L’ultimo numero del Time ha riconosciuto l’importanza centrale delle grandi manifestazioni e proteste nel mondo con la sua copertina: The protester, il manifestante. Dalla primavera araba alla Russia. Il disegno va guardato bene perché dice un’altra cosa:  rappresenta infatti una donna, capo e volto coperto come se fosse un niqab. In realtà si tratta di abiti da piazza e da corteo con evidentemente tratti evocativi della grande questione del velo che scandisce il dibattito su islam e politica.  

Così il magazine più famoso al mondo riconosce le proteste degli indignati in tutte le loro declinazioni. Come Occupy Wall Street, le tendopoli di New York con lo slogan: “noi siamo il 99 %” contro l’1% delle banche, delle assicurazioni, dei poteri forti che hanno causato la recessione”.

Ma se disuguaglianza delle grandi rendite (1 % degli americani che controlla il 40 % delle risorse) e la povertà che l’Occidente sta costruendo, sono state dunque la spinta di queste proteste è sbagliato non tenere in grande conto il ruolo centrale che hanno avuto i corpi, quelli delle donne in particolare, e i tentativi di appropriazione da parte delle forze più conservatrici e reazionarie. Oltre a essere una delle tante risposte che si stanno dando alla crisi. L’uso, o la consunzione, del corpo dell’operaio, e quello della modella spezzettato per la vendita, fino alle più feroci deformazioni del sistema consumistico con la vendita illegale di organi.

Una delle motivazioni principali della manifestazione “Se non ora quando” del 13 febbraio è stata la reazione all’uso che Berlusconi ha fatto del corpo delle donne come moneta di scambio e collante per il potere personale. Né nel corso dell’ultima manifestazione di protesta contro le misure penalizzanti che vuole adottare il nuovo governo, della passata domenica 11 dicembre, è stato abbandonato il tema. La pubblicitaria Anna Maria Testa ha mostrato alla piazza, con immagini e esempi, il modo in cui il mercato stesso si penalizza da solo, mancando totalmente  il target cui si riferisce, pur di aggrapparsi a dei cliché passati di corpi di donne spezzettati, fotoshoppati , irreali. La stessa mancanza di senso della realtà che ha portato alla recessione italiana.

Le risposte dal mercato non sono mai incoraggianti, e sicuramente indicative. Una delle deluse dalle notti di Arcore, Sara Tommasi, abbracciati gli ideali di Sclipoti, ha per esempio posato in mutande davanti a bancomat e fotografi contro la manovra di Mario Monti. La ex bocconiana ha appunto scelto di essere lei stessa un prodotto, e di “ mettersi sul mercato” come una scatoletta di tonno. La Diesel, multinazionale dell’abbigliamento italiano, ha appena messo in commercio ginocchiere per praticare sesso orale per molto tempo senza provare dolore alle ginocchia. Si chiamanoBlowjob kneepads”. Per ora commercializzato solo in India, l’oggettino è inoltre imballato in un pacchetto che raffigura una donna a bocca aperta.

Inversamente proporzionale ai diritti umani, civili e al welfare è dunque l’uso del corpo delle donne. E va di pari passo con le proteste, anzi ne è il protagonista principale.

L’avvocata iraniana Shirin Ebadi premio Nobel per la pace a margine della sesta edizione delle Giornate europee per lo sviluppo, il principale forum della Commissione europea sulla cooperazione, a Varsavia ha detto:”Sono contraria all’uso della parola “primavera” perché rovesciare un dittatore non esclude che il suo posto non verrà preso da un altro. E quando parliamo di democrazia non possiamo chiudere gli occhi su quella metà della popolazione, ossia le donne, che continua a essere oppressa. Si potrà parlare davvero di “primavera” solo quando le donne arabe non subiranno più discriminazioni”.

E del resto una lettera aperta ai salafiti, uscita su un quotidiano egiziano in lingua araba Al Masri El Youm da parte della scrittrice Fatma Naout spiega la repulsione che le donne continuano a provare e delle forze uguali e contrarie che si producono dopo la destituzione dei dittatori: « nel cervello di un salafita ci sono altre cose oltre le donne?” si chiede la scrittrice. “Di solito gli esseri umani sono felici di essere al centro delle conversazioni altrui. Non è il caso con i salafiti: le donne sono stanche di essere l’unico argomento delle loro tesi, la loro preoccupazione ossessiva. Tutte le fatwa salafite consacrano solo l’idea che le donne sono un corpo, un involucro di carne privo di ragione, strumento di piacere e ricettacoli di tentazioni ambulanti (…). E’ molto triste che la vista di capelli di donna senza velo tormentino i salafiti che invece non sono tormentati dallo spettacolo di bambini che frugano nella spazzatura con i piedi nudi, assieme a cani e gatti alla ricerca di un pezzo di pane. Non abbiamo sentito le loro fatwa a favore dei bambini destinati alla delinquenza e alla fame. Invece ci riempiono la testa con questioni riguardanti i capelli delle donne,  sul divieto di portare i tacchi, sull’impudicizia della loro voce, la loro incompetenza, sulla necessità di picchiarle e rimetterle sulla giusta strada.”

Sicuramente ogni forma di divieto e di censura è insopportabile ma i corpi femminili sono il pretesto e il terreno di scontro di due forze nella guerra delle identità tra occidente e oriente, uguali e contrarie: una di grande immoralità, priva di etica, alla quale si contrappone solo una debole voce di taglio moralista, l’altra religiosa e di controllo totale. Una frutto del controllo e dello sfruttamento da parte del mercato, l’altra da parte delle religione. In entrambi i casi non hanno nulla a che vedere né con la modernità né con la crescita che potrebbero essere delle risposte importanti alla crisi. Resta il fatto che il corpo delle donne continua e deve continuare a essere centrale nelle proteste delle indignate di tutto il mondo.

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