Qualità, passione, ottima organizzazione. Sono tanti gli ingredienti che rendono il Festival della fotografia etica di Lodi un evento annuale di grande richiamo internazionale. A tal punto che gli organizzatori hanno deciso, quest’anno, di prolungare alcune mostre ed eventi fino al 25 aprile (sarebbe dovuto finire il 15). Il bilancio ancora provvisorio di questa edizione è di circa 3000 visitatori unici e 15000 presenze nelle quindici mostre allestite in centro storico.


Aiutare-i-bambini-2-web-300x197_festival_LodiNel raggio di circa un chilometro e mezzo, intorno a Piazza della Vittoria e lungo la via Fanfulla a Lodi si compie ormai da tre anni un piccolo miracolo: le Chiese sconsacrate di San Cristoforo e dell’Angelo, il Collegio di San Francesco, la sede della Provincia, la Biblioteca e il Teatro aprono battenti per offrire i propri spazi alla fotografia “etica”, mostre e dibattiti con gli autori dedicati esclusivamente «a progetti ricchi di contenuto fotogiornalistico, oltre che artistico», come sottolinea Alberto Prina che, insieme ad Aldo Mendichi e al Gruppo Fotografico Progetto Immagine, associazione di volontariato culturale, ha ideato il Festival che è considerato oggi tra i primi tre più importanti del genere in Italia.

 

«Aldo ed io frequentavamo il Festival di Arles (Ndr Rencontres d’Arles è un festival di fotografia molto importante a livello internazionale che si tiene ogni anno, tra luglio e settembre, nella cittadina di Arles in Provenza) – racconta Alberto – e tutti gli anni tornando a Lodi ci dicevamo: “Ma perché non qui!”. Abbiamo così deciso di metterci all’opera ed è nata l’idea di concentrarci sulla fotografia etica. Nella prima edizione abbiamo dato spazio soltanto ai lavori realizzati in collaborazione con le Ong. Anche quest’anno abbiamo invitato due Ong, la Fondazione Aiutare bambini – con il lavoro “Mama Bissau” di Gianpaolo Musumeci realizzato in Guinea Bissau – e l’Associazione “In Cammino con Suor Marcella” – con gli scatti di Marco Baroncini, “Waf Jeremie, l’inizio della speranza” realizzati ad Haiti. Ma abbiamo scelto anche, come già lo scorso anno, lavori individuali coinvolgendo fotoreporter e agenzie fotogiornalitiche».

Il risultato è un Festival denso di iniziative la cui particolarità sta nella concentrazione di grandi nomi della fotografia internazionale che spiegano direttamente al pubblico genesi ed evoluzione dei loro lavori svelando anche i trucchi del mestiere.

Marco-Baroncini-2-web-300x195Capita così di ritrovarsi una sera ad ascoltare Franco Pagetti, fotoreporter dell’agenzia fotografica VII, tra le altre cose corrispondente per il Time a Baghdad durante la seconda guerra del Golfo, che parla della propria esperienza prima come fotografo di moda e poi come fotografo di temi sociali. Ci tiene a precisare di non essere un “fotografo di guerra”, perché «sono gli uomini al centro delle mie foto e le loro emozioni, non i cannoni, i fumi, le bandiere. Non faccio questo mestiere per l’adrenalina». Pagetti non risparmia racconti di aneddoti della sua esperienza in Iraq, il rapporto con i marines e i momenti di convivialità perché «sul campo di guerra – sottolinea – ci si difende con la complicità».

Al Festival di Lodi capitano delle esperienze uniche, come l’incontro con la fotogiornalista americana Darcy Padilla e il suo lavoro fotografico straordinario, “The Julie Project”. Scatti in bianco e nero che raccontano con realismo e sensibilità gli ultimi diciott’anni della sfortunata vita di Julie e della sua malattia, l’Aids.

«Ho incontrato Julie la prima volta il 28 gennaio 1993 – spiega Darcy nella visita guidata alla sua mostra, un momento di commozione pura -. Julie, 19 anni, si trovava nell’atrio dell’Hotel Ambassador. Era a piedi nudi, la cerniera dei pantaloni aperta e un neonato di 8 giorni tra le braccia. Ha vissuto nel distretto SRO di San Francisco, un quartiere di mense e stanze a basso costo. La sua camera era piena di pile di vestiti, posaceneri strapieni e rifiuti. Viveva con Jack, il padre della sua prima figlia Rachael, la persona che le ha trasmesso l’HIV. Mesi dopo lo lasciò per poter smettere di drogarsi.

Il primo ricordo che Julie ha di sua madre è, a sei anni, ubriacarsi con lei e subire poi abusi sessuali dal patrigno. Julie è scappata di casa a 14 anni ed è diventata tossicodipendente a 15. Ha vissuto per le strade, nei luoghi del crack e ha dormito con talmente tanti uomini indecenti e più anziani di lei che ne ha perso il conto.

Per 18 anni ho fotografato la complessa storia di Julie, delle sue molteplici case, l’Aids, le droghe, le relazioni, la povertà, le nascite, le morti, le perdite e i ri-incontri, seguendo Julie dalle strade di San Francisco ai boschi dell’Alaska».

MSF-NOOR-1-web-300x195_festival_LodiDagli scatti di Darcy Padilla, che arrivano dritti al cuore, al progetto realizzato dai fotografi dell’Agenzia NOOR, “Climate Change” la finalità del Festival di Lodi rimane quella di puntare i riflettori su temi forti che riguardano tutti noi e che non possiamo ignorare. “Climate Change” è un lavoro di due anni dedicato al clima e suddiviso in due parti,“Consequences” e “Solutions”, come ha spiegato il fotografo Francesco Zizola nel corso della presentazione. Nella prima parte, le immagini denunciano i disastrosi effetti dei cambiamenti climatici nel mondo. I reportage, realizzati nell’autunno 2009, mostrano non tanto cosa potrebbe accadere in futuro, ma quello che già si sta verificando, mettendo così l’accento sulla necessità di intervenire il prima possibile sulle realtà più a rischio. Nella seconda parte, “Solutions”, realizzata nell’autunno del 2011, i reporter di NOOR documentano che cosa è possibile fare per contenere l’aumento delle temperature e limitarne gli effetti. I progetti raccontano storie di uomini che, utilizzando risorse alternative ed energie rinnovabili, tentano di mitigare le conseguenze del riscaldamento globale, o semplicemente di far fronte al cambiamento. «I lavori – ha spiegato Zizola, – sono stati vagliati anche da un gruppo di scienziati e quelli esposti sono stati approvati», confermando quindi l’autenticità scientifica delle immagini e delle riflessioni sulle conseguenze dei cambiamenti climatici a cui andiamo incontro.

Molto interessante anche il progetto “Poppy, Trails of Afghan Heroin”, il libro della coppia di fotogiornalisti olandesi, Robert Knoth e Antoinette de Jong, che per quasi vent’anni hanno seguito il tragitto dell’eroina dai campi di papaveri dell’Afghanistan (dove hanno documentato la guerra civile nei primi anni novanta, l’ascesa dei talebani e l’intervento americano dopo l’11 settembre 2001) fino alle strade di Londra, dove la tossicodipendenza e la criminalità hanno effetti sulla vita di molti, passando per l’Asia centrale e nei Balcani, dove la droga, la guerra e la politica si intrecciano profondamente. In questo percorso che li porta lungo l’antica Via della Seta, Knoth e de Jong scoprono che l’elemento che accomuna tutte queste aree è il traffico di eroina. La mostra con le video istallazioni è al momento esposta al Fotomuseum di Rotterdam.

Infine, al Festival di Lodi spunti interessanti arrivano anche da Metrography, agenzia composta da fotografi iracheni e nata dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, presente con il lavoro “Iraq oltre la notizia”. Uno sguardo nuovo sull’Iraq, con scene di vita quotidiana oltre la guerra (cerimonie religiose, bambini che giocano nei campi, concerti di rapper e il boom edilizio nel nord del Paese).

Il Festival di Fotografia etica è una finestra su tanti mondi che meritano di essere guardati.

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