Alle ore 22.15 del 22 ottobre, il Sole entrerà nel Segno dello Scorpione. La figura scorpionica celeste era conosciuta dai Babilonesi, laddove invece, in Egitto, lo Scorpione (femmina) era individuato in un’altra parte del cielo e dunque non può avere influenzato la rappresentazione greca. Il nome del Segno, in greco, suona Skorpios, termine legato all’indoeuropeo (s)quere, con significato di scindere, dividere in due, screpolare. In latino si hanno varie forme: Scorpios, Scorpius, Scorpio.

Ma i Latini hanno anche usato il nome africano (punico, forse) Nepa. Osserva Festo: Nepa Afrorum lingua sidus quod Cancer appellatur, vel, ut quidam volunt, Scorpios. Ed è interessante notare come, secondo Manilio, Cartagine e la Libia si trovano sotto l’influenza dello Scorpione. Vero è, d’altro lato, che nell’Africa del Nord gli scorpioni sono particolarmente numerosi e pericolosi. Stella clara Scorpionis è l’espressione usata da Columella per indicare la stella più luminosa dell’asterismo in questione, chiamata dai Greci Antares, cioè avversario di Aries-Marte (antì Ares), per il suo colore rossastro simile a quello del pianeta che porta il nome del dio della guerra.

Ma percorriamo, ora, le vie del mito. Scorpione. Striscia l’aracnide sulla terra. Ma ce n’è uno in cielo. Perché?… Irieo è vecchio. E rimpiange di non aver voluto figli – egoista – in gioventù. Ora che si approssima il tempo della sua fine sarebbe per lui motivo d’allegrezza un giovane uscito dai suoi lombi. Ma oramai, a meno di un miracolo… Ed ecco, un giorno, giungono alla sua capanna di contadino tre uomini. Altri non sono che Zeus, Poseidone ed Ermes in incognito. Irieo dà il meglio di sé nell’accoglienza. Se ne compiacciono gli dèi e, rivelandosi per quelli che sono, esortano il vecchio ad esprimere un desiderio. A loro l’esaudirlo. – Un figlio! Vorrei un figlio! – esce la richiesta più dal cuore di Irieo che dalla gola. – Sacrificaci un toro, contadino – ribattono i tre. Il toro è sacrificato e della sua pelle si fa un otre. E gli dèi introducono nell’otre i loro membri e riversano, in esso, liquido seminale e fors’anche urina. Ben chiuso, l’otre è poi sotterrato e dopo nove (o dieci) mesi balza fuori dal suolo un gigante: Orione. E’ forte e vivace; ama la caccia: di animali e donzelle. Sposa Side, dapprima. Ma questa è precipitata nel Tartaro da Era, che punisce la sua vanità. Ancora si innamora, Orione, di Merope, figlia di Enopione di Chio; e la chiede al padre. – Sarà tua se libererai l’isola dalle fiere che l’infestano – stabilisce Enopione. Nessuna difficoltà per il gigante cacciatore. Ma mai si accontenta Enopione e sempre osserva che belve feroci sono state avvistate. In realtà, segretamente innamorato della figlia, non vuole concederla ad alcuno. Orione più non resiste e, ubriaco, violenta Merope. Enopione gli strappa gli occhi. Si fa accompagnare a Lemno, l’accecato; e là si carica sulle spalle il giovinetto Cedalione, garzone della fucina di Efesto, perché lo conduca ad Oriente, là dove sorge il sole. Spera che Elios, colpendo con la propria luce le sue orbite vuote, gli renda la vista. E così avviene.

Ora che vede di nuovo, Orione riprende a cacciare. E chi caccia – si sa – prima o poi non può non incontrare Artemide, la vergine dea che nelle cacce è maestra. L’incontra, appunto, il gigante e rincorrono insieme prede nei boschi. Freme ansimante il petto di lei; ondeggiano i suoi fianchi; si scoprono le gambe nella corsa. E si accende il desiderio di Orione che allunga le mani per alzare la vesticciola della dea. Orrendo oltraggio! Ordina Artemide alla terra di aprirsi: si spaccano le rocce e, dal profondo, sorge terribile uno scorpione col micidiale pungiglione eretto, pronto a colpire. Si abbatte pesantemente, Orione, e muore: l’insetto l’ha ferito al tallone e gli ha iniettato il suo veleno. Ed è premio all’animale la sua collocazione in cielo da parte di Artemide. Né manca, la dea, di innalzare sulla volta celeste anche Orione, a memoria dell’evento. Ed è per questo che quando, nella stagione delle piogge, si alza all’orizzonte lo Scorpione dei cieli, tramontano le stelle d’Orione che fugge l’orrido insetto.

Non pochi gli spunti di meditazione. Fissare il sole acceca; ma è fissando il sole che Orione, cieco, riacquista la vista. E chi – si narra – non resta accecato fissando il Sole? L’aquila. E Aquila è un altro nome per lo Scorpione. L’Aquila, si afferma, è lo Scorpione “realizzato”, trasmutato. L’Aquila è la “faccia sublime” dello Scorpione. Si ricordi la medioevale associazione tra segni zodiacali fissi ed evangelisti: Toro-Luca, Leone-Marco, Acquario (Uomo o Angelo)-Matteo, Aquila (Scorpione)-Giovanni. Com’aquila vola San Giovanni fino al Trono di Dio e parla dei Misteri del Verbo. E come aquila plana sulle generazioni il Verbo diffondendo: a forma d’aquila è il leggìo in molte chiese medioevali. L’aquila, d’altro lato, miticamente lotta col serpente (tema ripreso, ad esempio, nello stemma del Messico); ma omologo del serpente è lo scorpione e dunque, lo scorpione-serpente, vinto dall’aquila, diviene aquila lui stesso; come dire: vinta la natura inferiore, si assume quella superiore; si è trasmutati.

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