Pietro Russo è il capitano del Boccia II, uno dei tre pescherecci italiani che, insieme al Maestrale e l’Antonino Sirrato, è stato sequestrato dalle autorità libiche il 7 giugno. Sono stati fermati a largo di Mazara del Vallo da motovedette armate di bazooka e bombe carta, secondo quanto raccontano, e sono stati portati, tutti e 19 gli uomini degli equipaggi, in un carcere a Bengasi dal quale hanno lanciato un appello alle autorità italiane: «Fateci liberare, siamo pescatori onesti».

«Non hanno fatto nulla, soltanto il loro lavoro e non, come sostengono i libici, rubato il “loro” pesce perché si trovavano nelle acque di loro competenza», ci dice al telefono il figlio del comandante Russo, Giuseppe, che segue da Mazara l’evolversi della situazione tenendosi in contatto con il padre.
«In realtà gli hanno sequestrato anche i cellulari e riusciamo a comunicare solo grazie al console che ha messo a disposizione il suo telefono e che non li ha mai lasciati da soli».
Sono stati sette interminabili giorni per Giuseppe e per tutti i familiari degli equipaggi sequestrati, ai quali sia il vescovo di Mazara, monsignor Francesco Mogavero, sia l’ambasciatore Maurizio Melani non hanno fatto mancare la loro vicinanza e interessamento. Le notizie che arrivavano dal carcere di Bengasi descrivevano pessime condizioni igieniche, tempi di attesa per gli interrogatori incerti e per la sentenza chissà.
«Soltanto oggi pomeriggio (ndr giovedì) – ci racconta Giuseppe – ci hanno comunicato che gli hanno permesso di lasciare il carcere per tornare a bordo dei pescherecci dove però adesso devono aspettare la sentenza». Che presumibilmente arriverà non prima di qualche giorno e non si sa bene con quale motivazione.

C’è una contesa che va avanti da tempo tra l’Italia e la Libia e nonostante il paese nordafricano del dopo Gheddafi abbia intrapreso un nuovo corso con la Primavera araba, pare che la legge adottata in mare sia sempre la stessa.

Le acque libiche, secondo la vecchia legge del colonnello, si estendono fino a 75 miglia dalla costa nonostante la disciplina sulle acque territoriali parli di 12 miglia.
«Il peschereccio di mio padre – dice Giuseppe – si trovava a 42 miglia, quindi in acque internazionali secondo quella che è legge che vale per tutti tranne che per la Libia».

Più che di sconfinamento, che dovrà essere accertato e che peserà sulla sentenza, c’è un’antica guerra per il pesce che va avanti da tempo tra le due sponde che si guardano con ostilità. Il Mediterraneo è il mare che dovrebbe essere di tutti, ma che in molti rivendicano come proprio. E’ tutto per Mazara del Vallo, che vanta la più grande flotta peschereccia del Mediterraneo.
«Mio padre – ci dice ancora Giuseppe – conosce bene la legge del mare, va sul peschereccio da 40 anni e da sempre si scontra con i libici per gli stessi motivi. In questa fase, è ancora più complicato perché i ribelli vanno a ruota libera, non c’è un assetto politico stabile e non ci sono margini per trattare. Episodi come questi ne sono capitati tanti in passato, ma spesso si sono risolti con una stretta di mano tra Gheddafi e Berlusconi. Vorremmo che adesso si risolvessero una volta per tutte e che si trovi un accordo. Vorremmo che la brutta esperienza di mio padre – che speriamo si risolva al più presto – sia l’ultimo episodio e ponga fine a questa interminabile contesa».

In mare il comandante Pietro Russo è stato privato della libertà, nello stesso mare in cui ha salvato la vita a tanti migranti che chiedevano aiuto dopo un viaggio infinito sui gommoni della speranza. Erano ventuno, per l’esattezza, eritrei, senegalesi, egiziani e nigeriani che il 24 settembre del 2006 si trovavano in balia del mare forza quattro e di un forte vento di scirocco su una carretta del mare.
Il comandante Russo e il suo equipaggio li hanno tirati a bordo del peschereccio sottraendoli dalla morte.
Per questo gesto hanno ricevuto dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) il primo premio “Per mare” conferito proprio al coraggio di chi salva vite in mare. (Il premio nasce dalla collaborazione fra l’Unchcr e il Comando generale del corpo delle Capitanerie di porto – Guardia costiera e viene assegnato a coloro che, a rischio della propria vita, scelgono di soccorrere gli immigrati vittime di naufragio).

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