Per prima cosa ci preme esprimere tutta la nostra solidarietà e vicinanza ai pubblici funzionari additati al comune ludibrio come capri espiatori per responsabilità proprie, ma soprattutto altrui, in questa brutta storia.

Se abbiamo ben capito, al nostro ministro degli interni viene richiesto un incontro dal rappresentante diplomatico di quello che è conosciuto come uno degli Stati più dispotici del mondo dove, a detta di Amnesty international e altri organismi umanitari è praticata costantemente la tortura. Il ministro non si domanda cosa voglia da lui il rappresentante di uno degli Stati più dispotici ma, infastidito dalla insistenza,  lo gira ad un suo dirigente senza dargli nessuna istruzione in merito, come ad esempio rifiutare qualunque collaborazione con il diplomatico di uno Stato liberticida. Costui, o chi per lui, riceve il suddetto rappresentante che gli mostra la richiesta di arresto ed estradizione di un tale, in base ad un mandato internazionale per truffa e condisce il tutto con ulteriori informazioni terrificanti sul soggetto.

Il dirigente non si preoccupa di accertare chi sia il ricercato anche se la storia e, più banalmente, la cronaca indurrebbero a prestare la massima attenzione quando uno Stato dispotico etichetta un suo cittadino come delinquente. Così non fa alcuna indagine, nemmeno la più elementare ma si fida del rappresentante dello Stato dispotico, altrimenti  avrebbe facilmente scoperto come il ricercato fosse il maggior oppositore in esilio di quel regime. Persona alla quale l’Inghilterra aveva riconosciuto lo status di rifugiato politico. Né si preoccupa della sorte a cui andrebbe incontro un, sia pur truffatore, ricondotto nel suo paese spietato, tanto meno si chiede come mai ci sia tale interesse del paese dispotico da far scomodare con insistenza lo stesso ambasciatore.

Il funzionario, o chi per lui, organizza una squadra di 50 (cinquanta!?) uomini e all’alba fa scattare il blitz al fine di catturare il truffatore. Ahimé non lo trova ma trova una  donna indifesa e la sua figlioletta che risulteranno essere moglie e figlia del delinquente, alias dissidente dello Stato dispotico. La mamma mostra un passaporto ma se ne accerta prontamente, ed  erroneamente, la falsità.

Il nostro funzionario, o chi per lui, conclude quindi che le due donne  sono in Italia clandestinamente e, con l’ausilio del ministero degli esteri,  conferma che non hanno copertura diplomatica, né riceve richiesta di asilo dalla donna terrorizzata e senza conoscere una parola di italiano. Decide dunque per il rimpatrio e invia le informazioni farlocche (come il fatto che la signora abbia precedenti penali) alla magistratura ottenendone tutte le autorizzazioni necessarie. Nemmeno si preoccupa di porre mamma e figlioletta nelle mani dello stesso rappresentante diplomatico dello Stato dispotico  evidentemente perché non immagina che costoro potranno essere usate come arma di pressione o strumenti di informazioni da parte di un paese dedito alla tortura. Oppure, come è più facile, se lo immagina ma gliele affida egualmente per pura crudeltà personale e non perché obbligato da coercitive volontà superiori.

Nemmeno si chiede come mai il diplomatico dello Stato dispotico risolva personalmente e prontamente il problema del trasporto aereo  per riportare con tutta fretta in patria una donna e la sua bimba che non sono il pericoloso truffatore ricercato ma solo la moglie e la figlia. Gli viene spiegato che se avessero percorso le normali trafile avrebbero corso il rischio di un attacco devastante presso l’aeroporto di Mosca. Il nostro o chi per lui, non si preoccupa di chiedere in merito conferme ai russi e tanto meno di informarli del tremendo pericolo che stanno correndo ma dà subito retta al diplomatico e gli mette in mano le donne affinché siano, in soli due giorni (due giorni!?), rimpatriate nello Stato dispotico.

All’avvocato della donna che chiedeva di poterla incontrare viene concesso il colloquio ma purtroppo è fissato il giorno dopo che la stessa abbia fatto frettoloso rientro in patria. Nel frattempo i nostri servizi segreti non sanno nulla di tutto questo, pur se intorno alla villa del blitz era appostato un loro collega in pensione, incaricato dai servizi segreti israeliani. Dopo di che, nonostante i cinquanta uomini impiegati, nonostante l’intervento pressante di un ambasciatore, nonostante un mandato internazionale, nonostante l’interesse israeliano, nonostante il pericolo scampato di una strage all’aeroporto di Mosca, il nostro dirigente ritiene quanto avvenuto così banale da non tenerne costantemente informato il ministro, che pure gli aveva girato la questione, e tanto meno da redigere una sollecita relazione conclusiva al fine di ottenerne l’approvazione prima che fosse troppo tardi.

E noi dovremmo credere a queste panzane? Certamente sì se abbiamo creduto che Ruby fosse la nipote di Mubarak, che le olgettine siano  semplici beneficate dalla generosità di un anziano, che i cambi di partito per far cadere un governo siano meri ravvedimenti di coscienza e che la stretta amicizia tra il dittatore dello Stato dispotico e un nostro ex presidente del consiglio sia puramente casuale.

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