Il governo sforna ogni giorno misure improbabili, annullamento del riscatto degli anni di laurea per le pensioni, aumento dell’IVA, riduzione dei parlamentari, salvo poi contraddirsi puntualmente per bocca di uno dei suoi esponenti
L’opposizione pare altrettanto spaccata, in attesa che il cadavere dell’esecutivo passi lungo il fiume, mentre la CGIL prepara lo sciopero generale prima ancora di conoscere il testo definitivo della manovra. Nel frattempo, sui media rimbaza la notizia che la Ragioneria di Stato farebbe notare che la copertura finanziaria della manovra è quantomeno oscura, se non frutto dell’immaginazione dei nostri grandi strateghi in materia economica, sostenendo che mancano all’appello alcuni miliardi.
Nel frastuono tutto italiano generato dal confuso dibattito sui contenuti di questa manovra si è sentita nei giorni scorsi una flebile vocina, quasi un’eco lontana, da parte di un personaggio semi-sconosciuto. Si tratta di Amadeu Altafaj, portavoce del commissario europeo per gli affari economici e monetari Olli Rehn, che in una breve intervista ha esposto le preoccupazioni dell’Europa rispetto alla carenza di “misure strutturali” destinate “ad agevolare e sostenere” la crescita, facendo riferimento ai “parametri” indicati nelle famose raccomandazioni di giugno da parte del Consiglio. Queste poche parole hanno fornito finalmente un argomento valido a molti esponenti dell’opposizione, che non hanno mancato di citare l’intervento in ogni occasione mediatica.
Ragionando con la pancia, verrebbe da chiedersi cosa pretende questo mostro europeo, che ogni giorno sembra chiedere maggiori sacrifici al nostro paese: al di là delle modalità discutibili del governo, ci stiamo seriamente impegnando per ridurre il deficit ed il debito, attraverso tagli alla spesa pubblica che, comunque vada a finire, porteranno una perdita secca di benessere. Invece continuano a piovere critiche, stavolta per evidenziare carenze strutturali che determinano tassi di crescita da terzo mondo. Il ragionamento, quindi, porta ad una conclusione semplice: se questi tagli invocati dall’Europa non portano alla crescita economica, non portano benessere e non rassicurano i mercati, allora a cosa servono? Nessuno, almeno nella nostra classe dirigente, risponde con chiarezza a tale domanda, che è assolutamente lecita in un momento come questo.
Il punto da chiarire è che l’Europa non nutre una particolare antipatia verso l’Italia ed il suo governo. Dato che persegue una linea di azione economica fondata su una precisa teoria, detta “mainstream” (dominante) in opposizione rispetto ad altri punti di vista, rileva semplicemente che il nostro paese sta agendo contro ogni logica dettata dai libri di testo. In sostanza, il credo europeo in materia di controllo dei conti pubblici può essere così riassunto: bisogna contenere al massimo la spesa, in modo da ridurre il deficit e quindi il debito pubblico in termini monetari, ma poiché questo porta ad un rallentamento del PIL, è necessario stimolarlo attraverso l’abbattimento delle cosiddette “barriere al mercato”, quali corruzione, evasione fiscale, costi burocratici, liberalizzazioni. Tagli, dunque, ma accompagnati da una regolamentazione legislativa ed economica più efficiente.
Lasciando da parte le valutazioni di impostazione, su cui il dibattito accademico è più vivo che mai, è evidente che per l’Italia questa non sia una strada facile da percorrere. La spesa pubblica è una delle voci che contribuiscono alla formazione del PIL, insieme ad investimenti, consumi privati ed esportazioni: è chiaro che una manovra da oltre 40 miliardi ha effetti recessivi, come peraltro affermano le parti sociali a cominciare da Confindustria. Se aggiungiamo che il tasso crescita del PIL, secondo le stime aggiornate del FMI, dovrebbe attestarsi quest’anno intorno allo 0,8%, tra i più bassi d’Europa e del mondo, la recessione sembra davvero ad un passo. Un PIL vicino allo zero, o peggio ancora negativo, è una tragedia di gran lunga peggiore rispetto ad un deficit elevato: significa che il paese ristagna, che in un anno non si è prodotta alcuna ricchezza aggiuntiva, che non ci sono prospettive per il futuro. La fiducia dei mercati, già in bilico come si evince dagli aumenti repentini dello spread sui titoli in questi giorni, crollerebbe in maniera definitiva.
Sotto il profilo delle barriere di mercato, poi, la nostra economia è quasi un caso di studio nell’ambito dei paesi occidentali, in quanto presenta tutte le problematiche che da manuale dovrebbero essere rimosse. Un indicatore interessante, tra i molti che potrebbero essere citati, è il “Doing Business Ranking” della Banca Mondiale: questa classifica misura gli ostacoli incontrati da un investitore che vuole avviare un’impresa, unendo molti fattori tra cui costi burocratici, tempi d’attesa, tassazione, capacità di far rispettare i contratti, accesso al credito. Quest’anno siamo all’80° posto (su 180 paesi), mentre Germania e Francia sono rispettivamente al 22° ed al 26°. Senza scendere nel dettaglio, basti pensare che siamo 157° posto per costi amministrativi, sia a causa della tassazione elevata che delle ore di lavoro necessarie per affrontare la burocrazia.
Se si vuole tener fede alle indicazioni europee di politica economica, dunque, i tagli non sono sufficienti: molto ci sarebbe da correggere nel sistema produttivo italiano, ma la sfida sembra veramente ardua, specie in un lasso di tempo così breve. Quando si tratta di argomenti quali corruzione e riduzione della burocrazia, si entra in un circolo perverso dove chi dovrebbe decidere è lo stesso che ci guadagna dal mantenere tutto com’è. D’altra parte in Italia la crescita non sembra essere tra le priorità della politica, mentre negli altri paesi occidentali la performance economica è alla base del giudizio degli elettori. “Meno male che c’è l’Europa”, verrebbe da dire.

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