Il nostro collaboratore Alberto Liguoro ci ha inviato questo articolo che riteniamo contribuisca in modo efficace a chiarire il nostro pensiero sul cosiddetto “caso Sallusti”. Leggendolo, ci è sorta l’insopprimibile curiosità di conoscere il nome del direttore di cui si racconta nello scritto. Da cronista di giudiziaria con un grande avvenire dietro le spalle, abbiamo fatto qualche telefonata e abbiamo scoperto – non ce ne voglia Alberto Liguoro se abbiamo tradito la sua riservatezza – che si tratta proprio di Alessandro Sallusti. Sarà un… caso anche questo? (roberto ormanni)


Mi corre l’obbligo, come si dice nei Tribunali, di fare alcune premesse:
1 – Sono d’accordo sul fatto che il reato di DIFFAMAZIONE a mezzo STAMPA debba essere punito, in sede penale, o anche semplicemente amministrativa, con pena pecuniaria. E’ abbastanza incivile (così come è incivile che il Parlamento non se ne sia mai occupato) che sia previsto il carcere.
Non ha nessuna importanza che in altri Paesi ci sia una diverso trattamento, così che in Germania sia prevista la reclusione da 2 a 5 anni, perché la via verso la Democrazia va autonomamente praticata e non già scopiazzata.

2 – Sono d’accordo sulla stigmatizzazione dell’eccesso di tendenza, da parte dei Magistrati (seguiti dai Politici), nel proporre querele per diffamazione a mezzo stampa. Ancora di più ciò suscita indignazione se si pone mente al fatto che il fenomeno si regge sulla “giustizia domestica” sulla quale possono contare i magistrati, che riduce all’osso i casi in cui le querele vengono archiviate rapidamente per irrilevanza o infondatezza, come accade, viceversa con molta più frequenza, percentualisticamente parlando, per la normale utenza; in caso di condanna, inoltre, i risarcimenti sono spesso sovradimensionati (come in parte accade anche per i Politici), mentre per i comuni cittadini si assiste a risarcimenti, a volte assolutamente irrisori ( v. tra le altre, le ricerche degli avv. Sabrina Peron ed Emilio Galbiati del Foro di Milano sul Notiziario di Franco Abruzzo www.francoabruzzo.it/ ). Proprio per tali situazioni si registra, peraltro, la mancanza di fondamento nelle querele di magistrati, in misura superiore al 50% del totale, come statisticamente riscontrato.

3 – Come al solito in Italia si fa (strumentalmente) tanto rumore per nulla, giacché tutti sanno, o almeno gli “addetti ai lavori” sanno (se non lo sanno è peggio perché l’ignoranza è inammissibile per chi influisce sulla pubblica opinione), ma fanno finta di non sapere, che Sallusti non andrà mai in galera perché c’è la sospensione per chi è condannato a meno di tre anni di carcere, in attesa dell’applicazione della misura alternativa dell’affidamento al servizio sociale, normalmente richiesta da chi non è masochista o vuol passare per martire, come ben sapeva anche Sallusti quando ha proclamato “la mia libertà non è in vendita”… “non baratto la mia libertà col danaro” (danaro che altro non era che il risarcimento per una notizia, dallo stesso interessato riconosciuta falsa e gravemente offensiva).
Fatte tutte queste premesse, non v’è chi non veda, sempre come si dice nei Tribunali, ma nel caso qui in trattazione nessuno ne parla, né i giornalisti di destra né di sinistra, né i giornalisti reazionari né i giornalisti democratici (anzi nell’imbarbarimento della vita di relazione che, con la scusa dei tempi moderni, sta devastando il nostro Paese, si ammette, come semplice “opinione”, che un giornalista possa affermare che un magistrato faccia inchieste fasulle per scopi personali, in genere di carattere politico, o che un Berlusconi, per fini elettorali, definisca “rapinatori” gli esattori delle imposte), che c’è giornalismo e giornalismo.
C’è il giornalismo vero (ma dovrebbe bastare dire “giornalismo”) che è fare informazione, fare inchieste, risvegliare le coscienze, quello, per intenderci, per cui sono morti Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Giancarlo Siani, Alpi e tanti altri.
C’è poi il giornalismo della notizia sensazionale, del fare scandalo, dello scoop, sia o non sia vero quello che si pubblica; portare acqua al mulino dei potenti, e fare carriera comunque, sull’onda di grandi vendite del giornale e, al limite, che si venda o non si venda il giornale o la trasmissione (Ferrara docet). E’ questo che potremmo definire il giornalismo “alla Sallusti”.

Ora non vorrei imbarcarmi in un piagnisteo su quanti e quali di quelli che oggi piangono sulla testa di Sallusti, abbiano pianto (auspicabilmente di più) sulle bare dei Tobagi, Siani eccetera.
Leggo però che il Nostro ha un altro procedimento pendente, sempre per lo stesso reato, risalente al 2007, a Milano; ma non credo proprio sia l’unico. Chi pratica il giornalismo “alla Sallusti” finisce col beccare le querele, sapendo già di beccarle, quindi semplicemente bluffa quando fa finta di indignarsi.

Un esempio di tutto questo?
Un giornalista, del quale allo stato non faccio il nome, dalla connotazione emblematica, diciamo, direttore di un quotidiano lombardo, del quale è inutile indicare la denominazione ai fini qui in trattazione, autorizza la pubblicazione in prima pagina (come dire “sbatti il mostro in prima pagina” tipico del giornalismo in questione) di una fotografia riproducente un tale, un quivis, per così dire, che regge un cartello razzista contro i marocchini e dall’atteggiamento e dal posizionamento delle labbra è come se stesse urlando qualcosa. Didascalia “siamo razzisti o no?”.
Bene! Il direttore non ha nemmeno visto la fotografia, né ha chiesto di risalire alla provenienza. Se l’avesse fatto avrebbe appurato, con ragionevole previsione, che la persona sbattuta in prima pagina era un noto giornalista della RAI che stava svolgendo un servizio sull’ondata di xenofobia che aveva investito la Provincia di Bergamo e, in particolare la cittadina di Brembate, dove si trovava, dopo la scomparsa di Yara Gambirasio, e, nella circostanza, stava mostrando al cameraman che lo inquadrava, un cartello abbandonato dai manifestanti, raccolto da terra, commentandolo con la tensione e l’apprensione che la situazione generale richiedeva. In quell’occasione un fotografo spregiudicato lo aveva immortalato nell’immagine, ovviamente priva dell’audio che ne avrebbe spiegato il senso.

Per tale fatto, a seguito di querela, pende dal gennaio 2011 un procedimento per diffamazione a mezzo stampa, reato che notoriamente può essere commesso anche attraverso riproduzioni fotografiche maliziosamente manipolate o utilizzate, presso un Tribunale, appunto della Lombardia, anche perché la parte lesa ha subito danni gravissimi, per la sua vita di relazione, essendo stato bollato come “razzista” da chi non sapeva come stavano i fatti, e la sua vita professionale; da allora, infatti, e fin quando non si chiarirà come stanno le cose, non gli sono più state assegnate inchieste giornalistiche di rilievo.
La Procura della Repubblica ha svolto indagini accuratissime, a seguito delle quali è emerso che il fotografo che ha operato è un indipendente che, senza sapere né leggere né scrivere, come si suol dire, ha venduto un blocco di fotografie, tra cui quella “incriminata”, ad una agenzia che, sempre senza sapere né leggere né scrivere e senza alcun commento, ovviamente, ha venduto le fotografie a varie testate con cui era in rapporti di collaborazione, tra cui quella di cui qui ci occupiamo, il cui direttore, a sua volta, ancora una volta senza sapere né leggere né scrivere, ha disposto che fosse pubblicata in prima pagina, così com’era (le altre testate che pure l’avevano ricevuta, se ne sono ben guardate. Quindi si può fare diversamente. C’è un diverso modo di fare giornalismo). Alle perplessità della Redazione, il Direttore rispose “pubblicatela e basta. L’abbiamo ricevuta dall’agenzia che solitamente ci fornisce il materiale fotografico. Basta!”. Poi questi Direttori si lamentano che non hanno colpa delle maliziosità ed inganni messi in atto dai giornalisti che materialmente redigono gli articoli. Ma non c’è un obbligo di controllo? Mai più come in questo caso, sacrosanto e necessario e provvidenzialmente previsto dalla legislazione in materia.

Morale della favola: il quotidiano in questione moltiplicò, quel giorno le sue vendite perché questo razzismo sgorgante dal popolo imbufalito era una bella polpetta (anche se avvelenata) data in pasto, e il povero giornalista RAI si trova lui questa volta, senza sapere né legger né scrivere, con la reputazione compromessa e la vita professionale falcidiata.
E’ giornalismo questo o è un corso accelerato di macelleria etica e sociale?
Il reato è più che evidente, come comprovato anche dal fatto che, dopo la prima edizione, quella che viene venduta nella stragrande maggioranza di copie, nella prima parte della mattinata, ad un pubblico di lavoratori e studenti, persone attive, la base portante del Paese, nelle successive edizioni (quelle che comprano pochi pensionati o comunque non consistentemente coinvolti o interessati) fu corretto il tiro, aggiungendo la didascalia “BREMBATE: un giornalista RAI mostra alla telecamera un cartello trovato per strada”, ma ormai la frittata era fatta.
Inutile dire che, non essendo il diffamato un magistrato, né un politico, le cose vanno a rilento in sede giudiziaria e spira una tendenza, che con molta fatica e spendita di energie, si cerca di contrastare, a considerare l’incastro nel quale il malcapitato si è trovato, un meccanismo perverso e fatale di cui nessuno ha colpa (non il fotografo che si è limitato a passare le foto all’agenzia, non quest’ultima che a sua volta ha smistato, non il direttore che si è fidato di “collaudata” professionalità altrui); meccanismo interessante questo, che chi ha intenzione di dedicarsi ad infangare la altrui onorabilità può agevolmente predisporre a monte, facendo fior di business.
Così il predetto giornalista RAI, oltre che senza sapere né leggere, né scrivere, si trova a correre il rischio di trovarsi anche senza nessuno che risponda delle sue disgrazie. Verrebbe da dire: parliamo di Giustizia o di un corso accelerato di dilettantismo allo sbaraglio?
Ma questo è un altro capitolo e richiederebbe un servizio giornalistico a parte.

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