Le misure volte a ravvivare il mercato del lavoro, tanto attese durante gli ultimi anni, sono state presentate nel corso di questa settimana. Le politiche occupazionali sono state il tallone d’Achille dei governi precedenti che, a partire dal 2009, hanno dovuto lasciar cadere le promesse in merito a causa del bilancio dello Stato in forte sofferenza, tale da non consentire alcun provvedimento diretto per favorire le assunzioni.
Da questa categoria, infatti, vanno esclusi gli interventi del ministro Fornero, non solo per la scarsa efficacia nel creare nuovi posti ma per la natura stessa dei provvedimenti, definiti a “costo zero” in quanto meramente legislativi. Il governo Letta presenta invece un piano di spesa, globalmente pari a circa 1,4 miliardi di euro in 3 anni, anche se questo non basta a garantire la buona riuscita dell’intera operazione.
Abbandonata definitivamente l’idea del salario minimo, l’attenzione si focalizza sugli incentivi alle imprese, attraverso l’erogazione da parte dello Stato di un bonus per ogni nuovo assunto a tempo indeterminato, purché rispetti alcuni criteri.
Per accedere al fondo, pari a circa 650 euro al mese per nuovo assunto, i candidati devono avere tra i 18 ed i 29 anni e devono essere privi di un impiego da almeno sei mesi, privi di un diploma di scuola superiore oppure vivere da soli o con persone a carico. Tali condizioni, escluso il vincolo sull’età, sono alternative tra loro, evidenziando la scelta più inclusiva possibile da parte del governo.
I fondi stanziati per coprire i bonus ammontano a circa 800 milioni di euro in tre anni, di cui 500 vincolati all’utilizzo nelle regioni meridionali. La procedura di erogazione rimane ancora poco chiara, ma si tratterà molto probabilmente di sgravi fiscali per le imprese che assumono.
La quota rimanente dello stanziamento riguarderà invece misure complementari, in parte volte a fronteggiare la povertà estrema ed in parte per incentivare la reintegrazione nel mercato del lavoro per disoccupati over 50, attraverso corsi specifici di formazione professionale.

La platea dei pretendenti, alla luce dei criteri adottati, appare ben più vasta rispetto alle aspettative del governo Letta, il cui obiettivo minimo è di garantire un lavoro a circa 200.000 giovani. Secondo l’Istat, a far parte delle categorie citate sarebbero circa 4 milioni di italiani, dato che rischia di rendere l’intervento una goccia nel mare della disoccupazione, che a livello giovanile si aggira intorno al 40%.
Di buono c’è la lotta al precariato, dal momento in cui l’erogazione dei fondi è vincolata all’assunzione a tempo indeterminato dimostrando, forse per la prima volta dagli anni novanta, una presa di posizione contro il meccanismo di flessibilità lavorativa all’italiana che tanti danni ha causato alle ultime generazioni.

Certamente questo provvedimento, nonostante le buone intenzioni, non sarà sufficiente a sciogliere l’avvitamento del mercato del lavoro in Italia, bloccato in una spirale di offerta scarsa e salari bassi. Le radici di tale situazione sono strutturali, strettamente correlate al sistema produttivo ed alla sofferenza nei confronti della concorrenza globale: in questi termini, la cura proposta dal governo rischia di essere solamente un palliativo, fondato ancora una volta sui principi dell’assistenzialismo piuttosto che su una chiara idea di sviluppo economico.
Per invertire la tendenza attuale, infatti, sarebbe opportuno agire sulle variabili che incidono sensibilmente sull’entrata nel mondo del lavoro, in primis l’istruzione. In quest’ambito, sono almeno due gli aspetti che vanno affrontati con decisione, relativi alle scuole di specializzazione professionale ed al sistema universitario. La struttura attuale delle scuole professionali, infatti, non sembra adeguata alle richieste del mercato, che pure necessita di figure qualificate in grado di soddisfare una notevole quantità di servizi, svolti ad oggi da laureati che non riescono a trovare altri sbocchi.
Quello dell’istruzione universitaria rimane poi un tema particolarmente dolente, non riuscendo a promuovere l’inserimento nel mondo del lavoro: basti pensare che tra i nostri competitor europei, al momento della laurea i giovani dispongono già di una certa esperienza lavorativa, maturata attraverso stage e tirocini retribuiti nel corso dei loro studi.

Rimane poi la questione dei salari bassi: i giovani italiani che hanno il merito o la fortuna di lavorare guadagnano notevolmente meno dei loro colleghi europei.
I famigerati 1.000 euro al mese, chimera per molti, diventano una condanna per altri, che non possono soddisfare aspettative una volta considerate basilari. Questo fattore frena la crescita del Paese, limitando al tempo stesso sia i consumi che i risparmi, costringendo i quasi trentenni a sostenersi grazie all’ausilio delle famiglie. D’altra parte incentiva i più meritevoli all’emigrazione, alla ricerca di un salario adeguato alle aspettative ed al livello d’istruzione, nella speranza di sfruttare sistemi improntati sulla meritocrazia.
Tale parola non deve essere interpretato come un concetto astratto o fumoso, ma come un principio economico e conveniente per le aziende: se un giovane, infatti, costituisce un valore aggiunto per il suo datore di lavoro, questi sarà incentivato a trattenerlo attraverso una retribuzione soddisfacente.
Le imprese, dunque, hanno senza dubbio la loro parte di responsabilità ed il compito di puntare sui giovani. Questa impostazione, tuttavia, è strettamente dipendente dalla voglia di crescere ed espandersi, affrontando un rischio che i datori italiani sono tradizionalmente restii a correre. Da parte del governo, non solo di quest’ultimo, manca quasi completamente una visione strategica delle potenzialità economiche, cercando quantomeno di individuare i settori in cui investire maggiormente.
Altri paesi, quali la Germania o gli Stati Uniti, implementano politiche d’indirizzo estremamente precise, che partono dall’istruzione secondaria e finiscono con i servizi universitari di collocamento, attraverso un capillare sistema di incentivi economici, tra borse di studio e sgravi fiscali per le imprese.

Forte di questo provvedimento, il presidente Letta si presenta in questi giorni al Consiglio, pieno di aspettative ma che con tutta probabilità non porterà a misure concrete, almeno nel futuro prossimo: troppi, infatti, interessi contrapposti, anche perché a tenere banco è sempre la copertura finanziaria degli interventi piuttosto che la loro efficacia.
La buona riuscita del Dl lavoro è connessa alla capacità dell’Italia di trovare adeguate risorse nel bilancio, ai quali vanno aggiunte quelle per lo slittamento dell’IVA e soprattutto per l’IMU, pallino del PDL.
Crogiolarsi sull’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo è tuttavia inutile, poiché Bruxelles già si interroga sulla chiusura del prossimo bilancio. Mantenere il deficit al di sotto del 3% è dunque un punto cruciale per la credibilità internazionale di questo governo, da cui dipende la capacità di finanziare questo tipo d’interventi nei prossimi anni.
Nel caso in cui lo spread dovesse tornare a salire, infatti, nulla assicura che gli impegni presi oggi saranno rispettati fino al 2016.
Dl promozione occupazione giovanile – Iva

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