Ariane Et Barbe-bleu
di Paul Dukas
coro e orchestra sinfonica della Radio di Colonia diretta da Gary Bertini
interpreti: Marilyn Schmiege, Roderick Kennedy, Jocelyne Taillon, Mitsuko Shirai, Jean-Luc Baudoin
2 cd Capriccio 7112

È l’unica opera scritta da Paul Dukas, e viene rappresentata anche assai raramente. Messa in scena per la prima a Parigi nel 1907, Ariane et Barbe-Bleue si basa su un libretto di Maurice Maeterlinck, (al quale si ispirò anche Béla Balàzs per Il Castello del principe Barbablù di Bartók) in chiave mitologico-simbolista. Arianna è una sorta di Antigone che afferma che «disobbedire è il primo dovere, quando l’ordine è minaccioso». Riceve infatti da Barbe-Bleue, come dono di nozze sei chiavi d’argento, che le danno accesso a tesori preziosissimi, più una chiave d’oro, ma di una porta proibita. Ariane la apre, e scopre le cinque mogli che la hanno preceduta (Ygraine, Mélisande, Bellangère, Sélisette, Alladine), imprigionate al buio. Offre loro una via di fuga, ma queste rifiutano e preferiscono la loro schiavitù familiare al peso della libertà. E Ariane se ne va in lacrime. Questa registrazione, del 1986, viene dagli archivi della Westdeutsche Rundfunk. Gary Bertini sottolinea gli aspetti labirintici della partitura, la suspense, la dimensione enigmatica nel conflitto tra la luce e le tenebre, anche qualche eco del Pélleas debussyano, ma senza perdere mai di vista il taglio sinfonico, la solida struttura tematica, gli impasti densi dell’orchestrazione, più straussiani che debussyani. Ottimo cast dominato da Marilyn Schmiege, ammirata in molti ruoli wagneriani, con la sua voce dal colore chiaro ma leggermente velato, e con un grande temperamento, da soprano drammatico più che da mezzosoprano.

 

accentus_manoury_naiveFragments d’Heraclite, Inharmonies, Slova, Trakl Gedichte
di Philippe Manoury
coro da camera Accentus, diretto da Laurence Equilbey
cd Naïve V 5217

Dopo aver assorbito l’influenza di Boulez e Stockhausen, aver applicato le teorie stocastiche di Xenakis, dopo aver lavorato a stretto contatto con il matematico americano Miller Puckette, Manoury è stato uno dei pionieri dell’informatica musicale all’Ircam. Anche questi quattro lavori per coro a cappella testimoniano il suo background elettronico: giocano su continue metamorfosi del materiale sonoro, creano superfici trascoloranti, con effetti di sospensione e illuminazioni improvvise, evocano mondi soprannaturali (con inevitabili rimandi a Lux aeterna di Ligeti). Nel recentissimo Inharmonies (2008), che dà il titolo al cd, Manoury applica il principio della modulazione ad anello ai suoni vocali, costruendo un grande arcata polifonica che prende il via dal registro grave delle voci femminili, e usando come testo una celebre frase leonardesca («La pittura è una cosa mentale» trasformata in «La musica è una cosa mentale»). Trakl Gedichte (2006) è basato su quattro tormentate poesie di Georg Trakl, mentre da Eraclito è tratto un ampio lavoro per tre cori, Fragments d’Héraclite (2003), che mostra una scrittura a blocchi, più drammatica, con stratificazioni e giustapposizioni di materiali contrastanti, e con i cantanti chiamati anche a suonare alcune percussioni metalliche. In Slova (2002) il testo in lingua ceca di Daniela Langer è usato invece come pura componente timbrica, in una rete di effetti parlati, prolungati suoni consonantici, emissioni convulse, scattanti, vivaci madrigalismi, e una specie di salmodia che conclude il pezzo in una dimensione siderale. Musica molto difficile da eseguire, che richiede anche intonazioni microtonali: ma il coro Accentus è, come sempre, impeccabile.

 

Franck_cypresle Chausseur maudit, les Djinns, Les Eolides, Variations symphoniques
di César Franck
Cedric Tiberghien pianforte
Orchestra Filarmonica di Liegi diretta da François-Xavier Roth
cd Cypres CYP 7612

Ispirato alla ballata Der wilde Jäger di Gottfried August Bürger, Le Chasseur maudit è un poema sinfonico dalla forza demoniaca. Composto da Franck nel 1882, narra con i mezzi dell’orchestra la storia di un aristocratico che una domenica trascura il culto e parte per la caccia. Una voce terribile lo maledice e alcuni demoni cominciano ad inseguirlo, in una cavalcata forsennata che lo spinge direttamente verso la bocca dell’inferno. La musica è insieme cupa e frenetica, con i lugubri richiami dei corni, ritmi incalzanti, grandi crescendo, e un finale incandescente, che richiama il Sabba della Symphonie fantastique de Berlioz. La lettura di François-Xavier Roth sul podio dell’Orchestra Philharmonique Royal de Liege, svela la raffinatezza dell’orchestrazione e mira a trovare un punto di equilibrio tra la cura dei dettagli e l’impeto drammatico. Interessante anche l’esecuzione degli altri due poemi sinfonici franckiani, che hanno una carattere più evocativo: Roth coglie bene l’orchestrazione fluida, aerea, e le armonie sensuali che impregnano Les Éolides, ispirato a una poesia di Leconte de Lisle che celebra le figlie del dio dei venti; e trova i giusti contrasti di ritmo e di colore nel più selvaggio Les Djinns, basato su una poesia di Victor Hugo. Qui la dimensione fantastica è acuita anche dalla presenza del pianoforte concertante, che si mescola all’azione musicale con una complessa trama ritmica. Il pianista Cédric Tiberghien sfoggia una tecnica sicura e un tocco nitido, ma con un suono caldo ed espressivo, qualità che si apprezzano anche nell’esecuzione delle Variazioni Sinfoniche.

 

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