Dopo reticenze e camuffamenti dietro il curioso appellativo di Olimpia Buonpastore, sedicente autrice di Corpo di mamma, silloge poetica di liriche macabre e morbose, il reale autore, fingitore e costruttore dell’intero caso mediatico – del quale si è parlato anche su La Stampa in un articolo di Mario Baudino (1) -, è venuto a galla: il poeta Gabriele Galloni.

Sono partoriti dalla sua mente frenetica e dall’endecasillabo fluente del quale è padrone versi di una violenza disarmante e di delirio inverecondo come questi: “Mamma si masturba/ col nostro canarino. Pa’ la osserva/ […]/ distrugge il cranio al povero/ Birdy. Mi tocco. Mamma viene tutto/ il sangue dell’uccello”; “Mamma – che adesso è in pezzi così piccoli/ fatta che ricomporla quattro nuove/ eternità. Perché un bulbo oculare/ scivola dentro lo squarcio del seno?”; “Leghiamo mamma santa a un palo; come/ se fosse un cane. Un paio di seghetti/ saettano tra coscia e coscia. Il sesso/ s’apre, si spacca frutto alieno all’ombra”. (2)

Gabriele Galloni (Roma, 1995) è considerato assieme a pochi altri (Giulia Martini, Giovanna C. Vivinetto) forse l’esponente di maggior interesse della scena poetica contemporanea, tra i giovanissimi; prolifica, data la sua giovane età, la produzione in volume; ha pubblicato Slittamenti (2017), In che luce cadranno (2018), Creatura breve (2018) e L’estate del mondo (2019); per la prosa: Sonno giapponese (2019). È presente sulla gran parte delle riviste digitali e cartacee, in antologie, volumi, ed è tradotto anche in varie lingue straniere. Ha curato l’intervista al poeta Antonio Veneziani inserita nella riedizione del suo capolavoro Brown Sugar (prima edizione: Brown Sugar. Poesie sull’eroina del 1979 per i Quaderni di Barbablù di Siena) uscito nel 2018 per i tipi di Hacca Edizioni. Secondo Roberto Batisti “l’autore si muove in una tradizione tutto sommato (primo)novecentesca fra frammentismo e prosa d’arte. L’inquadramento genealogico dei suoi versi ha invero creato qualche imbarazzo alla critica, che ha fatto inizialmente e non troppo a proposito il nome di Penna”. (3)

Una giocosa messa in scena, quella di Olimpia Buonpastore. Una presa in giro globale, si è presto palesata, quando l’autore ha rivelato essere stata una sua creazione. E giù critiche e polemiche a pioggia battente. Eppure Galloni ha mostrato – o tentato di mostrare – che la sua orchestrazione non era che figlia del desiderio di sperimentazione. Non tanto una sperimentazione letteraria, quanto editoriale. Ha messo in luce, infatti, una serie di contraddizioni di fondo dello scenario culturale odierno. A sua detta la suddetta silloge, passata come prodotto di una mente di una giovane ragazza, presentata a vari editori di medie e grandi dimensioni, avrebbe trovato in alcuni casi buon accoglimento e addirittura proposte di pubblicazione. A testimonianza, sembrerebbe, che non è importante il nome di un autore (neppure se è un esordiente o, come il caso della Buonpastore, sconosciuto) dinanzi a ciò che si produce, ai contenuti, vale a dire alla produzione stessa. Ciò dà senz’altro da pensare se si prende la libertà di leggersi solo alcune liriche di questa silloge così gotica quanto assurda. In realtà – stando sempre a Galloni – quelle stesse proposte di grandi marchi editoriali sarebbero nate dal fascino percepito da questo misterioso personaggio, che è la parodia-provocazione-fake-troll della Buonpastore, questa “ragazza che, orfana di madre, decide di ricostruire e decostruire il genitore attraverso una serie di componimenti osceni che svariano dallo stupro all’omicidio al cannibalismo” , (4) come la definisce a posteriori lo stesso Galloni. La poesia della Buonpastore è un mix sadico e fratricida di sangue e morte con stupri, violenze, disattenzioni sociali, necrofilia e la smodata ricerca del raggiungimento di una qualsiasi forma di shock, disturbo finanche di rigetto e schifo. Poesia che propone l’obbrobrio e la nefandezza, intrisa di carne abusata, di contorcimenti, di ombrosità, sotto una cappa di delitto e d’impossibile redenzione. C’è anche il cannibalismo, in questo valzer macabro tra versi che diventano indigesti e mal penetrabili, così carichi di cupidigia e di istinti malevoli.

I fatti. Nel maggio 2018 la rivista Pangea aveva dato pubblicazione ad alcune poesie della Buonpastore dalle quali cito alcuni versi: “Mia madre se la litigano i cani/giocano a simularle con la bava/gli umori vaginali e può succedere/ che qualcuno tra loro abbia mascella/ più forte e che mia madre così pianga/ e squirti da rizzare a tutti il pelo.// I cani affollano mia madre in ogni/ dove e la prendono con sdegno e lagno-/ mi bagno e prego poi che me la rompano,/ le si crepino i denti in un digrigno./ Raccolga il seme dei cani in ingoio”. Nelle altre poesie pubblicate, forti incitazioni alla sedicente madre dell’io lirico a compiere nefandezze in riti sessuali dove domina la violenza e la perversione, finanche forme di bestialismo, in una cornice inverosimile tra blasfemia religiosa, degradazione morale, splatter e ridicolo al contempo, assunzione di droghe, decostruzione del reale, stordimento e aridità. A seguire questi quattro componimenti – guarda caso – erano un commento di Galloni e uno di Veneziani (il già citato autore della scena romana degli anni ’70, noto per le sue pubblicazioni irriverenti, col quale Galloni ha recentemente collaborato in una riedizione della sua opera) (5). In questo commento Galloni – che ora lo sappiamo, è un commento su una sua opera sotto falsa sembianza, si cerchi di intuire la perversione del gesto e la paludosità dell’idea! – non solo si limita a dare un pensiero su quei testi ma aggiunge – dice con il consenso della stessa Buonpastore – il contenuto di una mail privata di quest’ultima, a lui inviata, con la quale gli ha mandato le poesie in lettura. Risulta difficile comprendere la tortuosità di una simile mente che ha architettato una sorta di gioco a scatole cinesi, una sorta di labirinto dove di continuo rimanda a un qualcun altro l’esplicitazione di un pensiero e le relative dichiarazioni quando, invece, si tratta sempre di lui, dietro le molteplici parvenze che ha ideato e sapientemente studiato per la realizzazione del trabocchetto infido nel quale ha fatto sprofondare (quasi) tutti.

Galloni commenta la silloge della Buonpastore (vale a dire esegue un’analisi su una sua stessa opera che non riconosce come tale, avendo volutamente impiegato un eteronimo (6) ) in questo modo: “Olimpia Buonpastore mi ha inviato via mail il canzoniere poetico più estremo degli anni duemila. Trentacinque poesie sull’aberrazione, l’abbrutimento e infine la distruzione di una madre che è di volta in volta cane, mostro antropofago, vittima, rana, oggetto-orifizi e speculazione filosofica. Non sono rimasto bruciato: troppo poco. Carbonizzato. Olimpia è nata nel 1995; a pochi mesi di distanza da me. Si è descritta come una appassionata e praticante di sport da combattimento. Influenza, questa, che più di ogni altra affiora nei suoi versi: la lotta, lo scontro; l’abbattimento dell’Avversario. La parola è un respiro da interrompere. Prima che continui, preferisco pubblicare (nota a margine: Olimpia è d’accordo) parte della mail che lei stessa mi ha inviato. Nessuno può parlare della sua opera-limite meglio di lei. “Mia madre non è mai esistita, per me. Ci tengo a specificarlo. È morta dandomi alla luce. Vivo così la strana condizione di orfana che è al tempo stesso esule. Mia madre è stata quindi, da sempre, l’oggetto assoluto di tutte le mie fantasie. Fantasie, lo specifico, di ogni tipo. Mia madre è il corpo-donna originario. Il corpo-luce. Il corpo-morte. Lo schifo e l’estasi. Mia madre è stata cremata e dispersa non so dove. Mai vista una sua foto. Non voglio vederla. Mia madre è qui, in queste 35 poesie; nel primo dei due libri a lei dedicati. Il secondo narrerà la sua elevazione, la sua Salvezza (…) questo è il suo abisso personale. Rimane qui finché lo voglio io.”. Altri versi di Corpo di mamma vennero diffusi su altre riviste online tra cui Poetarum Silva dove il 27 settembre 2018 comparve una scelta di nove testi di diversa lunghezza seguiti, in calce, dalla brevissima nota “Olimpia Buonpastore è nata ad Ardea nell’agosto del 1995”.

Le reazioni che una simile beffa letteraria – durata ben poco, per fortuna – ha originato sono ampie e diversificate (Baudino parla di “lettori divisi tra scandalo e ammirazione” (7) ) e rispondono a quelle esigenze di esperimento sociologico (8) che Galloni ha inteso ideare e percorrere. È stato lui stesso, quando qualcuno ha odorato la possibilità di un fake, a mettere fine, con altrettanta facilità, a quell’esperimento: surreale e stupido, se vogliamo, grottesco e inconfessabile ma che, a quanto pare, ha consentito di dare alcuni frutti, vale a dire alcune risposte. Riporto le stesse considerazioni di Galloni – difficile non rendersi conto della carica eversiva del suo atteggiamento e del rischio che il gioco stesse per prendere un’altra forma, forse ben più ingovernabile – nelle sue parole, in qualche modo orgogliose e allucinate, fiero di aver testimoniato una realtà, forse già nota, ma non talmente chiara a tutti in questi termini: “In tantissimi si sono mossi per Olimpia Buonpastore. A un certo punto sono arrivato a diventare quasi geloso di lei. L’avrei strangolata, se mi fosse passata tra le mani. Scherzo, naturalmente. Se avessi conosciuto davvero una Olimpia Buonpastore me ne sarei innamorato. Il punto è che moltissimi avrebbero voluto Olimpia nella propria scuderia autori, dalla piccola casa editrice all’editore di prestigio. Poi, appena rivelavo la mia vera identità, e cioè quella di un ventiquattrenne poeta chiamato Gabriele Galloni, annullavano tutto. Gli serviva il corpo del martire, una vittima sacrificale. Un personaggio, appunto. Un personaggio che si esponesse pubblicamente e che pubblicamente apparisse. Cosa se ne fanno di un eteronimo? Da qui la mia riflessione: il valore di un’opera (e parlo di opere di successo, di grande successo) è relativo. Conta il personaggio, più che l’autore; chi ci sta dietro. Ho scoperto l’acqua calda, certo, ma la storia di Olimpia Buonpastore è l’ennesima conferma di questo”. (9)

L’operazione condotta da Galloni, al di là del dato epidermicamente disturbante e incomprensibile, apre delle questioni di vitale importanza. Alcuni critici e recensori hanno dimostrato non solo fastidio verso questa trovata, essendo stati travolti, inconsapevolmente, in questa carnevalata da lui messa in piedi, tradendo in un certo senso il ruolo della poesia che non è quello di mistificare e irridere l’altro. Qualcuno ha parlato di ribrezzo, altri ne hanno preso le distanze in maniera leggermente più elegante; la cosa rilevante che è stata posta al centro delle argomentazioni delle critiche che ne sono nate e prodotte in rete è che Galloni abbia mancato di rispetto all’arte letteraria, abbia impiegato la poesia come un gioco usa e getta. Ed ora che sappiamo che quei versi sono scritti dalla Buonpastore che non è altro che una sua ramificazione – per quanto lontana, tematicamente, dalla sua poesia che lo vede autore prolifico e seguito – quali conclusioni dobbiamo trarre? Che il pubblico per poter mostrarsi interessato alla poesia deve essere da essa scioccato, deve essere strattonato, colpito, gettato a terra, offeso e brutalizzato? Che l’uomo è malato? Che il male è sempre un ingrediente seduttivo? Non è possibile fornire delle risposte certe, sta di fatto che Galloni ha compiuto una scelta: quella di proporre un approccio sbagliato nei confronti della poesia che non ha da esser storpiata in simili maniere, né urlata con ammicchi gotici, recalcitranti un erotismo che è un sesso splatter e disturbante. Questi versi, così inclementi e crudeli, hanno molto più della cronaca dolorosa dell’oggi, della scena violenta della realtà che di un atto creativo spontaneo, di ispirazione, approfondimento, ricerca di sé. Certo: Galloni non intendeva forse dar voce alla sua esistenza interiore, fingendosi qualcun altro, ma di certo destare attenzione che ha sicuramente ricevuto in quel clamore indistinto, nella ridda di opinioni contrastanti, nell’euforia di chi è attratto dal disgusto e chi, invece, condanna il delirio e insegue un ideale. In fin dei conti non va neppure biasimato perché, se un intento nella sua mente c’era, questo aveva senz’altro una struttura e dei destinatari, dal momento che, in qualche modo, di effetti ne ha prodotti molti. Parecchi assolutamente imprevedibili.

NOTE

1) MARIO BAUDINO, “La beffa di Olimpia, poetessa online”, La Stampa, 04/07/2019

2) Sono solo alcuni dei versi meno osceni – in termini sessuali – ma non meno scioccanti. Tra gli altri più spudorati possiamo – soprattutto per meglio fornire qualche accenno alla poetica (dare la misura) di questa silloge che i moralisti considererebbero “deprecabile” – richiamare: “Piscio addosso a mia madre addormentata/ e il trucco si sfancula, sciolto tutto/ sulle guance: una maschera mortuaria.// Le pizzico il clitoride e mi sveglia/ in faccia l’alito del sonno acre./ Mamma ha il clitoride identico a me,// l’appendice di un cherubino stronzo”; “Sembrano cielo e corpo una elemosina/ che mia madre raccoglie con la vulva/ spalancata a sei dita.// Certi giorni comunica così/ e nessuno capisce cosa voglia// dire col gocciolio del seme altrui// dal seme al labbro al pozzo a tutti noi”.

3) ROBERTO BATISTI, “Gabriele Galloni lirico e pornografico”, La Balena Bianca, 11/07/2019

4) MATTEO FAIS, “Ho sputt@@nato i meccanismi dell’editoria. Vanno a caccia di personaggi, non di poeti”: Gabriele Galloni, dopo essersi finto una poetessa e aver avuto diverse importanti proposte di pubblicazione, racconta a Matteo Fais come ha gabbato tutti”, Pangea, 04/07/2019

5) Questo il commento di Veneziani: “Olimpia Buonpastore è estranea a ogni tradizione. Dai suoi versi sembrerebbe estranea persino a se stessa. E forse è un bene. Si addice, l’esilio, a certe voci: da lontano tuonano più forte. Basti pensare a coloro che spedimmo nel deserto e tornarono carichi di ossa d’oro. Qual è la lontananza di Olimpia Buonpastore? Si misura in millimetri o in eoni? Io non so dirlo. Preferisco annullarmi nell’allucinazione marmorea dei suoi versi. Notevolissima l’attenzione metrica, l’utilizzo da manuale dell’endecasillabo che a volte dà quasi una impressione di austera freddezza, come a sottolineare lo squartamento programmatico e irrimediabile della figura-madre”. A questo punto, data la grande messa in scena, non è chiaro se questo commento sia realmente stato scritto da Antonio Veneziani o se, al contrario, dietro di esso si celi nuovamente il subdolo artefice dell’intero gioco, ovvero Galloni. Come che stiano le cose, non si comprende il perché un autore di rilievo – per alcuni – come Veneziani (e la stessa redazione di Pangea) si sia reso sostanzialmente disponibile (fornendo il proprio nome in tale commento) a una stramberia del genere, a questa congerie assurda, palesemente malata e ridicola. Si consideri che Galloni aveva anche aperto una pagina Facebook a nome “Olimpia Buonpastore” fingendosi questa sua creazione, dove pubblicava testi. Tale pagine, alla data del 04/10/2020, risulta ancora essere esistente e attiva.

6) Galloni porta alle estreme conseguenze – complice il mal utilizzo dei social e della rete internet in generale – l’idea dell’eteronimo, vale a dire di un nome fasullo dietro al quale trincerarsi (Pessoa fu maestro indiscusso dell’eteronimo) utilizzato da molti grandi scrittori e anche dal poeta meridionale Beppe Salvia, che Galloni ben conosce e apprezza, che utilizzò lo pseudonimo femminile di Elisa Sansovino per firmare alcune poesie, ritenute molto belle al punto da consentirgli buoni risultati e attenzione.

7) MARIO BAUDINO, “La beffa di Olimpia, poetessa online”, La Stampa, 04/07/2019

8) Così ebbe a scrivere su Facebook rivelando la fine del gioco e svelando la reale paternità di quelle poesie: “Volevo creare un personaggio; l’editoria italiana, più che di autori, ha bisogno di personaggi. It’s a fact”.

9) MATTEO FAIS, “Ho sputt@@nato i meccanismi dell’editoria. Vanno a caccia di personaggi, non di poeti”: Gabriele Galloni, dopo essersi finto una poetessa e aver avuto diverse importanti proposte di pubblicazione, racconta a Matteo Fais come ha gabbato tutti”, Pangea, 04/07/2019

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