Nel corso di questa campagna elettorale, come del resto durante le precedenti, ogni critica proveniente da un’istituzione “terza” nei confronti di una delle parti in campo riceve un risalto talvolta eccessivo, anche se non privo di fondamento.

In questa settimana lo spunto è arrivato da Bruxelles, dove la Commissione ha pubblicato il Rapporto annuale sul lavoro e gli sviluppi sociali (Employment and Social developments in Europe 2012, allegato di seguito). La discussione si è accesa in merito ad un breve approfondimento, riportato all’interno della pubblicazione, riguardante gli effetti dell’IMU in termini redistributivi.

 

In buona sostanza, i tecnici della Commissione hanno stimato che la tassa sulle proprietà immobiliari, reintrodotta quest’anno anche sulla prima casa, contribuisce ad inasprire l’ineguaglianza nel nostro Paese, andando a colpire maggiormente chi percepisce un reddito complessivo più basso. La causa principale di tale distorsione risiede nel fatto che l’IMU è calcolato in modo completamente indipendente rispetto al reddito del possessore dell’immobile, con l’eccezione del tetto di 200 euro per i non abbienti. La Commissione, tuttavia, non suggerisce affatto di rimuovere l’imposta, almeno sulle abitazioni principali, ma auspica un ripensamento in chiave progressiva della stessa, per cui chi è più ricco deve pagare di più. Il punto critico, in altre parole, non è il peso dell’imposta sui redditi delle famiglie, quanto piuttosto l’aumento generico ella disuguaglianza fiscale.
Prendere la palla al balzo, al fine di attaccare il premier uscente Mario Monti, è stato dunque molto semplice, specie per gli esponenti del Pdl, che stanno facendo della lotta all’IMU il loro cavallo di battaglia: se anche l’Europa critica il Professore, non resta che cavalcare l’onda. Ciò non significa che la questione, ovviamente, non debba essere discussa, ma andrebbe quantomeno inserita in un contesto più ampio: nel Rapporto viene trattata sotto l’aspetto prettamente tecnico, non volendo la Commissione esprimere alcun giudizio politico.

Ad ogni modo, il dibattito italiano è finito per concentrarsi su una manciata di righe in un testo composto da quasi 500 pagine, dal quale emergono numerosi aspetti, di cui buona parte preoccupanti, in merito al mercato del lavoro ed alla sicurezza sociale. Attraverso un’efficace lavoro di comparazione, infatti, il Rapporto facilita l’individuazione delle debolezze strutturali del nostro Paese, specie sul fronte dei salari e dell’occupazione. Discutere degli andamenti tendenziali e delle misure legislative intraprese dagli altri governi dell’Unione costituirebbe certamente un’attività più costruttiva per il panorama politico italiano, ancora troppo fossilizzato su stereotipi superati e tematiche campanilistiche. Il lavoro è senza dubbio un argomento sensibile per molti italiani, per cui non basta addossare le colpe ai governanti passati, all’Europa o alla crisi mondiale, ma occorrono invece proposte politiche concrete, magari prendendo spunto da altre esperienze.

Un dato molto interessante, ad esempio, riguarda la presenza in 20 paesi su 27 di una norma sul salario minimo per quanto riguarda il lavoro dipendente. Si passa dai 148 euro al mese della Bulgaria ai 1.800 del Lussemburgo: le distanze, ovviamente, si riducono notevolmente osservando i valori corretti in base al potere d’acquisto. L’imposizione di una regola simile contribuisce a ridurre il rischio, affrontato dalla forza lavoro, di finire in alcune “trappole”, per cui i disoccupati smettono di cercare un’occupazione per via delle retribuzioni troppo basse.
Il fenomeno è incentivato dalla pressione fiscale complessiva, che nel nostro Paese si aggira intorno al 55%, grazie alla quale un eventuale stipendio viene “mangiato” dalle tasse. Le conseguenze di un mercato salariale “selvaggio” quale quello italiano, per cui si accettano retribuzioni insufficienti rispetto agli standard di vita, sono sostanzialmente due: l’accettazione del lavoro in nero e l’impoverimento del patrimonio familiare, eroso dai consumi di sostentamento. Sotto quest’ultimo aspetto, la Commissione mostra come le famiglie italiane abbiano perso il 5% del proprio reddito disponibile tra il 2007 ed il 2009, secondi solo a Lituania, Grecia ed Ungheria. Inoltre, mentre nel triennio 2010-2012 le famiglie tedesche e francesi tornavano ad accumulare ricchezza, le nostre perdevano un ulteriore 1,5%.

Il rapporto offre inoltre una panoramica dettagliata in merito alle politiche sulla disoccupazione, individuando alcune macroaree caratterizzate da misure notevolmente differenti. Nei paesi del nord, in particolare quelli scandinavi, lo Stato contribuisce generosamente al mantenimento del reddito in seguito ad un licenziamento. Il tasso di reinserimento nel mondo del lavoro è particolarmente elevato, specialmente grazie alle cosiddette “politiche attive”, fondate principalmente su un sistema di formazione professionale. Nei paesi continentali, quali la Germania, i contributi statali sono più bassi, ma sono compensati da un meccanismo di benefici alquanto diffusi, quali la priorità per alcuni impieghi e la completa gratuità dei servizi pubblici. In Italia, come in quasi tutti Stati meridionali, si punta piuttosto sulle politiche “passive”, tra cui spicca la cassa integrazione, mancando di fornire un servizio efficace di adeguamento delle competenze.
L’elargizione di un compenso temporaneo è inoltre commisurato agli anni di anzianità lavorativa ed all’età, per cui i giovani risultano quasi completamente tagliati fuori, nonostante siano la categoria più esposta alla precarizzazione.

Avere un lavoro, tuttavia, non garantisce l’esenzione totale dal cosiddetto “rischio povertà”, visto che i guadagni potrebbero essere insufficienti rispetto alle spese. Nel nostro Paese la caduta dei salari, iniziata molto prima dell’odierna crisi, ha enfatizzato questo drammatico fenomeno, per cui un lavoratore su dieci potrebbe finire al di sotto della soglia di povertà.
Anche in questo caso, inutile dirlo, i paesi del nord navigano in acque decisamente migliori, con tassi che si aggirano intorno al 6%. Complessivamente, lo scenario di prospettiva si presenta quanto mai fosco, nonostante fino ad oggi sia stato attenuato dalla disponibilità economica delle famiglie: in Italia, infatti, il sostentamento familiare ricopre un ruolo estremamente significativo, di gran lunga superiore rispetto alla maggioranza degli altri paesi.

Le considerazioni che emergono dal Rapporto, esposte solo in minima parte in questo articolo, esprimono dunque una situazione poco incoraggiante per il nostro paese. È tuttavia necessario rimarcare l’utilità di uno studio del genere, in quanto la condivisione delle esperienze rimane uno strumento estremamente efficace per implementare nuove politiche.
La nostra classe politica dovrebbe dunque far tesoro di questi esempi, senza guardare all’Europa né come un giudice inquisitore né tantomeno come un un’istituzione dogmatica, ma raccogliendo le opportunità e le sfide imposte dal confronto tra 27 paesi.

ESDE_2012_FINAL_0801_1.pdf

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