocommissione, nel frattempo è stata soppressa. Tutto fermo e la scadenza per la mappatura era del 2005.

 

I burocrati del nucleare
“I tempi di attuazione previsti nel decreto – spiega Giancarlo Torri, responsabile Radon per Ispra, l’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale che fa capo al ministero dell’Ambiente – sono tutti scaduti da circa un decennio. La legge prevedeva che, entro il 2002, le aziende che avessero i propri ambienti di lavoro sottoterra o in seminterrati, erano obbligati ad effettuare dei rilevamenti per accertarsi che la concentrazione di radon non superasse i 500 Bequerel/m3 con una dose efficace, ossia capace di produrre un danno, corrispondente a 3 millisievert”.
In tali casi le aziende avrebbero dovuto effettuare una serie di interventi per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro in modo da ridurre il rischio da esposizione al radon per i lavoratori. “Si tratta di interventi – continua Torri – che mediamente costano sui 10mila euro e che riguardano ad esempio, l’introduzione di impianti di ventilazione forzata, oppure la costruzione di un vesoaio, ossia una sorta di camera stagna che non lascia passare il radon. Il costo naturalmente varia in base alle dimensioni degli ambienti e alla quantità di radon. In funzione di queste variabili i costi possono lievitare anche fino a 40mila euro”. Abbiamo chiesto al ministero del Lavoro, che avrebbe dovuto raccogliere i rilevamenti delle aziende, di indicarci il numero degli imprenditori che le avevano fatte, ma, ci hanno spiegato che “si tratta di elaborazioni che non possono essere effettuate in breve tempo”.
Supponiamo che tutti gli imprenditori siano diligenti (anche di fronte a questo caos normativo) e che tutti abbiano effettuato i rilevamenti, a questo punto c’è da chiedersi: chi controlla, laddove si siano resi necessari, che siano stati fatti gli interventi di messa in sicurezza dal radon dei luoghi di lavoro?
Sono i servizi di prevenzione sulla sicurezza del lavoro, quegli stessi che verificano se le aziende hanno messo in pratica tutte le norme per rendere i luoghi di lavoro sicuri. Controlli che, però, non impediscono ai cantieri, come purtroppo è noto, di fare arrampicare, per esempio, i lavoratori su impalcature alte decine di metri senza alcuna protezione, oppure che non impediscono in molti uffici, anche pubblici, di avere delle strutture inadatte a potere gestire situazioni di emergenza perché prive di adeguate vie di fuga.

 

Le Regioni in formazione sparsa
“Alcune Regioni – continua Roberto Sogni, responsabile radioattività ambientale all’arpa Emilia-Romagna –, alla luce del fatto che queste misurazioni sono di loro competenza, hanno comunque fatto dei rilevamenti, ma non esiste, allo stato attuale un documento formale, ovvero una delibera di giunta che individui ufficialmente quali sono le zone maggiormente esposte alle emissioni di radon”.
Per il decreto 241, che recepisce una direttiva del 2006, Una mappatura del genere serve perché, nelle zone in cui si registrano maggiori concentrazioni di radon, occorre che i datori di lavoro mettano in pratica tutta una serie di adempimenti ulteriori per ridurre il rischio di esposizione dei dipendenti. Ma nulla si dice, invece, del rischio esposizione che corrono, in quegli stessi luoghi, i comuni cittadini e nulla è imposto ai costruttori, ai progettisti e, in genere, alla popolazione, per la messa in sicurezza delle abitazioni private.
“Effettivamente – continua D’Amore – c’è una carenza normativa. Non si capisce perché la norma prevede una tutela per gli ambienti di lavoro e non per le abitazioni private se si considera che in casa di solito si trascorre gran parte del tempo della giornata di cui circa 8 ore soltanto per dormire”.
Per colmare questa lacuna, la Commissione europea ha recentemente predisposto una proposta di direttiva (CE, 2011), attualmente sottoposta alla discussione degli Stati membri che impone obblighi di prevenzione anche per le abitazioni e abbassa ulteriormente la soglia di attenzione. Prevede infatti che questa sia di 200 Bequerel/m3 per le nuove abitazioni ed edifici con pubblico accesso, 300 Bq/m3 per abitazioni esistenti, 300 Bq/m3 per edifici esistenti con pubblico accesso.

Se questa direttiva dovesse essere approvata, conoscendo i tempi di recepimento italiani, ci vorranno almeno altri 5 anni, per essere ottimistici, perché veda la luce una normativa italiana compiuta contro il rischio di esposizione da radon ed altrettanti (intoppi burocratici permettendo) perché vengano prese le misure necessarie per proteggere la popolazione. Si slitta, occhio e croce, al 2022. Considerato che la prima norma su questo tema è del 1996, i tempi di reazione di fronte a questo problema potrebbero essere di 26 anni. Più di un quarto di secolo.

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