Da qualche tempo Equitalia sta notificando ingiunzioni con richieste di importi ingentissimi per presunte cartelle e debiti molto lontani nel tempo, molto spesso mai a conoscenza degli interessati.

Se lo scopo di Equitalia era quello di risolvere il problema della mancanza di lavoro per gli innumerevoli avvocati sul territorio, non vi è dubbio che stia raggiungendo il risultato sperato, con il proliferare  delle cause di opposizione agli atti impositivi davanti alle Commissioni Tributarie ed ai Tribunali ordinari.

Quasi duecentomila nuovi ricorsi
Nonostante l’istituzione del reclamo finalizzato alla mediazione che prevede l’obbligo del ricorso all’Agenzia delle Entrate prima di procedere giudizialmente, (ma solo per le controversie inferiori ai 20mila euro di valore), nel solo anno 2015 sono state promossi alle Commissioni Tributarie provinciali ben 191.244 ricorsi per un valore complessivo di oltre € 20 milioni di euro con un aumento di quasi il 10% rispetto all’anno precedente.

La situazione attuale del contenzioso tributario
Il numero dei ricorsi pendenti nei due gradi di giudizio (Commissione Tributaria provinciale e regionale) pur essendosi ridotto da quello precedente al 2000, è tuttora estremamente rilevante computandosi l’esistenza di poco meno di 600.000  processi in piedi.

Durata dei processi
Come si evince dalle statistiche, mediamente un processo tributario per il primo grado dura poco meno di tre anni e per l’impugnazione la sentenza arriva in circa ulteriori due anni.

Non si gioca ad armi pari
Ciò che tuttavia colpisce è l’assoluta difformità tra  gli strumenti di cui dispone l’Agenzia delle Entrate ed i mezzi di difesa del cittadino.
Senza nessun preventivo controllo od autorizzazione del giudice, viene emessa una cartella di pagamento equiparabile ad un atto di precetto,  (dal 2011 anche gli avvisi di accertamento sono divenuti esecutivi). Se non si paga, decorsi 60 giorni, Equitalia, (sempre senza alcun controllo o autorizzazione del magistrato) può procedere al fermo amministrativo dell’auto, al pignoramento di parte della retribuzione, (o di tutta se si viene pagati a fattura), al pignoramento del conto corrente, fino all’ipoteca ed al pignoramento degli immobili. L’opposizione del contribuente (con tutti i costi connessi), di norma non sospende l’esecutorietà, a meno che non vi provveda il giudice (che può essere, a seconda del tipo di pretesa,  la Commissione Tributaria, il Tribunale ordinario, il Giudice del Lavoro o il Giudice di Pace).
 
Il fisco gode di una serie di garanzie assolutamente illegittime
Basti pensare, sotto tale profilo, che il difensore in un processo tributario non può servirsi dei mezzi istruttori di un processo ordinario, per esempio non potendo ricorrere né al giuramento, né alla deposizione, anche se la Cassazione in attesa di una rivisitazione della normativa ha effettuato delle aperture (ex multis Cass. sez. Tributaria n. 27314 del 23/12/2014 che ha ritenuto valida la dichiarazione di parte considerandola una prova presuntiva purché ricorrano i requisiti di gravità e concordanza).

Alta percentuale di annullamento delle cartelle
Tuttavia il dato che più allarma e che dimostra l’estrema superficialità con la quale l’Amministrazione fiscale crea e notifica cartelle, ingiunzioni et similia è quello relativo alle cause che di fronte alle Commissioni Tributarie l’Agenzia delle Entrare riesce a vincere. Infatti (dati 2014) l’Amministrazione fiscale ottiene la piena conferma della cartelle emesse solo per circa il 45% delle cause.  Per il residuo 55% le cartelle vengono o totalmente (38%)  o parzialmente (15%), annullate.
Il che è un dato gravissimo, non tanto perché se i contribuenti non avessero fatto ricorso, il fisco avrebbe incassato illegittimamente milioni e milioni di euro in danno di soggetti assolutamente incolpevoli, ma soprattutto perché viene meno la presunzione di un comportamento corretto dello Stato.
E questo mina alla base il rapporto cittadino-amministrazione.

Il contribuente, evasore presunto
La sensazione che si ha, esaminando, i provvedimenti impositivi di Equitalia, è quella di una estrema superficialità nel predisporre e notificare gli atti. Sembra che vi sia, pur nel dubbio della legittimità della pretesa erariale, la volontà di procedere egualmente, per esempio anche in presenza di richieste macroscopicamente prescritte, per dichiarazione stessa di Equitalia, o peggio,  ripetendo  pretese o cartelle già annullate dai giudici, in precedenza, come se non vi fossero le sentenze.
Ci si chiede se in tali casi non sia applicabile l’azione risarcitoria ex art. 96 c.p.c. per chi agisca o resista in giudizio in malafede.

I costi di questo modo di agire
Peraltro, come risulta dalle pubblicazioni che si occupano del settore, un comportamento così assolutamente inefficace e scorretto dello Stato, costa a noi cittadini quasi 80milioni di euro solo per i compensi dovuti ai giudici delle varie Commissioni tributarie che attualmente possono computarsi in oltre 3.000 unità. A tale cifra vanno aggiunte le spese ed i compensi professionali, di gran lunga maggiori e  necessari per la difesa.
Il prezzo tuttavia più alto di questo modo superficiale di gestire l’amministrazione tributaria, oltre che consistente nella proliferazione delle cause, è dato soprattutto dal pregiudizio psichico provocato nei cittadini più inermi. I suicidi che sistematicamente si ripetono per l’invio di cartelle esattoriali con contenuti terroristici, non è che la punta dell’iceberg dell’ansia che si crea in un cittadino che si vede arrivare in modo assolutamente inaspettato, talvolta a  distanza di molti e molti anni, richieste per importi che il contribuente neanche sapeva di dover versare allo Stato. I danni sono davvero gravi soprattutto a carico dei soggetti più anziani e meno in grado di sopportare traumi di questo genere.
A nulla rileva poi il fatto che per lo più si tratta di pretese prescritte da dieci o venti anni, ma incautamente riprodotte nelle ingiunzioni.

La strumentalizzazione politica del fenomeno
 La sensazione per i cittadini è quella di trovarsi alla mercè dei funzionari dell’Amministrazione tributaria, privi di qualsiasi difesa. Quel che è certo e che nessuno, come invece dovrebbe avvenire, sente come proprio l’interesse dello Stato all’incasso dei tributi, percependo viceversa l’Amministrazione fiscale, come un nemico da cui difendersi, fenomeno che  ha provocato nel corso di questi anni, la nascita spontanea di molti organismi di categoria o politici, per far propria la voce di chi si sente sostanzialmente indifeso.
Per tutti basta ricordare il Movimento Cinquestelle che, (con grande ritorno in termini di elettorato) si vanta di aver fatto risparmiare ad oggi quasi diecimilioni di euro di tasse ai cittadini con i propri staff di commercialisti ed avvocati indicando in Equitalia il nemico pubblico da abbattere. 

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