17 febbraio 1600. È quasi l’alba. Il portone del carcere romano di Tor di Nona si apre. Esce un gruppo di persone in lugubre processione, vestite con il saio nero e con le torce accese. Al centro sta un uomo. La sua lingua è bloccata in una morsa di metallo con un ferro che gli penetra in gola per evitare che possa pronunciare parola. Il corteo giunge a Campo de’ fiori e si ferma all’altezza di una catasta di legna.
L’uomo viene spogliato e legato ad un palo. È condannato alla pena capitale in quanto “heretico, impenitente, pertinace et ostinato”. Viene accesa la pira. L’uomo è bruciato vivo. I suoi libri sono bruciati. Ma non bruciano le sue idee. Il suo nome sarà per sempre il simbolo della contrapposizione tra autorità e libertà. Il suo nome è Giordano Bruno.

Gli atti del processo
Il processo contro Giordano Bruno si svolse inizialmente a Venezia, in un secondo momento fu spostato a Roma per volere del Papa. I documenti relativi alla fase veneziana sono conservati nell’Archivio dei Frari, deputato alla documentazione integrale degli atti compiuti nella città.
Al contrario, gli atti del processo romano sono andati perduti. Come è possibile che un processo così clamoroso per la forte personalità dell’imputato non sia stato conservato? Sappiamo che nel 1810 Napoleone aveva ordinato il trasporto degli archivi pontifici e di quelli del Sant’Uffizio nella capitale francese. Sappiamo inoltre che all’epoca, durante le normali operazioni di snellimento degli archivi, la documentazione criminale poteva essere scartata in quanto ritenuta senza valore storico e lesiva per i discendenti degli imputati. È probabile quindi che gli atti fossero tra quei documenti processuali che nel 1817 furono fatti a pezzi, macerati in acqua e venduti ad una fabbrica di cartoni.

BrunoIl Sommario
Nel 1940 fu monsignor Angelo Mercati a trovare nell’archivio personale di Pio IX un volume di carte della Congregazione del Sant’Uffizio, messo insieme dal canonista Francisco Peña tra la fine del 500 e l’inizio del 600, contenente alle carte 202-231 il sommario del processo bruniano. Il sommario fu compilato, con ogni probabilità non prima del 1597, in una fase finale del processo, ad uso dell’assessore della Congregazione e dei membri del tribunale romano. Era già stato trovato nel 1886 da Gregorio Palmieri e riposto, senza che se ne desse notizia, in quella nuova sede. Luca Carboni, segretario dell’Archivio Segreto Vaticano, spiega che “fu il clima di forti contrapposizioni dell’epoca, dovuto sia alla fine dell’esistenza dello Stato pontificio che al nascere della Questione Romana, a suggerire di mantenere segreto il ritrovamento”.
Il Mercati, oltre ad averlo restituito alla sua collocazione originaria nella Miscellanea dell’Archivio Segreto Vaticano (Armadio X, 205), lo ha reso noto pubblicandolo due anni dopo. Attualmente il Sommario è esposto ai Musei Capitolini, in occasione della mostra organizzata in accordo con l’Archivio Segreto Vaticano. Il documento è costituito da una serie di estratti, in parte trascritti in parte riassunti, dedotti dal volume degli atti la cui paginazione è stata annotata, quasi sempre, ai margini del sommario. Questi continui riferimenti agli acta hanno permesso di ricostruire quasi fedelmente la disposizione ed il contenuto del volume originale. Gli argomenti sono divisi in 261 paragrafi raccolti sotto 34 titoli: accuse, costituti bruniani, spunti di difesa, difese bruniane contro le censure estratte dai suoi libri. Sono gli interrogatori a fare emergere la personalità di Giordano Bruno, a fornire preziose informazioni e curiosità della sua vita.

Bruno1Il cavaliere errante senza religione
Filippo Bruno di Nola, a soli diciassette anni diventa frate domenicano con il nome di fra’ Giordano. Colto e dotato di una memoria prodigiosa, entra presto in conflitto con la regola conventuale a causa del suo carattere irruento, della sua fervida immaginazione e della sua voglia di sapere. Nel 1576 è costretto a lasciare il convento di Napoli e a deporre l’abito domenicale perché accusato di eresia e sottoposto a processo, come spiegherà durante gli interrogatori veneti e romani, con l’accusa di aver diffuso dottrine eretiche parlando con i confratelli, di non venerare le immagini dei santi e di essere in possesso di libri con scolii di Erasmo, autore messo all’indice. “Al vero filosofo, ogni terreno è patria” soleva sostenere. Inizia così il suo lungo peregrinare alla ricerca di un rifugio sicuro dove poter diffondere le proprie idee: approda a Ginevra dove nel 1579 viene scomunicato dalla comunità calvinista, soggiorna a Lione, insegna filosofia a Tolosa e a Parigi. Qui inizia a pubblicare i libri contenenti il suo pensiero.

Uno 007 al servizio di Sua Maestà
“Sr Doctor Jordano Bruno Nolano a professor in philosophie intendeth to pass into England, whose religion I can not commend”. Con queste parole l’ambasciatore inglese a Parigi annuncia l’arrivo di Giordano Bruno in Inghilterra. È il 1583. È qui che pubblica i suoi capolavori cosmologici e morali. Dopo un breve insegnamento ad Oxford, essendo venuto in contrasto per le sue teorie astronomiche e per il suo carattere irruento con alcuni docenti, da lui definiti “ciechi somari che non si preoccupano di cercare la verità ma solo di studiare e giocare con le parole”, si trasferisce a Londra. Entra in contatto con la regina Elisabetta autrice, insieme al padre Enrico VIII, della separazione della Chiesa inglese da Roma e della nascita dell’anglicanesimo. La politica religiosa della regina provoca forti tensioni nel regno e numerosi tentativi di congiura contro di lei. Uno di questi culminerà con l’uccisione di Maria Stuart, regina cattolica di Scozia e legittima erede al trono d’Inghilterra. Michel de Castelnau, ambasciatore francese a Londra, aveva cercato con l’aiuto dei cospiratori cattolici di riportarla sul trono inglese. Secondo la studiosa Ingrid Rowland, Giordano Bruno sarebbe stato inviato sotto copertura presso l’ambasciata francese come prete cattolico. Uno 007 al servizio di Sir Francis Walsingham, l’uomo che aveva organizzato la rete di agenti segreti della regina. Bruno sostiene la politica estera protestante di Elisabetta in quanto antipapista e perché ne ammira il nuovo ordine di giustizia, tolleranza e armonia. Con lo pseudonimo di Henry Fagot («fascine per il rogo», quasi una premonizione) scrive a Walsingham e direttamente a Elisabetta. Corrompe il segretario dell’ambasciatore per poter accedere a tutta la corrispondenza segreta tra Maria e la Francia. Ottiene la conferma del complotto. Viene a conoscere i piani per avvelenare i profumi e la biancheria della regina. Sventa così la più seria minaccia alla regina d’Inghilterra. Secondo Rowland, Bruno è una spia eccellente, è coraggioso, brillante, solido, attento e senza scrupoli morali nei confronti di amici e nemici. Di diverso avviso è Luca Carboni, segretario dell’Archivio Segreto Vaticano, per il quale la ricostruzione di Rowland non ha alcuna attendibilità storica ma è da considerarsi solo una congettura romanzata, una delle tante nate intorno alla figura carismatica di Giordano Bruno.
Bruno non si ferma. Decide di ripartire. È l’autunno del 1585 quando torna a Parigi, pochi mesi dopo va in Germania dove compone le sue opere magiche e professa l’arte divinatoria. Nel 1598 subisce una nuova scomunica da parte della chiesa luterana di Helmestedt. Ancora una scomunica per punire la sua insofferenza e insubordinazione nei confronti di ogni forma di autorità e della tradizione dogmatica.


Bruno2Dal pensiero all’azione: lo scontro con la Chiesa

Nel 1591 il patrizio veneto Giovanni Mocenigo lo invita a recarsi a Venezia per insegnargli “l’arte della memoria et inventiva”. Accetta. Bruno il temerario, frate apostata e fuggiasco, varca le Alpi e giunge in una terra soggetta all’intransigenza cattolica. Con il suo gesto stupisce ancora una volta i suoi contemporanei. Perché torna? Forse crede che la posizione del Mocenigo e le libere istituzioni venete gli possano assicurare la giusta protezione, forse sente il bisogno di un sincero ravvedimento e decide di attuarlo sotto il mite pontificato di Gregorio XIV. Forse decide semplicemente di passare dal pensiero all’azione, dall’insegnamento alla predicazione. Afferma da sempre che la dignità dell’uomo, la sua nobiltà, il suo significato, dipendono dal suo agire; che il premio dell’azione è nel senso dell’azione, nella sua fecondità, in quello che l’azione dà per se stessa. La sua è un’etica di operosità, un elogio congiunto del lavoro manuale e di quello intellettuale. “L’uomo non contempli senza azione e non operi senza contemplazione”. Ma questa concezione della vita, sebbene rompa con una vecchia morale, non significa rifiuto di vincoli morali, bensì una morale nuova e più rigorosa intesa come responsabilità personale e profonda. La religione deve intendersi come un invito ad assurgere alla filosofia. L’essenziale per Bruno, non è la religione, ma la morale. Una morale senza dogmi, che elimina la necessità di una educazione ecclesiastica, che mira alla liberazione attraverso lo sforzo e la volontà individuale. La filosofia bruniana è una filosofia dell’eroismo, diretta a liberare gli uomini dalla paura. “Quando la paura sia caduta dal nostro animo, noi siamo veramente uomini, parte consapevole, cioè, dell’infinito”. La Chiesa non capisce.
Bruno compie un’altra conquista: fornisce un’interpretazione dell’ipotesi eliocentrica Copernicana come concezione liberatrice della natura universale. In questo modo restituisce l’uomo a se stesso, lo rende padrone della propria sorte. Divenuto centro consapevole del proprio mondo, l’uomo smette di temere la natura, di cui ora riconosce grandezza e significato. Bruno sostiene l’idea di un universo infinito popolato da infiniti mondi. Nasce così quella concezione del mondo fisico e del mondo morale che è caratteristica del mondo moderno.
Bruno non è cauto essendo pienamente convinto del potere sterminato della ragione. Proclama il panteismo. Afferma l’esistenza della vita in tutta la natura. Dimostra l’animismo universale. Sostiene che Dio non è una causa esteriore al mondo, ma un artista interiore, un principio efficiente. Per lui ogni parte, anche minuscola dell’universo, è la divinità stessa. Non critica la Chiesa e il clero del suo tempo, scardina molti dei dogmi del cristianesimo, ma non è maestro di irreligiosità.
La sua è una religione naturalistica spogliata di dogmatismi. Il suo intento è quello di ridurre tutto il mondo ad un’unica religione, espressione suprema dell’unico Logo animatore dell’universo.  Per la Chiesa è un eretico.

Bruno4Il processo. Prima parte (costituti 1-7)
Il 23 maggio 1592 Mocenigo, deluso dalla vane speranze riposte nell’insegnamento bruniano e irritato dalla sua volontà di ripartire, presenta una denuncia scritta all‘Inquisitore contenente otto capi d’accusa: di avere opinioni avverse alla fede e aver discusso contro la Chiesa e i suoi ministri, di avere opinioni erronee sulla Trinità, su Cristo, sulla transustanziazione, sull’anima, di non credere alla verginità di Maria, di praticare magia e arte divinatoria, di sostenere l’esistenza di mondi molteplici ed eterni. La sera stessa è condotto dalle guardie in carcere. Il 25 maggio invia una seconda lettera a cui allega un libretto di pratiche magiche trovato tra le carte di Bruno. Viene istituito il tribunale ed inizia il processo. Intanto il 29 maggio Mocenigo invia una nuova lettera in cui accusa il filosofo di Indulgere al peccato della carne e di aver soggiornato in paesi eretici adeguandosi ai loro costumi. I capi di accusa diventano così dieci.
In questa fase Bruno subisce 7 interrogatori, durante i quali racconta il suo peregrinare. Si discolpa dalle accuse con commosso calore e ferma sicurezza. Ammette di avere dubbi in materia religiosa, ma giura di non ne averne mai parlato pubblicamente. Difende i suoi libri dicendo che in essi si parla solo di filosofia. Nega di aver parlato o scritto contro la fede. Se ha posseduto libri di pratiche magiche lo ha fatto solo perché “curioso in tutte le scienze”. I tre testimoni nominati dal Mocenigo si schierano a favore di Bruno. Ma i giudici, disorientati e insoddisfatti, lo incalzano. Forse per evitare un ulteriore esame dei suoi libri, decide di ripudiare le opinioni censurate e lo fa inginocchiandosi davanti ai giudici e chiedendo perdono per gli errori commessi. Questo gesto lo rende esente dalla pena di morte. È salvo. Finisce così la fase veneta del processo.

L’estradizione
La documentazione del processo è inviata al tribunale centrale di Roma affinché sia emanata la sentenza. Questa era la procedura. Data la difficoltà della causa bruniana, è deciso che il reo sia condotto a Roma. Nonostante un primo rifiuto del Collegio veneto, contrario alle stradizioni, il nunzio apostolico Ludovico Taverna  riesce abilmente ad attuare il trasferimento. Il 27 febbraio Bruno giunge a Roma.

Il processo. Seconda parte (costituti 8-15)
La causa languisce per qualche tempo finché arriva una nuova denuncia da parte del cappuccino Celestino da Verona, ex compagno di cella di Bruno. Contiene 13 capi d’accusa, di cui 10 nuovi rispetto alla precedente denuncia. La posizione di Bruno si aggrava. La nuova denuncia va a ledere i due punti cardine della sua difesa: l’esistenza di un unico teste e la sincerità del pentimento.
Uno dei tre testimoni chiamati in causa, Francesco Graziano, conferma tutte le accuse. È probabile che a spingere Celestino e Graziano a tanto astio fosse l’invidia, la mancata stima da parte del Nolano, la paura di essere stati penalizzati da sue presunte dichiarazioni.
Bruno è sottoposto a 8 interrogatori. Tenta di eludere i giudici senza venir meno alle proprie idee. Il tribunale decide di approfondire l’esame di due argomenti, la pluralità dei mondi e la magia. La difesa di Bruno diventa confusa. Cerca allora di sminuire la denuncia di Celestino parlando di astio contro di lui. Ma è inutile. La sua posizione si indebolisce. Il processo si fa incalzante.
Si ordina la ripetizione degli atti. È il gennaio del 1594. Filonardi, avvocato fiscale, estrae dal processo gli Articuli contenenti circa 22 imputazioni. Il tribunale ne consegna una copia a Bruno affinché sulla base di essi compili gli Interrogatoria, un questionario da sottoporre ai testimoni per valutarne l’idoneità e la moralità. Ricominciano gli interrogatori. Da quello di Graziano emerge una nuova accusa: la negazione dell’adorazione dei magi. Celestino conferma le accuse. La posizione dell’inquisito è gravissima: due testimoni confermano tutti gli articoli del Fisco.
A giugno si verifica un incidente processuale: l’arrivo di una nuova denuncia di Mocenigo. Accusa Bruno di aver irriso il sommo pontefice. Il filosofo nega.

Bruno3


Il supplizio della corda

Bruno inizia la stesura della sua difesa, una scrittura di ottanta pagine, che consegna il 20 dicembre 1594 alla Congregazione dei cardinali inquisitori. Il processo è concluso. Si attende la sentenza. Ma si verifica un altro imprevisto. Papa Clemente VIII chiede la lista dei libri mancanti, ancora non visionati, perché testimonianza aperta, pubblica, incontrovertibile delle opinione del Nolano. Sino a quel momento erano pochi i libri venuti a conoscenza diretta dei giudici. Il processo si blocca nuovamente sia per la difficoltà dei censori nel trovare i libri sia per la mole delle cause da dibattere in quel periodo. Passano due anni. Nel dicembre 1596 le censure dei libri sono pronte. A marzo 1597 viene sottoposto ad un nuovo interrogatorio, l’ultimo menzionato nel Sommario, forse questa volta inasprito dal supplizio della corda. Non confessa parola. I giudici non sono soddisfatti e lo chiamano per interrogarlo sulle singole censure. È questo il diciottesimo interrogatorio. L’ultimo. Non emergono dati nuovi ma appare sempre più evidente il punto dolente del processo: la dottrina dell’animazione del mondo, e quindi l’identificazione dello Spirito Santo quale anima mundi e la definizione dell’anima individuale. Bruno nel difendersi è incerto, si contraddice. Ricorre ad ammissioni opportunistiche, argomentazioni forzate, gravi dichiarazioni circa teorie cosmiche e anima. Un strategia difensiva perdente.
L’indagine è esaurita. Viene ordinata la compilazione di un Sommario riassuntivo, identificabile con quello trovato dal Mercati, ad uso del Filonardi e degli altri giudici del tribunale, probabilmente eseguito da Monterenzi, il rappresentante dell’accusa. È il marzo del 1598. Il Sommario è pronto ma il tribunale non è disponibile per le celebrazioni legate alla riconquista di Ferrara. Bisogna aspettare nove mesi per la ripresa del processo. Il caso è intricato. 80 mesi di indagini e espedienti procedurali di ogni sorta non sono riusciti a far luce.

Un filosofo sovversivo
I capi di accusa sono divisi in tre gruppi: azione sovversiva sul piano politico-religioso, teorie cristologiche e dottrine scientifico-filosofiche. È l’ultimo gruppo a rendere grave la posizione del Nolano in quanto suffragate dagli interrogatori e dai suoi libri, che da soli bastano a farlo considerare confesso. Il 18 gennaio 1599 Bellarmino, teologo consultore del Sant’Uffizio, decide allora di consegnare a Bruno otto Proposizioni erronee, estratte dal processo,  affinché le abiuri entro 6 giorni. Bruno sa che opporsi significherebbe la morte e abiurare comporterebbe solo pochi anni di detenzione. Decide di abiurare e lo fa attraverso una scrittura indirizzata allo stesso Bellarmino (questi documenti sono menzionati nel sommario, in cui è conservata solo la copia della sentenza originale). Se non fosse che ad agosto invia a papa Clemente VIII un memoriale, letto il 16 settembre, dove riapre le contestazioni, disserta sulle opinioni censurate, rivelando ancora una volta la sua ostinazione. Riconferma la fedeltà alle tesi condannate. Di questa fase processuale si conserva solo la copia della sentenza originale, ma è viziata. È un riassunto delle vicende processuali e ci sono molte omissioni (quali gli errori dottrinali di Bruno e l’enumerazione delle accuse) e incongruenze (confusione circa le date delle intimazioni date a Bruno per ritrattare). L’irritazione dei giudici è aggravata da una nuova denuncia contro Bruno, accusato di ateismo e di irriverenza nei confronti del pontefice. Dopo vari ed inutili tentativi di convincerlo a ritrattare, il 20 gennaio 1600 papa Clemente condanna a morte Giordano Bruno e ordina che i suoi libri siano bruciati in piazza San Pietro. L’impenitenza finale aveva convalidato ipso iure tutta la massa ingente delle testimonianze incerte.
Dopo aver ascoltato la condanna in ginocchio, Giordano Bruno si alzò e minaccioso disse ai giudici: “Forse con maggior timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla”. Era l’ultima prova della sua ostinazione.

Bruno5Uno scontro fra libertà e autorità
La rabbia di Giordano Bruno è legata alla forte convinzione delle proprie idee e alla conseguente pretesa di un riconoscimento dogmatico delle stesse. I giudici erano altresì convinti di dover estirpare in lui simili errori. Nel Cinquecento la Chiesa stava attraversando un momento difficile dovuto alle guerre civili di Francia e alla pressione del Turco. L’eresia era temuta più che mai, andava estirpata con ogni mezzo. Il processo fu condotto secondo il “rispetto della legalità”, anzi dalla documentazione emergono accenni di “tollerante comprensione” per l’eccezionale personalità dell’inquisito. Lo scontro tra Giordano Bruno e i giudici fu lo scontro tra libertà e autorità.
“Il processo contro Giordano Bruno fu orribile”, commenta monsignor Giovanni Di Michele vicario episcopale per la Vita Religiosa della diocesi di Porto e S. Rufina. “La Chiesa non ha scusanti. Sebbene ci siano degli eccessi sia dal versante degli studi ecclesiastici che ne vogliono fare un esaltato, sia da quello degli studi laici per i quali è un grande del pensiero, è indubbio che uccidere un uomo non vuol dire difendere una dottrina; significa sempre e soltanto uccidere un uomo. Libertà di pensiero, mancata sottomissione ad un’autorità di cui non si è convinti, anteposizione della coscienza ad ogni fede, erano idee che mal si adattavano all’orientamento dottrinale della Chiesa. Al di là delle pene fisiche, appare più disumano il doloroso disinganno, il senso di ingiustizia patito che spiega anche la frase che il Bruno urla il giorno della condanna. Infine la sofferenza e lo stupore nel vedersi inascoltato dallo stesso Pontefice in cui tanto aveva sperato, fino al distacco ultimo, che lo condusse a morire spoglio ormai d’ogni illusione terrena. La Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, nel secolo XX, ha inserito tra i suoi documenti più importanti quello sulla libertà religiosa: Dignitatis humanae, accettando il rispetto della libertà dell’uomo quale culmine del messaggio evangelico. Giordano Bruno avrà pure sbagliato nel teorizzare la formazione della terra e del cielo. I suoi furori saranno stati pure  eccessivi. Rimane però la testimonianza della libertà di coscienza, che ci ha lasciato e per la quale, soprattutto, è stato disposto a morire. Una lezione valida ancora oggi”.

Il rogo a Campo de’ fiori
Il 17 febbraio 1600 si spegneva colui che, nonostante 11 anni di reclusione in convento e 7 di detenzione in carcere, non aveva mai smesso di promulgare l’importanza della libertà dell’individuo e la fede nella fermezza del proprio pensiero.

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