Questa settimana è arrivato un forte segnale distensivo sul fronte dei rapporti tra il nostro Paese e l’Europa. La chiusura della Procedura per Deficit Eccessivo (EDP) nei confronti dell’Italia, aperta nel 2010, dimostra l’apprezzamento del Consiglio per gli sforzi compiuti sostanzialmente dal governo Monti, oltre a confermare le aspettative positive per quanto concerne l’attuale esecutivo.
Le manifestazioni di giubilo espresse dal presidente Letta sono dunque comprensibili, avendo fatto parte della coalizione a sostegno delle misure intraprese. D’altra parte, il rischio di cadere in facili ottimismi sul riposizionamento della nostra economia nello scacchiere comunitario è alto: la Procedura, infatti, ha dimostrato storicamente di non essere un buon indicatore di salute, diventando piuttosto uno strumento per consentire un controllo sui bilanci dei singoli Stati Membri.
L’EDP è un meccanismo previsto sin dalla prima fase di implementazione della moneta unica, avviata negli anni novanta e culminata nell’adozione del Patto di Stabilità e Crescita nel 1997. L’impostazione originaria prevedeva che la procedura fosse applicata agli Stati che avessero oltrepassato la fatidica soglia del 3% sul rapporto debito/PIL su base annua, in ossequio ai parametri fissati nel Trattato di Maastricht. Una volta avviata, l’EDP imponeva ai governi l’applicazione di tagli al bilancio tali da riportare l’anno successivo il deficit al di sotto della soglia. Il meccanismo sanzionatorio era altrettanto severo: la procedura prevedeva la creazione di un deposito infruttifero che oscilla tra lo 0,2% e lo 0,5% a seconda dell’eccedenza, da conferire a Bruxelles nel caso di mancato rientro a due anni di distanza.
La razionalità di questa norma affonda le radici nella teoria del cosiddetto “azzardo morale” secondo la quale, una volta entrati nell’unione monetaria, alcuni paesi potrebbero approfittarne per incrementare la spesa a discapito della stabilità del bilancio. Questo meccanismo è reso possibile dall’implicita condivisione del rischio di fallimento all’interno dell’Eurozona, per cui l’elevato indebitamento di uno può facilmente contagiare gli altri, costretti di fatto ad intraprendere misure di salvataggio. La procedura voleva dunque essere uno strumento “dissuasivo” finalizzato a ridurre il rischio di eventuali salvataggi, anche se la sua efficacia nel tempo si è dimostrata molto limitata, portando ad una prima riforma nel 2005 e poi all’adozione del Fiscal Compact nel 2012, nonostante il mantenimento del nome.
Le critiche all’EDP nascono soprattutto dalla natura pro-ciclica della normativa: in poche parole, in presenza di una crisi recessiva, la sua applicazione contribuisce a peggiorare ulteriormente la situazione, impedendo di usare la spesa pubblica in funzione di stimolo all’economia. Le prime avvisaglie di questi malfunzionamenti sono apparse nei primi anni 2000, quando una buona parte degli Stati Membri, inclusi Francia e Germania, sforarono il limite del 3%. Invece di imporre le sanzioni, Bruxelles optò per una riforma del meccanismo, creando il cosiddetto Obiettivo di Medio Termine (OMT), per cui il target del 3% deve essere raggiunto nell’arco di tre anni. Tale modifica ha reso lo strumento più flessibile ed ha permesso ai grandi paesi di evitare provvedimenti disciplinari piuttosto imbarazzanti. In generale, la questione perse d’importanza negli anni precedenti la crisi, per ritornare prepotentemente al centro nell’ultimo quinquennio. Nel 2012 la Procedura è stata ulteriormente riformata attraverso il Fiscal Compact, che impone pesanti vincoli non solo sul rientro del deficit, ma anche sugli interventi finalizzati a tale scopo, per cui in una situazione di emergenza Bruxelles può disporre di ampi poteri sul bilancio dello Stato.
In termini pratici, gli effetti collaterali dell’EDP non sono trascurabili e si trasmettono all’economia reale con una certa velocità. La riduzione del deficit in tempi brevi impone ai governi di agire sulla legge Finanziaria (oggi legge di Stabilità), attraverso tagli alla spesa ed aumenti delle tasse. In Italia, con l’apertura della procedura nel 2010, abbiamo sperimentato entrambe le misure, osservando una perdita netta del reddito disponibile delle famiglie ed un tendenziale calo della qualità dei servizi forniti a livello pubblico, tra cui scuola e sanità. La depressione dei consumi, che hanno toccato i minimi storici dal dopoguerra, può essere in parte giustificata dall’adozione delle misure in questione, attraverso questo tipo di politica economica. La “austerity”, infatti, non è altro che la politica economica implementata attraverso l’EDP ed altri provvedimenti che vanno nella medesima direzione.
Un’altra conseguenza della Procedura per Deficit Eccessivo è rappresentata dalle difficoltà nei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione, tema molto discusso negli ultimi mesi e di sicuro impatto sull’economia del nostro paese. Comuni, Province e Regioni devono infatti cooperare con lo Stato per ridurre il deficit, essendo questo un aggregato calcolato sui debiti della P.A. a tutti i livelli. A tal fine si applica il Patto di Stabilità Interno, che pone un freno alla spesa degli enti locali, producendo almeno due effetti recessivi. Il primo è proprio il ritardo (o l’assenza) nei pagamenti verso privati per lavori già eseguiti, per cui le aziende sono costrette a ridurre il personale o spesso a chiudere i battenti. In secondo luogo, ma non meno importante, si rileva l’impossibilità di avviare nuovi investimenti produttivi, dal rifacimento della strada comunale alla costruzione di grandi arterie autostradali o ferroviarie.
Alla luce di quanto detto, non c’è alcun dubbio che la chiusura della Procedura nei confronti dell’Italia sia una buona notizia, anche se le richieste di garanzie fiscali da parte di Bruxelles rimangono pressanti. In questi giorni si è parlato della disponibilità di un “tesoretto” di circa 20 miliardi da utilizzare in investimenti, ma le misure per la crescita rimangono un obiettivo difficile da implementare. Le raccomandazioni conclusive del documento (allegato a questo articolo) non lasciano infatti molto spazio a facili ottimismi: il governo, infatti, è chiamato con forza a garantire il rispetto dei vincoli per i prossimi due anni, operazione che richiederà il mantenimento della tasse in essere, tra cui l’IMU, e il proseguimento della spending review. L’Europa, in via collaterale, chiede ulteriori riforme nel mercato del lavoro ed in merito alla concorrenza, specie per quanto riguarda i monopoli e gli ordini professionali.
Ben poco cambia dunque sulle prospettive di rilancio della nostra economia, che soffre la cronica carenza di investimenti pubblici e privati, nonché la presenza di un regime fiscale troppo pesante sulle attività produttive e sul lavoro. Il Fiscal Compact, tra l’altro, condanna gli Stati in difficoltà ad una sorta di Procedura per Deficit Eccessivo perenne, rafforzata dall’introduzione del pareggio di bilancio come vincolo costituzionale. Se indebitarsi all’infinito, infatti, non è una scelta sostenibile, non farlo nel caso di una recessione profonda e prolungata come quella attuale è altrettanto compromettente, in quanto il mancato sostegno all’economia rischia di generare danni irreparabili che impediranno all’Italia di crescere quando la tempesta sarà finita.
Raccomandazione del Consiglio Ue sul programma di riforma dell’Italia

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