Stranamente, ma neanche troppo, molte notizie che stanno affollando le cronache di questi giorni si sono indirizzate verso la violazione di un diritto che fino a qualche decennio fa non era granché avvertito come primario ma che ormai è divenuto oggetto di venerazione generale. Parliamo della privacy.

Le gesta di Snowden, che ha in parte ricalcato i fasti di Wikileaks, hanno rivelato il controllo di un numero sterminato di comunicazioni da parte degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti. Non da meno è stato lo scandalo inglese sulle intercettazioni del traffico internet o telefonico per mezzo del sistema Tempora.

Venendo alle cose nostre, in Italia il problema se lo è posto di recente Luigi Birritteri, capo del dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria del Ministero di Giustizia che si propone di centralizzare, dal prossimo gennaio, quasi tutti i fornitori di intercettazioni ambientali, telematiche e telefoniche che verrebbero appaltate direttamente dal ministero, con gara europea. In tal modo sarebbe fortemente ridotto il rischio di utilizzo improprio delle notizie di cui vengano a conoscenza le troppe società che in outsourcing gestiscono attualmente le intercettazioni per conto dei singoli tribunali.

Ma oltre ai comportamenti illegittimi, sempre più evanescenti si fanno comunque i contorni del diritto alla riservatezza; da pochi giorni è entrato in funzione Serpico, il programma di controllo sui nostri conti correnti che mette a nudo ogni operazione bancaria. Non di meno il Garante per la privacy ha recentemente manifestato forti perplessità sullo schema di decreto legislativo che intende disciplinare gli obblighi di trasparenza della Pubblica Amministrazione. Prosegue intanto l’attività di intercettazione telefonica che tanti problemi sta creando anche a Silvio Berlusconi, riportando di attualità l’uso dei pizzini e generando sospetti verso quelle forze politiche che ne vorrebbero la riduzione, né risulta ormai possibile recarsi in zone centrali di città grandi o piccole senza avere la certezza di esser immortalati da qualche telecamera posta a difesa di obiettivi pubblici e privati.

L’impressione complessiva è che ci sia un certo ripensamento sulla tutela piena e incondizionata della privacy. Se dapprima se ne era fatto un totem in uno slancio assolutista, ora appare necessario contraddire, sia pur non sempre ufficialmente, l’euforia iniziale. Risulta ormai evidente, proprio a quelle nazioni che hanno voluto baldanzosamente imporla, che la tutela della riservatezza va a cozzare con la lotta alla criminalità, specie quella internazionale. Insomma per salvaguardare la nostra vita privata si facilitano i comportamenti delittuosi.

Il problema non è nuovo e ricalca l’affannosa questione del contrasto tra diritti primari; in questo caso, da una parte la riservatezza come espressione della libertà personale e dall’altra la lotta al crimine quale tutela della sicurezza pubblica. Duole, certamente, pensare che sono intercettato quando parlo con i miei cari ma sono assai contento se  vedo che da simili intercettazioni nascono grandi successi contro la criminalità organizzata o presidenti del consiglio che non hanno il giusto rispetto della legalità. Mi dispiace sapere che sono stato ripreso mentre mi recavo a fare compere ma mi fa molto più piacere apprendere che il  colpevole dell’attentato alla scuola Morvillo – Falcone o i terroristi della maratona di Boston sono stati individuati grazie a riprese televisive eseguite nelle immediate adiacenze. Allo stesso modo mi secca che il fisco sia a conoscenza di ogni mio movimento bancario ma nel contempo sono felice di concorrere ad un significativo rafforzamento (speriamo) della lotta all’evasione fiscale.  Mi può far infuriare che le comunicazioni tramite internet siano filtrate da un pubblico apparato ma gioisco quando vengo a conoscenza che  50 attentati terroristici sono (sarebbero) stati impediti grazie al controllo delle comunicazioni internazionali.

Si paventa da molti che un sistema simile ricalchi quello del Grande Fratello di orwelliana memoria. Il pericolo certamente è presente anche se i tempi sono assai diversi da quelli dell’immaginario 1984 e la comunicazione svolge oggi un ruolo impensabile quando Orwell scrisse la sua opera, un ruolo che va spesso a svantaggio della criminalità. Per altro, ci si potrebbe anche chiedere quanto sia ancora avvertito il bisogno di riservatezza laddove con l’avvento delle cosiddette piattaforme sociali, quali Facebook, si è andato diffondendo una sorta di eccesso opposto alla privacy, cioè la libidine di mettere in piazza, sia pur virtuale, i propri segreti più reconditi.

Francamente in un sistema ideale, e dunque irreale, non ci sarebbe nulla di male in uno stringente controllo da parte della pubblica autorità sulla nostra vita privata, se questo controllo fosse indirizzato a fin di bene; né le persone rette avrebbero da temere a causa di una sorveglianza che non potrebbe che constatare la loro rettitudine. Purtroppo la realtà non è questa ma  diventa comunque necessario fare una scelta che brutalmente si pone nei termini di privilegiare la privacy o privilegiare i criminali.

Tra un eccesso di controlli sulla vita privata ed un eccesso di tutela della riservatezza, ogni persona per bene dovrebbe propendere a favore dei primi. Il contrappeso a questo sacrificio si può trovare spostando il momento sanzionatorio dall’intrusione degli accertamenti all’uso distorto che di essi, e dei loro esiti, si potrebbe fare. Per capirci, mi interessa relativamente una intromissione nella mia privacy qualora questo sia il giusto prezzo da pagare per la sicurezza pubblica, l’importante è che tutte quelle notizie che non rappresentino violazione di leggi restino riservate e non se ne faccia alcun uso, men che mai ricattatorio.

Potrebbe dunque essere consentito (come già avviene spesso nei fatti) un eccesso di controlli preventivi ad opera della pubblica autorità, ma laddove i suoi rappresentanti ne ricavino strumenti di illegittima pressione o ricatto, devono imporsi sanzioni durissime che rappresentino un forte deterrente e ripaghino della lesione ingiustificata del diritto primario. Insomma la tutela della privacy non deve essere attuata vietando a monte controlli generali  ma piuttosto sanzionando a valle, con estrema severità, coloro i quali approfittino delle notizie di cui  sono venuti a conoscenza per la loro attività di controllo.

Con questo non si vuol dire che il diritto alla riservatezza debba essere retrocesso in una sorta di serie “B” ma solo che la sua tutela va spostata dalla fase a priori  alla fase a posteriori. Ovvero, a priori devono essere consentiti controlli sulla vita privata dei cittadini sia pur generici e selezionando attentamente i soggetti che possono effettuarli nonché stabilendo ipotesi di culpa in eligendo e in vigilando a carico dei loro superiori diretti. A posteriori, una volta ridotti e individuati accuratamente coloro i quali possono venire a conoscenza delle notizie riservate, vanno previste sanzioni assai dure a carico di quanti ne vogliano trarre vantaggio personale o di parte. Sarà, comunque, sempre necessario distinguere tra un controllo a tappeto, superficiale e generale che potrebbe essere comunque consentito, e uno ulteriore approfondito e specifico che necessiterebbe del consenso della magistratura.
Per essere chiari con un esempio, laddove mi mettessi in contatto, via internet, con un sito che insegni come preparare una bomba, sarebbe assolutamente corretto che venissi subito individuato con la conseguente richiesta di autorizzare un controllo più serrato.

Da ultimo un accenno alla tutela della privacy per i politici. La difesa della vita privata di un comune cittadino deve comunque essere più intensa di quella riconosciuta ad un suo rappresentante eletto. Può sembrare una contraddizione ma al contrario proprio chi si offre al giudizio popolare per assumere incarichi pubblici deve essere disposto a vedere ancora più compressa la sfera della propria riservatezza poiché il giudizio sull’uomo politico non può prescindere dai suoi comportamenti privati. Anzi proprio da questi è possibile cogliere maggiormente quegli auspici e quelle indicazioni che dicono se è giusto che eserciti poteri spesso pregiudizievoli per la libertà, il benessere e il destino di tutti.

Quindi è sbagliato, quando non sciocco, sostenere che non interessa il comportamento privato di un uomo politico ma solo quello pubblico; il contegno pubblico è equivalente al predicare, mentre quello privato è assimilabile al razzolare. E, come è noto, non si può predicare bene ma razzolare male.

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