Durante la settimana appena trascorsa gli appuntamenti preparatori si sono intensificati, tra G20 in Messico, Eurogruppo e soprattutto l’incontro di oggi, venerdì 22 giugno a Roma, cui hanno partecipato insieme a Monti, Hollande, Merkel e Rajoy.

Tra gli addetti ai lavori continua a crescere l’attesa per il Consiglio economico del 28-29 giugno, durante il quale i governi dei 27 paesi dell’Unione saranno chiamati a dare risposte in merito alla crisi del debito sovrano. Durante la settimana appena trascorsa gli appuntamenti preparatori si sono intensificati, tra G20 in Messico, Eurogruppo e soprattutto l’incontro di oggi a Roma, cui hanno partecipato, insieme a Monti, Hollande, Merkel e Rajoy.

La riunione dei venti capi di governo, svoltasi a Los Cabos, non è servita a delineare un quadro più preciso delle azioni che saranno intraprese nel vecchio continente. I paesi cosiddetti “emergenti”, che ormai sono “emersi” tanto da influenzare la politica economica globale, spingono per la accelerare la ripresa in Europa. Dal loro punto di vista, infatti, le indecisioni e le titubanze nostrane stanno compromettendo il sistema su cui poggiano le relazioni economiche attuali. L’Europa nel suo complesso rimane infatti una delle zone più ricche del pianeta, per cui le nostre importazioni permetto a paesi come Cina, India, Brasile e Russia di conseguire forti avanzi nella bilancia commerciale. In altre parole noi europei consumiamo in misura di gran lunga maggiore di quanto non facciano questi paesi al loro interno, per cui una riduzione del nostro PIL (e quindi dei nostri redditi) incide fortemente sul loro sistema produttivo. Inoltre, le incertezze sui debiti e sulla resistenza stessa dell’Euro mettono a repentaglio la tenuta del sistema finanziario: la crisi si sta allargando nuovamente alle banche e la dunque la priorità del G20 diventa evitare una nuova Lehman Brothers.

Sul piano dei risultati, il G20 può dunque considerarsi un mezzo fallimento, poiché le proposte avanzate, troppo fumose e mal strutturate, sembrano frutto solamente della frustrazione interna all’Unione Europea e non di un compromesso globale. L’unico punto fermo è stato l’aumento della partecipazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) al capitale del Fondo Monetario Internazionale per circa 450 miliardi, che dovrebbero contribuire alla formazione di un non meglio specificato “muro anti-crisi”. Si è parlato poi di stimolo alla crescita, ma “senza compromettere gli equilibri di bilancio”, ripetendo quello che ormai sembra un mantra non sostenuto per il momento da azioni concrete. Sotto tale aspetto, sarà veramente difficile trovare fondi da investire per sviluppo e occupazione, mantenendo al tempo stesso intatto il rigore imposto da Berlino, anche perché il peggioramento delle stime per il 2012 costringerà probabilmente molti paesi a nuovi sforzi fiscali dagli effetti recessivi.

Incalzati da Obama e dagli altri capi di governo, gli europei hanno poi tirato fuori una timida proposta sull’unione bancaria, a partire dalla creazione di una vigilanza comune. L’idea di fondo è di assicurare un buon livello di stabilità nel sistema, oggi gestito in modo autonomo dai singoli Stati, specie per quanto riguarda i fondi di copertura dei depositi. Per raggiungere tale obiettivo andrebbe fondato un nuovo organismo internazionale, finanziato da contributi nazionali ed in grado di fornire prestiti alle banche in crisi di liquidità: la Commissione ha già fatto sapere che tale progetto è in fase embrionale e che una prima bozza non sarà pronta prima del prossimo autunno. La proposta si è dunque presto trasformata in un’ulteriore conferma del disgregamento dell’Eurozona, dove ognuno agisce sostanzialmente per conto suo.

L’unico progetto che ha suscitato un certo interesse, oltre alla forte presa di posizione da parte della Germania, è stato lanciato dal premier Monti con riguardo all’utilizzo del fondo salva-stati per acquistare direttamente titoli di stato dei paesi a rischio. Si tratta di un rovesciamento del meccanismo messo a punto nei mesi scorsi: invece di concedere prestiti a lungo termine ad un determinato Stato Membro, il fondo servirebbe a “calmierare” l’andamento dello spread qualora la febbre dei mercati salisse oltre un certo livello. Lo strumento diventerebbe quindi puramente finanziario, esulando dall’imposizione delle condizionalità sull’adozione di riforme strutturali, agendo come una banca centrale che tenta di stabilizzare il livello di domanda dei titoli. Inevitabile la fredda reazione della Merkel, che vede nel mancato rigore fiscale la causa di tutti i mali del vecchio continente. La differenza di vedute, infatti, si manifesta proprio sotto tale aspetto. Per alcuni, come Monti ed Hollande, lo spread sale per cause puramente speculative (e dunque squisitamente finanziarie), visto che paesi come l’Italia hanno adottato ingenti misure di riduzione della spesa, sufficienti a portare il deficit su un livello sostenibile nel lungo periodo. Altri invece, tra cui la Germania ed in parte la Commissione, vorrebbero approfittare del contesto attuale per mettere definitivamente sotto controllo i conti pubblici dei paesi “periferici”, al fine di evitare il ripetersi in futuro di un nuovo caso Grecia.

Un altro segnale importante è arrivato proprio da Atene, dove le elezioni di domenica scorsa hanno decretato la vittoria del partito “pro-euro” Nea Dimokratia, seguita dalla sinistra anti-tedesca di Syriza. Il nuovo governo si farà, probabilmente già dal prossimo lunedì, grazie all’appoggio dei socialisti del Pasok, partito che ha gestito la tormentata fase del salvataggio. La categorizzazione delle forze in campo rende l’idea delle pressioni subite dagli elettori greci, costretti loro malgrado a scegliere sulla base di un sentimento piuttosto che su programmi seri e credibili. L’Europa, forse per la prima volta, si è palesemente schierata da una parte, lasciando intendere che una vittoria della sinistra avrebbe gettato il paese in un baratro senza appello. Nonostante questo, i mercati non hanno certamente fatto i salti di gioia: il rischio contagio rimane lì e la situazione economica greca non migliorerà certo da un momento all’altro. Non si può inoltre dimenticare che i dirigenti del nuovo partito di maggioranza sono gli stessi che truccarono i conti pubblici fino allo scoppio della crisi.

Per conoscere le prossime mosse bisognerà dunque aspettare il consiglio della prossima settimana. Il rischio concreto è che l’eccessivo carico di aspettative si trasformi in cocente delusione per l’ennesima occasione sprecata. In tale contesto si inserisce l’azione diplomatica di Monti, impegnato anche oggi a tessere la trama di un quadro comune, ma soprattutto a convincere la Germania della necessità di un cambiamento di rotta. L’alternativa a questo scenario è l’inevitabile manifestarsi di un crescente sentimento anti-europeo: una crisi politica, oltre a quella economica, che il vecchio continente non può permettersi.

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